BRENNO BERTONI.
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Pagine scelte edite e inedite. 1880 - 1940.
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Parte 2.
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1941. Istituto Editoriale Ticinese,  BELLINZONA - LUGANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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       ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da Paolo Alberti e Paolo Oliva. Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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PARTE SESTA. Commemorazioni.
1. Alfredo Pioda.
2. Stefano Franscini quale uomo di stato.
3. Carlo Battaglini.
4. Romeo Manzoni.
5. Roccabella.
6. Un grande giurista morto e una grande utopia viva.
7. Stefano Gabuzzi.
8. Due et.
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PARTE SETTIMA. Leggende e memorie di Val di Blenio.
1. IL PRIMO ABITATORE.
2. NON RINNEGARE LA VALLE.
3. LA PROCESSIONE DI SANT'AMBROGIO.
4. L'ASINO CHE MAI FECE ASINERIE.
5. L'USCIERE A CASSERIO.
6. IL "NERVOSO".
7. IL DOLOR SOMMO.
8. "AL MARTINA VECC" E LA TRINIT.
9. QUANTI ANNI AVETE?
10. LA "MUSCIA".
11. QUANDO VUOL MORIRE LA "MUSCIA".
12. LA SCORZA DI FRASSINO.
13. LE TRE COSE PI IGNORANTI.
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PARTE OTTAVA. Confessioni, episodi e ricordi.
1. Il primo passo.
2. La fin d'anno e l'anno nuovo dei nostri vecchi.
3. Segantini giovinetto.
4. Dalla candela di sego al cinema.
5. Ricordi.
6. Episodi.
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PARTE NONA. Macchiette rusticane.
1. GENTE DI CAMPAGNA.
2. QUELLA CHE SA FAR DI TUTTO.
3. QUELLA CHE SPIEGA TUTTO.
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PARTE DECIMA. Politica.
1. Filosofia pratica e contorni politici.
2. Sette o nove?
3. Per la riforma della Costituzione federale.
4. Le relazioni italo-svizzere in un discorso dell'on. Mussolini.
5. Sul nuovo trattato con l'Italia.
6. Il Codice penale federale.
7. La psicologia dell'esule e il diritto d'asilo.
8. L'esperienza della proporzionale.
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PARTE UNDECIMA. Economia.
1. L'imposizione dello schnaps.
2. La montagna fonte di ricchezza.
3. I bisogni del Ticino.
4. Il problema patriziale.
5. I problemi del Mendrisiotto.
6. Per la pastorizia, per l'agricoltura e per le popolazioni delle valli.
7. Lo spopolamento e l'emigrazione.
8. Registro fondiario e raggruppamento dei terreni.
9. Le mozioni Baumberger e Bertoni.
10. Divagazioni.
11. Lettere paterne ad un emigrante lontano.
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FINE Indice.
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PARTE SESTA. Commemorazioni.
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1.
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Alfredo Pioda(38)
Grato m' il compito di commemorare qui a Lugano, sotto gli auspici della Scuola di Coltura italiana, in questo torbido momento storico, il nostro grande concittadino locarnese che ai suoi tempi mi onor della sua amicizia.
Tanto pi grato perch reputo doveroso ed opportuno rivalutare il suo alto insegnamento che si addice pi che mai alle condizioni dell'oggi. Egli fu, nel nostro paese, la Svizzera Italiana, la figura pi cospicua della sua generazione. Nessuno lo super per coltura generale, nessuno lo eguagli per il giusto equilibrio della mente, tutti egli vinse per nobilt d'animo, per gentilezza di costumi.
Era nato nel 1848: anno augurale e fatidico per la nostra patria e per le mutazioni politiche dell'Italia e d'Europa: suo padre era di quella famiglia dei Pioda che gi aveva reso illustri servizi alla patria ed altri ne preparava. La famiglia era un ornamento di quella borghesia locarnese, borghesia blasonata, la quale, come il Patriziato di Berna e delle citt svizzere, era una nobilt nuova germinata dai Comuni.
Famiglia aristocratica adunque: titolo che pot essere odioso in altri climi, ma che per la gente colta conserva il suo valore morale, attesoch la democrazia, secondo una definizione di Giacorno Ciani, non consiste nell'abbassare i maggiorenti, ma nell'elevare gli umili.
La sua madre (poich ancora infante egli perd il padre) cur la sua educazione: i suoi zii la diressero: egli fece con signorilit gli studi umanistici in Italia, quelli giuridici in Germania, quelli filosofici, filologici ed economici dappertutto. Raffinato prosatore e verseggiatore in italiano, egli usava la sua favella con perfetto accento toscano, ma dominava il francese, il tedesco e l'inglese con sapiente eleganza.
Filosofo egli lo era per temperamento, filosofo per vocazione; sebbene la filosofia non dovesse portargli fortuna.
Prima di lui si era svolto un lungo periodo storico nel quale tutta la vita pubblica era permeata di filosofia: i giansenisti e gli enciclopedisti in Francia, gli illuministi in Germania avevano inspirato tanto i sovrani riformatori quanto le sollevazioni dei popoli. Hume in Inghilterra, Rousseau in Francia, Kant ed Hegel in Germania erano filosofi prima che politici... In Italia il primo fermento politico che non fosse d'importazione straniera era venuto con Mazzini, il rivoluzionario mistico per cui la democrazia era l'ultimo anello della Rivelazione divina, svoltasi nei secoli a traverso i profeti... Mazzini era per morto, assassinato dal nihilismo sarmatico di Bakunin dilagante in Romagna. In Germania la parola era data da Carlo Marx, in Francia da Blanqui, per i quali la filosofia era tutt'al pi un perditempo borghese.
Inoltre, il mondo europeo era allora tormentato da una gran bufera. Esso rimbombava da un lato per le folgori del Pontefice Pio IX contro l'empiet secolare. Era l'epoca del Sillabo, atto che conchiudeva unilateralmente la dura lotta svoltasi in Italia fra la "rivoluzione tricolore" e la tradizione legittimista. Pochi anni dopo doveva cominciare in Vaticano una reazione nel senso dell'intesa con lo Stato, reazione che  sfociata or sono tre anni nel patto del Laterano; ma questo lo potevano sapere pochissimi iniziati, di cui il primo fu il Padre Curci gesuita, quello stesso che gi era stato il fiero avversario di Gioberti. D'altra parte il laicato era sotto l'impressione violenta della caduta del potere temporale con Roma capitale d'Italia. Momento poco propizio per la filosofia contemplativa! Momento in cui uno che si atteggiasse a filosofo, doveva naturalmente essere catalogato con Arnaldo da Brescia e con Giordano Bruno intesi secondo i loro interpreti del XIX secolo, ci ch'era il caso di Roberto Ardig, il prete apostata cremonese.
Di fronte al Sillabo era sorta una cattedra del Libero pensiero non sempre amica della libert.
Ottant'anni prima, infatti, i giacobini avevano eretto altari alla Dea Ragione, ma quella dea era sempre una divinit che suggeriva un culto, del quale non si voleva pi nulla sapere. Adesso era in auge la legittima discendenza dell'uomo dalla scimmia.
San Giovanni evangelista aveva detto: "In principio era il Verbo, e il Verbo era appo Dio, e il Verbo era Dio". L'apostolo aveva parlato secondo Socrate e Platone, ma i nuovi profeti intervennero dicendo: che importa sapere cosa fosse in principio? L'essenziale  di sapere che fra il creatore e la creatura sta la bestia: la scimmia della quale abbiamo ereditato gli istinti. Le conseguenze non ci devono spaventare.
Questo insegnamento esaltava giovani e vecchi. Ho sentito io con le mie orecchie Carlo Vogt dalla sua cattedra ginevrina insegnare: Mieux vaut tre un singe perfectionn qu'un Adam dgnr. E cos insegnava tutto un manipolo di profeti, in Germania, in Francia, ed in Italia: Bchner, Hollbach, Moleschott, Maur, Schiff, Carlo Vogt, Haeckel.
Tutti quei maestri si appellavano all'autorit di Darwin, il grande assertore dell'evoluzione, teoria che era gi stata intuita dal naturalista francese Lamarke sotto il nome di trasformismo della specie.
Ora  bene sapere che Darwin non fu mai darvinista nei senso dei suoi seguaci. Darwin ha asserito la mutabilit delle specie organiche secondo le necessit dell'adattamento alle circostanze, ossia dell'ambiente. Come corollario deduceva: "la lotta per la vita  la sopravvivenza del pi forte", ci ch'era l'implicita legittimazione della prepotenza professata un po' pi tardi da Nietzsche e da Sorel. In questo quadro Darwin aveva accennato alla analogia dei caratteri morfologici dei quadrumani superiori con quelli dell'uomo primitivo, ma non era andato oltre. Il principe degli evoluzionisti, Herbert Spencer nei Primi Principi insegna anzi che le cause prime dell'essere non appartengono e non possono appartenere al campo della vera scienza positiva perch esse sono dell'esclusivo dominio dell'intuizione interna.
Certi concetti fondamentali verso i quali anela perpetuamente l'uman genere, come l'eternit del tempo e l'infinit dello spazio sfuggono per loro natura alla comprensione dell'uomo. Quando noi diciamo che la distanza dalle stelle fisse  di tanti e tanti anni di luce, la nostra mente non capisce o non comprende quel concetto, bens la nostra lingua copre una lacuna della nostra concezione con un ponte di parole(39).
Noi abbiamo la sete, l'intuizione del logos, del verbo che in principio era appo Dio, ma scientificamente non ci possiamo dissetare. La cerchia delle nostre conoscenze sperimentali si allarga sempre pi: ma a misura che si allarga la superficie interna del circolo, che  la nozione, si allarga anche la linea esterna della circonferenza mettendoci in contatto con un ignoto inesorabilmente sempre maggiore.
Cos diceva il Principe dei darwinisti. Tant'. Noi eravamo tutti darwiniani convinti nel senso empirico del materialismo. Io come gli altri, che avevo appena vent'anni, ma che non lo era gi pi a trenta.
Ed ecco descritto il clima storico in cui si affacci alla vita Alfredo Pioda, filosofo spiritualista, teosofo ed eziandio buddista.
Quanto al clima geografico era quello di Locarno e dintorni, per la vita pubblica, al quale egli poteva fortunatamente aggiungere, per la sua vita spirituale, qualche cosa come Firenze e Roma, dove egli aveva parentele ed amicizie illustri.
Ma egli era ticinese, si sentiva profondamente svizzero e vincolato alle tradizioni di famiglia: gli sembrava che qui e non altrove dovesse svolgere l'opera sua.
Tornato dai suoi studi, prese adunque dimora stabile a Locarno. Quivi era gi corsa la voce che egli fosse un dotto stravagante, poco portato alla vita pratica, e tutto intento alla vita spirituale pur non essendo un uomo religioso, anzi il contrario. Si parlava di un suo progetto di fondare al Monte Verit presso Ascona, che era una sua propriet, una specie di convento laico come quello che ora funziona a Dornach, dedicato alla meditazione ed agli studi spiritici dei quali era fautore come si conosce da un suo volume, Memorabilia, sul quale ritorneremo, in cui sono illustrati gli studi, le esperienze e le ipotesi che si andavano facendo in Inghilterra ed altrove, sopra i fatti ipnotici e i fenomeni spiritici. Ci gli creava d'attorno un'atmosfera di diffidenza.
Per certi cattolici di vecchia scuola, genere Fra Galdino, egli doveva esser un frammassone, ci che voleva dire uno che adora Satanasso e gli dedica riti e liturgie terrificanti. Vi erano per anche dei Fra Galdino del libero pensiero per i quali egli doveva essere semplicemente uomo tocco nel cervello.
Sul merito della questione dello spiritualismo, in attesa che altri ne possa trattare al beneficio delle ultime indagini positive, mi limiter a riferire la definizione di Larousse autore di tendenza notoriamente monista. Spiritismo: "doctrine occulte qui a pour objet de dterminer les conditions d'existence de l'esprit, avant, pendant, et aprs son incarnation. La thse fondamentale du spiritisme est qu'une communication existe entre les vivants et les esprits... Le spiritualisme a eu ses charlatans et il a servi dans les mains d'habiles oprateurs,  l'exploitation de la crdulit umaine. Il a eu encore ses faux mdiums, ses faux voyants, ses faux prophtes... mais, les phnomnes du spiritisme sont aujourd' hui, malgr tous ces obstacles, l'objet d'investigations scientifiques".
Alfredo Pioda, che era dotato di una certa conoscenza delle discipline fisiche, ci teneva molto a ricercare ci che vi fosse di accettabile o di probabile in queste novit.
C'era allora a Locarno un circolo di amici formatosi intorno a Rinaldo Simen, presidente della Societ di Ginnastica e redattore del Tempo, poscia del Dovere di oggi, ed alla sua signora, una parigina di nascita assai elevata.
Alfredo Pioda ne faceva parte ed era il beniamino di tutti ed alla sua volta illuminava tutti. E quando pi tardi Rinaldo Simen venne chiamato al reggimento della Repubblica, si disse di Alfredo Pioda che fosse la sua Ninfa Egeria.
Mitologia a parte, il Pioda esercit sempre su Rinaldo Simen una salutare influenza senza della quale il suo governo sarebbe stato spazzato via in poco tempo. Il Pioda era un moderato. Quando, dopo tre lustri di regime del partito conservatore, l'astro di Gioachino Respini parve volgere al tramonto, Alfredo in un suo manifesto si affacci come conciliatore fra i partiti, preconizzando "la fine dell'esclusivismo settario, massime nelle elezioni giudiziarie, e la emancipazione delle scuole dal fanatismo religioso, ma non dal cristianesimo". Quest'ultima riserva a favore del cristianesimo era un mnito per l'avvenire come tosto vedremo.
Venuto al potere il partito liberale con le elezioni del 1893, gli zelatori volevano si prendesse tosto la rivincita della votazione referendaria del 1886, la quale aveva sanzionato a scarsa maggioranza la legge ladra (espressione polemica disgraziata, posta a significare la legge sui rapporti fra la Chiesa e lo Stato).
Simen e Pioda erano bens per una riforma, ma con criteri moderni e pressapoco quelli della separazione preconizzata in Italia da Marco Minghetti gi nel 1877. Gli estremisti invece cercarono di imporre, mediante una iniziativa popolare, il ritorno alla legge del 1855 che era nettamente giuseppinista, cio assolutista, e sanzionava la dipendenza della Chiesa dallo Stato, ci che  appunto il sistema dei paesi protestanti, ma anche quello delle tirannie.
Il comizio popolare fu un disastro che paralizz il Governo liberale per tutta la sua durata. Le rivalit fra le direttive di Alfredo Pioda e quelle di Romeo Manzoni imperversarono d'allora in poi a proposito dei programmi scolastici, della direzione della Scuola Normale, dell'insegnamento della filosofia, di quello del catechismo nelle scuole pubbliche, e della libert dell'insegnamento privato.
Per inaugurare degnamente le ostilit un novellino professore di filosofia al patrio Liceo, parlando coi suoi allievi si era ripromesso di dare quattro schiaffi al Signore Iddio del cielo! Altri voleva l'abolizione del catechismo nelle scuole pubbliche e il controllo dello Stato sulle scuole private affinch non vi si insegnasse "la superstizione" contro le verit scientifiche riconosciute.
Il Governo di Simen incaric Alfredo Pioda di fargli un rapporto e delle proposte concrete su tutte queste diavolerie. Questi si era intanto affermato in modo degno di lui quale direttore del Ginnasio di Locarno, e quale esaminatore del Liceo e delle Scuole normali. La sua relazione  del 7 aprile 1893 e si trova nel volume di Fausto Pedrotta ("Alfredo Pioda nella vita e nelle opere ", editore Salvioni, a pag. 143)
Egli imposta anzitutto la questione del catechismo nel quadro della Costituzione federale. Questa, nel suo art. 27 (oggi formalmente accettato anche dalla Destra cattolica svizzera) pone l'istruzione religiosa fra gli attributi della patria potest, limitata dal principio generale che la scuola debba poter essere frequentata da allievi di qualsiasi credenza senza offesa alla loro coscienza religiosa. La scuola conoscer dunque l'insegnamento religioso, ma in modo che non sia argomento di rissa fra la Chiesa e lo Stato, rissa la quale non pu riuscire ad altro che al pregiudizio dell'una come dell'altro, a danno dello scopo comune ch'essi devono proporsi.
Sentiamo con che alto stile tratta quel filosofo un argomento che nella nostra stampa quotidiana fu tante volte bistrattato con la solita volgarit, e, perlopi, ad imitazione di qualche fazione politica straniera.
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"De solo pane non vivit homo", pare sia l'assioma che domina il concetto della missione dello Stato rispetto alla coltura del nostro paese, dacch il relativo dipartimento ha da noi non gi il titolo di Pubblica Istruzione, come in Italia, ma di Pubblica Educazione, come proponeva l'Azeglio ne' suoi Ricordi. La scuola non deve solo impartire nozioni atte a procacciare il sostentamento della vita in tutte le vie di attivit aperte al cittadino, ma deve altres coltivarne l'anima, svolgerne i germi di moralit e di idealit ingeniti ed ereditari.
...Ognun sa come l'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche racchiuda uno dei pi alti problemi della scienza di Stato, una delle pi gravi difficolt degli Stati cattolici, dove la Chiesa, depositaria dell'antica coltura, fattrice di civilt nel Medio Evo, creatrice dello Stato moderno, non sa abbandonare la tutela n persuadersi a lasciar vivere lo Stato di vita propria. Donde il conflitto per le competenze dell'una e dell'altro.
Accanto a questo, un secondo conflitto and via via sorgendo ed inasprendosi, quello fra le opinioni scientifiche o filosofiche ed alcune dottrine del cristianesimo, alcuni dogmi della Chiesa cattolica.
Lo Stato in contrasto con la Chiesa per le rispettive competenze, naturalmente si pose dalla parte di quelle opinioni avverse alle dottrine ed ai dogmi di lei, e cos i due conflitti si fusero in uno ed ebbimo per parecchi anni due cattedre contrarie, da cui si esercitavano due apostolati contrari, l'uno nel tempio, l'altro nella scuola, con quale vantaggio dell'educazione popolare e della quiete delle coscienze ognuno lo vede... Ma ora che il Pontefice s'avvicina allo Stato moderno, ora che la scienza non va pi combattendo ma risolvendo i problemi religiosi, ora che la coltura gi divisa in due da un abisso, va facendosi una, a me pare che gli inconvenienti possano scemare, gli ostacoli venir superati qualora le forze direttive del paese concorrano tutte...
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Passando dall'istruzione religiosa all'insegnamento filosofico, Alfredo  a tutto suo agio. Affermata la essenziale mutabilit della filosofia come sintesi di tutta la scienza, affermato che ogni sistema filosofico  materia opinabile ma che risponde sempre ad un'aspirazione di cui la mente umana sar sempre assetata: conclude che l'insegnamento della filosofia non debba pi avvenire con metodo dogmatico, ossia cercando di imporre questa o quella sintesi, bens con metodo storico che, risalendo le mutazioni del pensiero e dei sentimenti, lasci ampio margine all'intuizione naturale delle singole menti.
Tale altissimo pensamento riappare otto anni dopo, in un discorso tenuto dal nostro filosofo il 3 luglio 1901 agli esami finali della Scuola normale femminile di Locarno. Richiamiamo che questi anni Egli li ha consacrati alla pratica della pedagogia. Questo discorso  pure riprodotto nel volume del Pedrotta. A carte 154 leggiamo:
"La tradizione religiosa e le opinioni metafisiche dipingono e preconizzano i destini umani dando forme concrete all'avvenire dell'universo, epper dell'uomo. Ora queste forme sono opinioni. E infatti quando una religione positiva od un sistema filosofico parlano dell'origine o della fine del mondo, oppure della salvezza o della perdizione umana al di l, esse incontrano la sintesi di una data coltura, sintesi mutabile a norma dei fattori di questa coltura, epper asseriscono verit essenzialmente relative. Gli  vero che tali verit praticamente dirigono la vita, ma la scuola moderna non vuole lanciarle, come le tavole della legge, sul capo della scolaresca. Essa, rispettando l'intreccio spontaneo delle facolt dell'alunno, l'avvia a questa sintesi con la ragione confortata dall'esperienza, e col sentimento informato ai concetti dell'etica.
Essa non detta una religione od una metafisica, non combatte le tradizioni avite, ma ne segue la spontanea, lenta, sicura trasformazione, ed in questo senso  detta scuola neutra".
Tale un concetto della neutralit della scuola pu oggimai essere accettato da qualsiasi cattolico; ma non sempre  accettato da certi zelatori per i quali la laicit deve essere intolleranza verso la chiesa o magari scuola di ateismo.(40)
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Sarebbe fuori del quadro che mi sono proposto per questa conferenza, se io presumessi di volervi ora parlare di Alfredo Pioda maestro di teosofia cos come l'ampiezza e la sublimit dell'argomento richiederebbero. Nel volume del Pedrotta voi potete trovare ben sessanta pagine in ottavo se ne aveste il talento.
Delle dottrine ivi trattate parecchie sono forse sfiorite a quest'ora: altre invece si sono viemmeglio affermate. Le nuove scoperte nel campo della radioattivit, le mirabili invenzioni di Marconi, la trasmissione senza filo di onde elettriche che solcano tutta quanta l'atmosfera dall'uno all'altro continente, la radiofonia entrata in ogni villaggio e quasi in ogni famiglia, la radiovisione che si attende d'ora in ora, quante e quante scoperte al di l di quella materia materiata che ancora ai tempi della mia giovinezza pareva segnasse i limiti del conoscibile!
Ben lo prevedeva Alfredo Pioda con queste parole:
"Da quando il povero Mesmer, in veste di visionario, andava predicando il verbo nuovo del magnetismo animale, perseguitato dai sapienti del tempo, come ha germinato e fruttificato la sua scoperta! Da lui a Charcot quale cammino compiuto!"
Il Pioda si tiene sicuro dei nuovo massimo fenomeno preconizzato, con cui il pensiero passi da un cervello all'altro cervello, come la onda herziana da un apparecchio all'altro, del telegrafo senza filo".
A questi nuovi orizzonti vien ora ad aggiungersi quello della radioestesia, nel senso di percezione delle onde che irradiano dai corpi organici ed inorganici, gi noti nella ricerca delle sorgenti a mezzo dei radiomanti.
Problemi formidabili che sembrano lasciare indifferenti molti ostinati conservatori che, in veste di novatori rivoluzionari, si attardano ancora a discutere i problemi dello spirito coi dati di cui disponeva la scienza ai tempi di Augusto Comte, fondatore e gran sacerdote del positivismo.
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Nell'anno 1903 fu tenuto a Locarno un Congresso della Societ Svizzera di Scienze naturali. Alfredo Pioda fu delegato dal Governo a fare gli onori di casa.
Era quanto invitarlo a nozze!
Dopo aver commemorato alcuni naturalisti ticinesi, quali Luigi Lavizzari, Alberto Franzoni, il Padre Agostino Daldini, l'abate Giuseppe Stabile e Lucio Mari, egli pronuncia una calorosa apologia delle Scienze naturali, ma si affretta ad avvertire che esse non esauriscono la serie delle discipline dello spirito.
"Il metodo scientifico per la scientifica certezza non deve escludere la ricerca della legge etica in se stessa la quale spiega i suoi rami nell'intimo dell'uomo e nel consorzio umano, scendendo gi dai rami al tronco ed alle radici".
Studiarla questa legge etica, coi metodi sperimentali, rendere evidente ed efficace il precetto,  per lo scopo finale d'ogni ricerca, scopo che si affetta di dimenticare.
Aveva parlato a Parigi il Brunetire, denunciando il fallimento della scienza nel campo dell'etica sociale.
Il nostro filosofo incalza:
"Vascello fantasma, la scienza moderna passa luminosa e veloce, rapita dalla fiumana dell'esperienza, ma non sa donde venga e dove vada". A poppa di questo vascello il nostro poeta immagina la figura della psicologia che narra le scaturigini della fiumana stessa e vaticina alla sua foce. Alle sponde di questo mare la filosofia, l'antica madre del sapere, invoca il ritorno dei figli, fatta pi augusta e pi saggia dal loro lungo abbandono.
Essa attende l'instauratio magna di Francesco Bacone senza della quale non sar mai perfetto il globus intellettuale.
Splendide immagini che dimostrano quanto Alfredo Pioda oltrech filosofo fosse poeta!
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Molti di coloro che stimavano A. Pioda e sarebbero stati disposti a seguirlo, erano messi in forse e dubitavano di lui a causa del suo buddismo. Pensavano: a che servirebbe emanciparsi dall'autorit del catechismo cattolico se fosse per seguire un'altra superstizione? Non siamo noi liberi pensatori? Se s, non possiamo impicciarci di altri dogmi, tanto meno se antiquati.
 strano il significato che molti danno a questa espressione di Libero Pensiero, quasi identificandola con ateismo, materialismo e con quel positivismo di Aug. Comte che, fra parentesi, non  una dottrina, ma semplicemente un metodo. Secondo il Panzini libert di pensiero : "il diritto che ha l'uomo di non subire violenze o pena da chi volesse imporgli una qualsiasi dottrina religiosa". Se tale  il giusto significato nessuno era pi libero pensatore di A. P., anzi! egli era qualche cosa di pi che libero pensatore, essendo libero credente.
A tutto dire, l'essenza del libero pensiero del Pioda, che  pure la mia, (se  lecito)  che la scienza non deve n pu negare un postulato solo perch non lo si possa dimostrare in laboratorio. Noi ci crediamo liberi di pensare che l'intuizione abbia preceduto e preceda naturalmente l'assaggio galileiano, e che (scientificamente ragionando) se tutta l'umanit, in tutti i tempi, in tutti i Continenti, ha intuito che vi debba essere nella creazione una causa prima, una volont cosciente, ed una causa ultima, non  lecito trinciare che tutto questo non conta nulla. Se questa intuizione c', universale e permanente, ci  pure un "fenomeno d'ordine sociologico" in se stesso, del quale devesi tener conto almeno fino a prova del contrario. Se no,  una madama scienza che cade essa medesima in una negazione arbitraria.
Qui non sar di troppo una breve precisione sopra la natura del buddismo.
Cos come il cristianesimo fu una riforma del giudaismo e la Riforma fu una revisione del cattolicismo paganizzante quale appariva all'epoca di Lutero, il buddismo  una riforma spirituale della religione antichissima di Brahma, che si estendeva a tutto l'Oriente. Il Bramanismo praticava sacrifici sanguinosi; esso materializzava la fede in pratiche rituali esterne e formali. Del Dio Brahma e della sua trimurti, ossia trinit, aveva fatto una divinit antropomorfa, profanata da umane passioni. Il riformatore Budda aveva cominciato con l'abolire i sacrifici, abolire le divisioni degli uomini in caste, poi aveva proclamato che tutta la creazione  animata, che non vi  materia senza spirito, che l'uomo  in s medesimo animato da una scintilla divina e non vi pu essere n felicit umana n umano progresso se non nel perfezionamento del proprio animo, nella pratica di tutte le virt da parte di ciascun mortale. Una superreligione infine che assorbe nel monoteismo il panteismo e lo stoicismo degli antichi greci e romani. Il buddismo  oggi la religione dell'operoso Giappone!
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Vi ho forse annoiati con le citazioni e gli imprestiti dagli scritti del nostro Maestro, ma non pi di quanto mi sembrasse necessario per proiettare adeguatamente l'opera sua pi essenziale.
Ora permettetemi un accenno alle sue opere minori dove il filosofo si mette in veste da camera, ed appare tutto un altro pur non cessando di essere sempre lui.
In Caleidoscopio, pubblicato a spizzico sopra una minuscola rivistina letteraria che io avevo fondato a Bellinzona, egli narra in tono minore molti aspetti della vita locale, particolarmente del mercato di Locarno.
Ivi l'acutezza dell'osservazione va di pari passo con la bonariet dei giudizi e con l'intento educativo. Perch quel titolo strano per una cosa cos comune?
Vedi, mi diceva lui, vedi? Secondo l'etimo il Caleidoscopio sarebbe un apparecchio per vedere le cose sotto il loro aspetto migliore. Ti par poco? C' tanta gente intesa al pessimismo!
Mostrare anche le cose banali, anche le antipatiche, sotto un aspetto migliore  gi un collaborare all'armonia sociale. Poi il Caleidoscopio d l'immagine della mutabilit, Tutto muta a questo mondo a seconda del punto di visita dal quale osservi. Un minimo urto cambia l'equilibrio dell'apparecchio ed ecco che tu vedi le cose stesse sotto un aspetto diverso. Il mio caleidoscopio sar una scuola di tolleranza in questo mondaccio che ne ha tanto bisogno.
Povero Alfredo, se tu dal tuo Nirvana fossi costretto a vedere come e quanto quel mondaccio d'allora sia migliorato!
Le Confessioni di un visionario le scrisse dopo quella mezza rivoluzione dell'11 settembre 1890 che suscit la "tempesta d'onte che non fu pi mai": tempesta che non  ancora cessata e che lasci lunghi strascichi anche nei rapporti fra la Confederazione e il Cantone. Dico mezza rivoluzione non per spregio, ma perch fu prevista e voluta come tale, sapendosi che l'intervento di un Commissariato federale l'avrebbe troncata a met.
Secondo l'avvertimento di Spinoza egli non si attacca a giudicare delle colpe e dei perch. Si limita a raccontare il come le cose sieno accadute, e come sentissero (per lo pi in buona fede) coloro che vi presero parte.
Come ornamento artistico: i ritratti dei personaggi, che sono bassorilievi degni di un quattrocentista fiorentino. Nella nuova Antologia degli scrittori ticinesi il lettore trover i brani descrittivi delle Assisi di Zurigo.
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Una volta volli sapere da lui cosa pensasse dell'opera e dello esempio di Leone Tolstoi.
Il russo Tolstoi, mi rispose (pressapoco),  un budda anche lui che vorrebbe moralizzare il cristianesimo del clero greco-russo. Qui in occidente la Chiesa cattolica scomunica ancora i riformati, e i protestanti dicono tutto il male possibile dei cattolici: si detestano a vicenda ed hanno torto. La Riforma, col suo naturale complemento della Controriforma, ha costretto la cristianit d'occidente a rinnovarsi spiritualmente: si rinnov divisa, ma pi forte. In occidente invece la Chiesa russa procede ancora da Bisanzio, educata e mantenuta dagli Czar nella pi miserevole inerzia intellettuale. Per reazione il nichilismo insorge contro lo Czar, contro Cristo e contro Dio. Il conte Tolstoi vorrebbe...
Vorrebbe redimerlo dai dogmi? chiesi io.
No, scusa: i dogmi non sono quello che pi conta. Milioni di cattolici conoscono molto imperfettamente i loro dogmi: confonderanno per esempio la Verginit di Maria con l'Immacolata concezione. La vera forza delle religioni sta nei riti; il paganesimo antico non sapeva che fossero i dogmi, ma aveva liturgie avvincenti. La forza della Chiesa cattolica consiste appunto nell'avere saputo legare l'etica dei suoi precetti con la estetica delle sue cerimonie.
I riti sono preziosi in quanto abbiano un contenuto prezioso.
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E il destino del socialismo, gli chiesi ancora, in cosa consister?
Il socialismo  una forza infrangibile come sentimento e come tale va rispettato. Le formule e formulette di attuazione socialista invece, non sono altro che induzioni momentanee, tanto pi soggette alle mutazioni ed ai disinganni in quanto mancano di ogni esperienza.
Tutto questo ho imparato alla scuola di Alfredo Pioda. Ed altro disse ma non l'ho a mente, "perocch l'occhio m'avea tutto tratto per l'alta torre alla cima rovente". Il secolo era gi pervenuto alla citt di Dite su la cui torre maledetta le furie infernali di sangue tinte annunciavano la veniente guerra delle razze e la negazione d'ogni civilt.
...
L'ora incalza:  pi che mai tempo di chiudere questo discorso con una nota sul carattere fisico e morale del nostro grande compatriota.
Alfredo Pioda era per eccellenza il tipo della bont. Bont che si leggeva nel suo viso, che si percepiva nel suo sguardo, che si sentiva nell'accento della sua voce, che stillava dalle sue parole. Nelle conversazioni da salotto, come nelle pubbliche concioni, sapeva contraddire e contrastare senza mai una parola offensiva e nemmeno pungente. Cos obbligava i suoi avversari ad essere cortesi e rispettosi con lui.
Non  questo un vero miracolo nella vita ticinese? nella vita pubblica soprattutto nella quale, per antica tradizione, ogni cortesia  tacciata di debolezza?
Alfredo Pioda era anche polemista all'occorrenza, e quale formidabile polemista! ma seguiva l'esempio di Ernesto Renan il quale, con arte raffinata si vantava che nelle polemiche egli si sentiva sempre un poco dell'opinione del suo contradditore. Non dice anche lo Spencer che anche in una, falsa opinione c' quasi sempre almeno un granello di verit? Voler sempre avere ragione al cento per cento, non  vera dialettica.
Ma soprattutto, ripetiamo pure, Alfredo Pioda abborriva dalle volgarit. Ricordo in particolare come nell'anticamera del Gran Consiglio fosse seccato della smania di turpiloquio di qualche ex chierico che parlava sboccato per dar prova di essere veramente emancipato da ogni influenza del seminario. I suoi lazzi erano accolti da grasse risa, le quali indignavano l'austero montanaro Oreste Gallacchi, e turbavano l'animo del filosofo nostro aristocratico. A sua intenzione io pubblicai nel mio giornale, "La Riforma" un articolo in cui condannavo il turpiloquio e la tolleranza del turpiloquio da parte delle persone educate, per dar prova della loro indipendenza di spirito. Il mio articolo fu accolto coi soliti lazzi e ci fu il talentone che tir in ballo anche la democrazia.
Democrazia? mi disse Alfredo. S, quella della plebe di Gerusalemme che, davanti al Pretorio, acclamava a Ponzio Pilato chiedendo... la liberazione di Barabba!
Comunque, Alfredo Pioda non fu mai volgare, mai un momento della sua vita. Amava il prossimo: e poich l'amava, ne sapeva compatire i difetti.
Egli visse in tempi burrascosi. I tempi nostri sono assai burrascosi ancora. Il contrasto delle opinioni  oggi maggiore in estensione come in profondit. Se egli insegn alla sua generazione a servire la patria e ad onorare le proprie idealit senza odiare e senza spregiare i propri fratelli, noi faremo il nostro dovere o concittadini, onorando la sua memoria
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2.
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Stefano Franscini quale uomo di stato(41)
Amici demopedeuti!
Io debbo ringraziare il vostro comitato per avermi chiamato a commemorare la grande figura del Franscini, fondatore della nostra societ, in questo bizzarro momento storico in cui un certo gruppo si adopera ad offuscarlo sotto pretesto di glorificare un'altra figura pi recente.
L'elogio di Stefano Franscini  compito della storia. Io mi limiter, secondo le esigenze del tempo e del luogo, a dire di talune delle sue virt di uomo di governo, forte e rettilineo. Di lui si pu dire ci che Carducci disse di Lutero:
Ei di fortezza i lombi suoi prescinse
E di serenit l'alto pensiero
La sua vita fu tutta una battaglia. Dalla sua preparazione quale umile maestro di grammatica, alla sua Statistica della Svizzera (la prima dopo il modesto tentativo di Picot); dalla fondazione del primo istituto di educazione femminile e laica in Lugano, alla Costituzione del 1830 dove il suo nome s'incontra con quello dell'abate d'Alberti, in una irradiazione di idealit che a giusto titolo fu chiamato il primo amore del popolo ticinese.
Prosegu Franscini l'opera sua da queste riforme alle epiche realizzazioni del 1839 e del 1838; dalla carica di segretario di Stato, che copr con tanta distinzione, a quella di consigliere federale, il primo di lingua italiana; dalla sua nascita di umile contadino alla sua morte avveratasi mentre era all'apice della Repubblica.
Franscini fu un rettilineo, ho detto. Non fu mai un fanatico: mai un esaltato.
Il fanatismo, conformemente alle sue abitudini, volle vedere in lui l'eretico, il nemico della fede. No: egli segu la linea di Vincenzo Gioberti, il cattolico autore del Gesuita moderno. I contemporanei di questo maestro fecero di lui un ateo: ma oggigiorno anche i cattolici cominciano a rendergli quella giustizia che gi resero ad Alessandro Manzoni ed a Rosmini, sospettati come lui. Stefano Franscini come Vincenzo d'Alberti si rallega anche alla tradizione dell'abate Parini. A questi nomi s'inchina oggi riverente la storia cos come allora si ribell alla piccineria di quei bigotti che si fanno un Dio a loro immagine al quale attribuiscono tutte le loro deficienze e le loro passioni.
Cos come quella scuola giobertiana credeva ad un Ente supremo, esso attribuiva un valore superiore alla patria.
Non una patria d'occasione, quale avevano cercato i destreggiatori dopo la Restaurazione, ma la patria svizzera alla quale attribuiva una missione superiore. Missione gravida di doveri per tutti i cittadini.
Doveri di elevazione morale anzitutto e di difesa della sua integrit.
Sarebbe stato buon soldato il Franscini se il destino l'avesse volto a questo ufficio. Fu, come uomo di lettere e di studi, uno zelante difensore dell'integrit morale della Svizzera di fronte alle ingerenze straniere.
La sua adolescenza e la sua giovent erano state piene, traboccanti, dei ricordi della grande bufera rivoluzionaria francese, cui segu l'epopea napoleonica, poscia la Ristaurazione. A Vienna il Sacro romano impero era stato ricostruito sotto il segno della Controriforma e del Gesuitismo. Ci aveva due conseguenze di importanza mondiale, umanistica nel vero senso della parola. Per l'Europa era la condanna della democrazia nel senso che l'impero esistesse per la grazia e la volont di Dio. Non i popoli dovevano essere educati a governarsi da s, ma i sovrani e le classi dirigenti dovevano essere ammaestrati al comandare. L'istruzione popolare doveva considerarsi come un pericolo o perlomeno come cosa inutile perch il progresso materiale non pu rendere gli uomini pi felici.
Questa mentalit  quella che domin ancora in Ispagna fino alla fine dell'Ottocento, e che, con gli eccessi della sua naturale reazione, spiega la guerra civile che oggi ancora devasta quella generosa nazione.
Per l'Italia quella mentalit significava il divieto eterno di quella unit che era stata il sogno del divino Alighieri.
Franscini doveva essere e fu un amico ed assertore dell'Unit italiana, e questo suo ideale, quasi religioso, non contrastava menomamente col concetto della Confederazione Svizzera (come avviene presso i bigotti dell'italianit), ma lo integrava.
Una leggenda, pi o meno accreditata, riferisce di un conflitto d'ordine politico che si sarebbe prodotto tra Franscini e d'Alberti a proposito della progettata revisione costituzionale del 1842.
La cosa sta cos. Che dopo la rivoluzione liberale del 1839, (Luvini alla testa) e la controrivoluzione conservatrice del 1841 fosse diventata opportunissima una revisione costituzionale, non fosse altro che per sanzionare il nuovo ordine di cose con un plebiscito,  evidente. Che vi avesse una parte determinante il Franscini non sembra e non pare. Nel nuovo governo e nel nuovo indirizzo il bodiese non poteva aspirare ad una parte di primo ordine in concorrenza con i giuristi Luvini, Battaglini e Galli. A questi aspettava in primo luogo la realizzazione. Fra i motivi di riformare primeggiavano, la definizione della libert di stampa, particolarmente per la riserva delle consuete discipline a garanzia della religione, dei buoni costumi, della integrit federale e delle buone relazioni con le potenze amiche.
Il fatale 1848 non era ancora in vista, ma si presentiva. Altro desiderio era la riforma giudiziaria, con le semplificazioni desiderabili. A queste erano di ostacolo la Riviera, troppo piccola come distretto, troppo grande come circolo.
Vi fu un primo progetto governativo nel quale il Franscini ebbe parte certamente, ma non la principale. Fra l'uno e l'altro erasi tentata la consultazione popolare dei circoli secondo l'uso di alcuni Cantoni.
 in quell'occasione che l'ottuagenario d'Alberti dett i suoi voti del circolo di Olivone che a torto vennero considerati come un ripicco. Da quel breve documento traspare in primo luogo la naturale diffidenza dei distretti montani verso le citt ed il rispettabilissimo zelo degli olivonesi per la difesa dei diritti patriziali: quegli stessi che quarant'anni dopo volle difendere il Respini.
Il progetto Galli, Luvini e Battaglini cadde infatti in votazione popolare. Io non ho nulla da aggiungere n da togliere a quanto dissi altrove: avere sinistramente influito la campagna antireligiosa intrapresa nella stampa liberale, senza vera necessit, dal rifugiato Bianchi Giovini.
Risultato? Siamo, ancora nel 1937, a quel fenomenale pasticcio costituzionale risultante dal testo del 1830, ottimo per i suoi tempi, poi guastato da infiniti ritocchi alcuni dei quali senza costrutto.
Le sue lotte nel 1848, nel 1853 fino alla sua morte a favore dell'indipendenza italiana, sono attestate quasi giornalmente dal suo epistolario, e non sono d'altronde contestate poich gli stessi suoi detrattori d'oggi gliene faranno un rimprovero. Ma Franscini intravvedeva, anzi dal suo alto seggio del Consiglio federale pot chiaramente vedere l'altro lato della questione; l'altro pericolo.
Se il governo austriaco era un insidioso nemico della nostra repubblica: se quel governo, secondo la regola di Metternich si serviva dell'arcidiocesi di Milano (presieduta da un principe austriaco) per influire sulle cose di casa nostra, l'altro pericolo poteva consistere, e gi consisteva, nella eccessiva ingerenza dei profughi italiani, e delle loro intenzioni.
Molto  stato detto sul Ticino e l'Austria nel 1848. Non senza biasimo dell'autorit federale, i cui sentimenti a riguardo dei confederati ticinesi furono tacciati di amore senza stima. Tali critiche vennero da insufficiente conoscenza delle cose. La Svizzera corse i pi grandi pericoli per l'indipendenza degli stati attigui e persino della Polonia, sempre ponendo a grave pericolo l'indipendenza propria!
Altra qualit esimia di Stefano Franscini, che oggi pi che mai conviene di richiamare,  quella dell'organizzatore e conseguentemente del moderato.
Un esaltato pu essere nello stesso tempo un matematico. Uno statista dev'essere un coordinatore d'interessi: uno specializzato nei raffronti economici diventa (se gi non lo  per natura) un uomo d'ordine e di moderazione.
Tale  il Franscini segretario di Stato, il Franscini della "Statistica della Svizzera", il Franscini consigliere di Stato, il Franscini della "Svizzera Italiana", il Franscini preconizzatore dell'Accademia della Svizzera Italiana, del Politecnico e dell'Universit federale.
Nel blocco del 1853, nel pronunciamento del 1855, nei conflitti diocesani, nella secolarizzazione dell'insegnamento secondario, nell'incameramento dei beni conventuali, nelle cure per la organizzazione dei nuovi ginnasi e del Liceo, sempre e dappertutto appare l'opera dell'amministratore oculato e vigilante, opera che culmina nell'opuscolo anonimo delle Semplici verit ai ticinesi sulle finanze.
Questo opuscolo prepar la fatale introduzione dell'imposta cantonale che fu poi realizzata da Giov. Battista Pioda.
Sembra incredibile che questo paese di povere risorse abbia potuto reggere, dalla caduta dell'Elvetica fino al 1855, senza imposte di sorta, mentre gi questo problema era risolto in tutti gli stati d'Europa!
Oh quanti improperi in un'epoca ancora recente, quante ironie sopra l'angelo tutelare invocato da Gian Battista Pioda! Quanta leggerezza e quanta malafede in coloro che negarono sempre il rapporto di causa ad effetto tra la secolarizzazione dei conventi (cominciata gi dai Landamani) e la completa assenza di ogni regolare imposta di Stato!
Ho parlato di malafede.
Perch un partito d'ordine e cattolico possa negare la legittimit dell'imposta, bisogna che neghi allo Stato la legittimit di quelle mansioni delle quali esso intende riservare il monopolio alla Chiesa. Ci ha potuto essere fino alla fine del settecento. Ma dacch lo Stato imprese la costruzione delle strade, (ci che per il Ticino si impose fin dai primi giorni della Repubblica), dacch alle strade vennero ad aggiungersi i canali, le ferrovie, l'arginatura dei fiumi, la resistenza alle imposte era diventata sempre pi illegittima, tanto pi se della prima rete stradale si vuol fare un merito ai Landamani. Tale errore diventava tanto pi grave in quanto le imposte gi c'erano, mascherate sotto la forma di prestiti forzosi a carico dei comuni.
Il libro del Franscini costituisce la storia dei ripieghi finanziari dal primo periodo di cinquant'anni, ed una lezione di lealt finanziaria, che a torto, molto a torto, fu messa in silenzio e quasi generalmente ignorata fino ai giorni nostri.
Eppure ripugna spiegare con la mala fede tutto un periodo di storia!
Ripugna oggi pi che mai, mentre in questa sala ci troviamo riuniti, uomini di diversa fede politica, per celebrare una nostra gloria comune!
Confessiamo dunque un nostro comune peccato, o compatrioti ticinesi, incolpandoci di fanatismo. Il fanatismo politico appartiene (purtroppo) alla nostra tradizione ed ai vizi della nostra educazione. Ancora una volta invece l'autorit dello storico spagnuolo Michele de Unamuno. La confessione dei nostri peccati non  soltanto un dovere dei singoli: nella vita sociale dev'essere anche un dovere delle collettivit: nazioni, citt, classi e partiti.
Solo il fanatismo, eccitato da interferenze straniere, pu spiegare il fatto, altrimenti mostruoso, della coalizione prodottasi nel 1853 contro Stefano Franscini, per abbatterlo dalla sua carica. Coalizione degli amici del governo austriaco con coloro che incolpavano Franscini di aver cagionato il blocco per le sue debolezze verso l'Austria. Cemento di questa coalizione era il disagio popolare per le dure conseguenze del blocco stesso! Fenomeno non insolito alla coalizione dei contrari  la comune violenza del linguaggio. Le lettere di Franscini che voi leggerete con le chiose del benemerito raccoglitore, sono traboccanti di dolore per quel fanatismo che scandalizzava i nostri confederati. Talmente li scandalizz che quando corse la notizia che il nostro Consigliere federale era stato rinnegato e quasi revocato dalla sua carica dai suoi concittadini, subito un altro cantone, quello di Sciaffusa, lo rielesse per conto proprio Consigliere nazionale affinch i poteri di consigliere federale svizzero non gli fossero tolti.
Ma non fu la prima n l'ultima volta che noi abbiamo dato scandalo. Perch sottacerlo in un momento cos solenne? I nostri continui ricorsi a Berna, per contese elettorali d'ogni specie, per pi di trent'anni, hanno molto nociuto al nostro buon nome.
Orbene  lo spirito della nostra societ quello che in ogni tempo ci ha riscattato.  l'opera fransciniana di solidariet confederata: la fondazione delle sezioni ticinesi di Utilit pubblica, di Scienze naturali, di Risparmio!
Tale sia quindi il nostro voto, o Demopedeuti! Continuare nella nobile tradizione del Maestro! Far rivivere il suo biasimo per i fanatismi, per le faziosit. Far rivivere il suo amore per quella democrazia che  basata sulla nobilt delle tradizioni: dei nostri propositi!
Dixi.
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3.
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Carlo Battaglini(42)
Carlo Battaglini, figura degna di Plutarco, fu di cos multiforme attivit e di s vario ingegno, fu cos diverso dagli uomini fra cui visse e cos efficace nel trasformarli, che a ritrarlo occorrer l'opera del libro. E il libro sar quand'uno di voi, giovani che mi ascoltate, riprenda l'opera interrotta di Angelo Baroffio.
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Volgevano sull'Europa giorni affannosi. Il congresso di Vienna aveva riasservito le nazioni a quanto vi poteva essere di pi odioso nelle tradizioni del passato, pur senza poter risuscitare ci che la vecchia vita aveva avuto di nobile e di bello.
La barbarie russa, l'egoismo inglese, la imperial-regia ragion di stato avevano formato una coalizione di tiranni e di tirannelli, ogni cui intento era rivolto a soffocare le aspirazioni dei popoli, ed i popoli s'apprestavano a coalizzarsi in una vasta cospirazione per la libert, che si chiam appunto liberalismo.
Questo liberalismo significava da un lato la libert individuale nel dominio religioso come nel dominio economico, quale i padri della rivoluzione francese l'avevano definita; dall'altro significava supremazia della legge civile sulle tendenze particolariste delle chiese e delle classi sociali, l'ordine nella libert, formula oggi adottata dagli stessi conservatori. Nell'interno dello Stato tutte le tendenze concorrono, lottano liberamente pel loro predominio: neutro e giuridico, lo Stato garantisce l'equilibrio degli interessi morali e materiali della collettivit.
E poich queste idee erano crimen laesae, il metodo del liberalismo poteva essere uno solo, la rivoluzione. S, la rivoluzione anche in Isvizzera, anche nel Ticino dove i patti odiosi del 1814 imposti dalle baionette croate e dalla cavalleria cosacca, non consentivano n libert individuale, n eguaglianza politica.
Il popolo ticinese in ispecie, ancora adolescente, aveva fremuto di sdegno sotto l'oltraggio dell'occupazione napoleonica del 10, si era inalberato come indomito puledro alla costituzione oligarchica del '14, aveva compiuto nel '30 le divine sue nozze con la libert costituzionale, ma era ancora aggirato dall'insidia reazionaria di cui la politica austriaca, idra nefasta, avvelenava la vita civile e religiosa del nostro popolo.
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In queste circostanze entra Carlo Battaglini nell'arrengo politico. Vi entra preceduto da un preludio fascinatore. Quel giovane campagnuolo dalle giuste membra, dalle spalle quadrate, dalla fronte pensosa, dall'occhio fulgido, dalla chioma leonina, dalla parola lenta e solenne in cui cozzano faticosamente gravi pensieri e ne guizzano scintille e lampi di entusiasmi e di sdegni e di luce, quel giovane  gi baciato dalla gloria.  un predestinato(43).
Diacono, a Milano, candidato agli ordini maggiori, la imperial regia polizia ha subodorato in lui un addetto alla Giovane Italia. Egli ha spiegato il catechismo nelle chiese di Milano e il suo insegnamento sente odor di carboneria(44). Attraverso i campi egli ha riguadagnato la terra dei suoi avi - libero e svizzero - ed  andato a studiar leggi a Ginevra. Lo accompagna il demone della politica. Allievo di Pellegrino Rossi(45) dapprima, poi di Victor Cherbulliez(46) ne apprende i principi filosofici e il metodo storico della democrazia, ma in pari tempo prende parte alla spedizione di Savoia(47), sotto gli auspici di Mazzini, armato di quella carabina che doveva diventare un culto per lui e della quale la leggenda riferiva un altro bizzarro episodio(48). E Mazzini che gi lo conosce e lo tratta familiarmente, gli scrive da Soletta dove sta tramando all'ombra del nostro Munzinger(49) quella vasta cospirazione internazionale che fu la Giovine Europa(50).
Scrive Mazzini toccare a lui il compito di organizzare nella studentesca di Ginevra e di Losanna la Giovine Svizzera. Essere la rigenerazione svizzera una condizione essenziale alla libert dei popoli perch solo la Svizzera  al disopra delle influenze dinastiche e delle gelosie nazionaliste(51).
Parliamo di grandi eventi mondiali. Come potremmo arrestarci ai minuti particolari delle prime imprese di Battaglini nel Cantone Ticino?
Ci pensi il giovine che ne scriver la vita. Io accenno ai processi verbali nel Gran Consiglio nel 1837 mentre si discute il Codice Civile. Di colpo conquister la stima di tutti, anche dei pi mediocri oratori, facendoli parlare come un areopago d'Atene.
Accenno alla fondazione della Societ dei Carabinieri, sezione della Societ svizzera dello stesso nome, che per molti lustri sar la sola organizzazione politica del nostro Cantone e di cui egli sar l'anima. Questa societ acquister armi di gran pregio che serviranno un giorno alla rivoluzione lombarda(52).
Accenno alla fondazione del giornale "Il Repubblicano", i cui intenti vanno assai oltre la frontiera, del quale sar principale collaboratore(53).
Accenno alla Tipografia Ruggia, questo grande focolare di cultura dai Ticinesi indegnamente dimenticato(54).
Accenno alle amicizie memorabili cogli uomini d'allora, Giacomo Luvini, Stefano Franscini, Giov. Batt. Pioda, Pietro Peri e soprattutto i Fratelli Ciani; quei memorandi fratelli Ciani i cui nomi vennero quasi cancellati dalle edilizie cittadine, come se fosse possibile cancellare la storia o come se, potendosi, vi fosse storia pi degna e pi onorata della loro(55).
Ma non tacer la rivoluzione del 1839, della quale Battaglini fu magna parte e in cui riprese la sua fida carabina che doveva poi riprendere nel '41 e nel '43 verso la contro-rivoluzione ticinese e nel 1847 come volontario contro il Sonderbund...
O fortunato tu, giovane, che quella storia imprenderai!
Sentirai dentro di te elevarsi l'animo e fiorire i tuoi pensieri in quelle elevazioni, in quelle fioriture che sono gli sbalzi dell'umanit faticante sulla via dell'eterno progresso. Ed avrai la confortevole sensazione di un lavoro utile al presente ed al futuro!...
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4.
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Romeo Manzoni(56)
 I.
Ricordi ed affetti di Brenno Bertoni che gli fu amico e vicino fino all'ora della morte.
Che buona idea avete avuto, voi fratelli ticinesi sparsi nelle lontane Americhe, di commemorare nella vostra Strenna annuale quel dottor Romeo Manzoni nostro compatriota, che ai tempi della vostra giovent, forse gi prima che voi nasceste, ha fatto tanto parlare di s, suscitando tanti entusiasmi, provocando tante esecrazioni - segno d'immensa invidia - e di piet profonda!
Gli errori di giudizio sulla sua persona furono comuni ai suoi nemici ed anche ai suoi partitanti, perch era un uomo difficile da riassumere, un uomo mirevolmente complesso, luminoso, inquieto, che a volerlo fotografare bisognava l'obiettivo delle istantanee moderne, cinematografiche, e perci i ritratti che possediamo di lui, in tela ed in marmo, valgono ben poca cosa.
Ecco come lo descrive Alfredo Pioda, che gli fu contemporaneo (avevano un anno di diversit e lo ebbe condiscepolo alla cattedra di Carlo Cattaneo). Le descrizione  tolta dalle Confessioni di un visionario mentre lo tiene sott'occhio alle Assisi di Zurigo e la Corte d'Assisi federale sta giudicando gli imputati dell'11 settembre 1890 (Vedi in Scrittori della Svizzera Italiana, vol. II pag. 768)
"Il filosofo di Maroggia piega la testa un po' da un lato "quasi cedro troppo grave al picciuol che lo sostiene"".
Il suo cranio spelacchiato e nitido come uno specchio... al solo guardarlo mi fa per consenso nascere un formicolio fitto fitto di idee nel mio cranio, pure spelacchiato. Vedo nell'ampia cavit, cos mirabilmente formata, un grosso cervello, da cui partono infiniti rami di nervi, che finiscono in una pioggia di sottilissimi fili: in certi giardini signorili v'hanno pure pianticelle che si nutrono d'aria, colle barbe spenzolanti da cestelli accesi alle volte delle serre. Cos mi figuro quel cervello. I nervi, coi loro fili, non scendono punto sino a terra, alla realt, ma sono campati in aria, nelle idee: e quivi succhiano impressioni d'ogni maniera, che salgono in fiumane al cervello, il quale poi genera fiumane di mirabilissime teorie, rivestite di splendidi colori, teorie che sono miele per gli amici, assenzio per i nemici.
Non  cos?
La sua parola  sempre vera, perch espressione fedele del sentimento; ma abbraccia del vero cos gran parte, che i pi non ne sanno misurare il giusto valore, e non ne derivano altro che l'ardore della battaglia.
O belligero pensatore di Maroggia, la tua eloquenza passa sulle turbe come una fiamma, le accende e le consuma. Sacerdote del pensiero, stai raccolto nel tempo di Pallade dove prepari le madri venture, e scendi sulle vie con la fiaccola agitatrice solo nei momenti supremi, quando il turbine purificatore passa sul nostro paese...".
Ma questo ritratto del filosofo  preso, come dicevamo, mentre siede in un consesso. Cos come io lo conobbi,  invece nel quadro splendido della sua Maroggia, del suo Istituto di educazione femminile, suo cenacolo dove frequentavano tanti amici ed ammiratori.  vero che io l'avevo gi incontrato varie volte in occasione di pubblici convegni, particolarmente quelli della Societ degli Amici dell'Educazione, ma fu solo laggi che lo avvicinai materialmente e spiritualmente: ai piedi del Monte Generoso. Permettetemi l'immodestia di far rivivere alcune quartine di un mio carme di quando egli pubblic la sua Storia Naturale dell'Uomo:
Oh, Generoso, monte ove fortuna
tanto riso di dolce italo cielo
di conche glauche e d'alti monti aduna
di verde manto e d'iperboreo gelo!...
Ma caro al mesto cuor del tuo poeta
tu pi sei lido ove Maroggia ha cura
tu pi dolce m'arridi onda queta
che l'ombra verde del S. Giorgio oscura.
T'amo, mite Maroggia. Amo il torrente
spumeggiante tra gli olmi e la scogliera
l'ampie ruote a girar solennemente
de le industri officine onde vai fiera.
Amo i pendii boscosi, u' le selvagge
macchie dn l'ombra al pamporcin secreta,
voi dall'onda lambite amene spiagge,
scogli che l'or delle ginestre allieta.
Questa citazione ci porta nel cuore dell'argomento. Quasi tutta l'opera filosofica (e indirettamente anche politica) di Romeo Manzoni si svolse intorno alla grande controversia de' suoi tempi: l'affermazione della scuola positivista di fronte alla tradizione spiritualista quale era intesa dal mondo cattolico specialmente dei paesi latini all'epoca pressapoco di Pio IX.
Nella politica propriamente detta la lotta si era svolta e gi quasi era conchiusa, fra il principio di Sovranit per diritto divino e quello nazionalista. In Italia particolarmente l'idea della unit nazionale, sorta all'epoca napoleonica si era urtata alla tradizione di Carlo Quinto e della Controriforma. Lo Stato era contro la Chiesa perch la Chiesa impediva lo svolgimento dello Stato. La lotta fin con l'Unit d'Italia, con Roma capitale e con la conseguente caduta del Potere temporale. Cavour aveva avuto causa vinta di fronte a Pio IX ed ai suoi cancellieri spagnuoli. Ma appunto in conseguenza di ci, e per associazione di idee, era nata la grande controversia sull'autorit della Chiesa, anzi, della Scrittura nelle materie scientifiche e filosofiche. Il positivismo contro la tradizione dei Santi Padri (pressapoco!) La tesi liberale, romantica, pre-positivista, aveva avuto eccellenti sostenitori anche nel campo cattolico, ma i cattolici di questo genere, come il Gioberti ed Alessandro Manzoni, erano tenuti in suspicione di eresia; logicamente la contesa arriv al positivismo vero e proprio cui appartenne il nostro Romeo e lo mise fin dalle sue prime armi in aperta polemica con la stampa cattolica nella quale primeggiava per coltura e per elevatezza d'ingegno il teologo Luigi Imperatori.
Questa digressione va alquanto nelle nuvole, dir taluno o taluna, ma eccomi al serrare dell'argomento. Il Ticino, che non pretende fare ad alcuno la lezione, ma che nei conflitti culturali non  punto una Beozia, il Ticino ebbe in queste dispute una parte emerita, raccontata con salda competenza e parola chiara dal professor Carlo Sganzini (dell'Universit di Berna) nel suo studio sui Moralisti e Pedagogisti ticinesi, anche quello nel II Vol. degli Scrittori della Svizzera Italiana, particolarmente nei capitoli Romantici e Progressisti (pag. 1131) e Il positivismo (pag. 1134).
Dalle sue parole raccolgo questo giudizio che conferma pienamente quello da me accennato altrove e che qui viene messo in piena luce:
"Romeo Manzoni  nel suo fondo pi homo religiosus che filosofo".  un cosiddetto materialista che vuole spiritualizzare la materia, alla maniera dei platonici e che infuria contro quegli spiritualisti che finiscono col materializzare lo spirito. La critica che lo Sganzini fa del nostro Romeo (a pag. 1144)  rigorosamente scientifica.
La lotta fra il positivismo e la tradizione non sar forse mai finita. Per tranquillit del lettore diremo qui che alla morte di Romeo Manzoni (1912) era gi entrata in una nuova fase. Con Leone XIII il Vaticano assunse un'orientazione scientifica che prima non aveva. L'arma principale dei positivisti era questa, che l'autorit della Bibbia  incompatibile con la scienza: la creazione non  durata sette giorni ma forse settemila secoli... Mos ha inventato una leggenda! Rispose il Vaticano che la mitologia mosaica non fa parte integrante della Rivelazione, bens  rivelazione l'insegnamento morale in essa contenuto. Cos hanno ritenuto Sant'Agostino e San Tomaso, padri della Chiesa! Mos non si  incaricato di fare ai pastori ebrei erranti nel deserto un corso di geologia n di paleontologia: ha insegnato loro la verit eterna, l'ordine morale, servendosi delle loro tradizioni, cos come essi la potevano comprendere. Insigni apologisti francesi hanno tosto intrapreso su queste basi una nuova difesa del cristianesimo sul terreno stesso dell'evoluzione scientifica. Gli ultimi positivisti citati dal Manzoni nel Problema biologico e psicologico (1906) sono gi di un grado superiore a quelli della generazione precedente, ma poscia sopravvenne nel mondo filosofico L'Evolution cratrice di Bergson (verso il 1907) a ricostruire l'idea spiritualista. Negli ultimi anni il nostro Romeo aveva studiato Bergson. Di un suo avvicinamento a quel nuovo stato d'animo fa testimonianza l'elogio funebre che ne fece Francesco Chiesa, reperibile nel volume degli Esuli, come introduzione.
 II.
Ma ormai veniamo alla descrizione fisica dell'Istituto; lo stesso che oggi alberga (vedi destino!) il Collegio di Don Bosco.
Un lungo fabbricato, fatto apposta per uno scopo consimile, fiancheggia col suo lato minore la strada cantonale e fronteggia un vasto terreno; prato, orto, vigna, con diverse grandi serre di piante nostrane ed esotiche: limoni, aranci, e lo strano albero del caff. L vicino la bocca della Mara che vien gi da Arogno e d il nome al paese. Da qui si tragitta oltre lago alla riva ed alle cantine di Pojana, appiedi del San Giorgio dove il nostro amico ha una ben fornita cantina. Al momento di partire si stendono le reti alla bocca del rivolo, si gettano alcuni sassi ed ecco che le reti si riempiono di guizzanti pesci pronti per la friggitura. La boscaglia dietro i grotti  folta folta, piena di ginestre e di pamporcini. Uno scenario idilliaco bello e fatto!
Il lungo fabbricato d a tergo su certi cortili ed angiporti primitivi. Dentro  tutta una fuga di sale, di salotti, di scuole. Sopra, agli altri piani, i refettori, i lavatoi, e finalmente i dormitoi. Ogni signorina ha la sua finestra. Le allieve non sono molte, una trentina in tutto, provenienti da tutti i paesi, specialmente dalle colonie ticinesi all'estero. La scuola ha titolo di internazionale: vi sono allieve che han fatto le prime scuole in tutte le lingue: perci le maestre sono relativamente numerose. Anche per ragion di materia, poich a Maroggia si insegna anche la musica, molta musica, e il ballo.
Questa del ballo  una cosa che d scandalo. Negli altri collegi di ragazze c' l'ordine di chiudere le finestre appena si sente un ballabile! C' anche i bagni, cosa contraria ad ogni consuetudine di quei tempi quando a parlare di un odierno bagno-spiaggia si sarebbe sollevata l'indignazione di tutto un popolo. In quel tempo alla Camera spagnola un deputato poteva vantarsi che lui, cinquantenne, non si era bagnato mai in vita sua!
Le lingue viventi erano naturalmente curate: francese, tedesco, inglese; ma la gloria dell'istituto erano le lezioni di letteratura, tenute dal Maestro. Una letteratura tutta diversa da quella dei soliti programmi nei quali ogni lingua  confinata, trincerata, in un campo chiuso. La letteratura italiana assorbiva in s medesima la storia della coltura, e con essa un largo riflesso dell'ellenismo e della latinit.
Io fui pi d'una volta esaminatore, cio invitato come tale agli esami. Oh la gioia spirituale di quegli esami cos diversi da quelli burocratizzati del tempo presente, veri tormenti delle anime giovinette, freddi, aritmetici, compassati, nojosi! In quegli esami, tenuti in forma di accademia, presenti i genitori, presente il pubblico, con un non so che di solennit festiva, non mancava l'intermezzo danzante, n quello musicale. Ricordo le ragazze in costume rappresentare un atto della Lucrezia Borgia, in ispecie il coro
Ella  donna che infame si rese
Che orrore sar di ogni etade:
Ricordo i graziosi minuetti in costume, ch'erano anche lezioni di buon contegno in societ!
E quelle signorine ascoltavano il loro Maestro e lo adoravano, come veneravano la Direttrice, la buona, l'angelica signora Rosa Manzoni, che amministrava e presiedeva al buon ordine.
Fra esse ricordo due nomi, due caratteri tipici affatto nostrani. La signorina Groppi, campagnuola, diventata poi maestra, diventata la scrittrice Carloni-Groppi di Rovio che tanta parte ebbe nella preparazione dei libri di lettura per le nostre scuole e nella creazione della letteratura infantile, coi suoi Semi di bene. Ricordo la signorina Lauretta Perucchi, diventata poi la scrittrice Rensi-Perucchi, che ebbe parte nella lotta di letteratura positivista dell'illustre suo marito... Altre ancora dovrei ricordare distintesi nelle scuole, nella buona societ.
 III.
Accanto a quel Romeo Manzoni conobbi il ferace autore del libro Da Lugano e Pompei con Ruggero Bonghi, del quale d un giudizio ed un saggio pi che lusinghiero il nostro scrittore Giuseppe Zoppi nella succitata opera sugli Scrittori Ticinesi, Vol. I pag. 85, riproducendone due splendidi brani (pag. 251 e seg.). Conobbi lo scrittore popolare e divulgatore scientifico, nella Storia naturale dell'uomo, dove si attenta di spiegare darvinisticamente il positivismo al mondo operaio, e nel Prete. Il Prete fu tradotto in ispagnuolo e pubblicato a Buenos Aires sotto il titolo El fraite che ebbe buona accoglienza in un determinato pubblico di laggi.
Di natura pi aristocratica (diciamo cos) sono La Mente di Giordano Bruno, poscia il Problema biologico e psicologico dedicati ai filosofi pari suoi.
D'altra natura ancora il volume postumo sugli Esuli italiani, pubblicato a cura di Arcangelo Ghisleri ed altro il suo Vincenzo Vela, grosso tomo riccamente illustrato, in lingua francese, coi tipi di Ulrico Hoepli.
In tutta questa prodigiosa attivit letteraria Romeo Manzoni dimostr un errore costante, dovuto probabilmente a certe scontrosit dei suo carattere. Non ha mai avuto un editore tale da farlo conoscere e riconoscere in Italia. Gli dissi un giorno: bada a questo paradosso, che  l'editore che fa il libro: lo scrittore gli fornisce solo la materia prima. Ebbe per il suo Vela il primo editore d'Italia: non so perch si guast con lui e quasi lo vilipese.
Ne risult un volume splendido come stampa, ma rovinato nella cucitura. Un libro che va a fogli se non sia subito rilegato. Tutti gli altri suoi volumi sono come stampati per carit, da editori ignoti e quasi clandestini. Rimasero perci esclusi dal commercio librario in Italia: passarono senza che la critica professionale se ne accorgesse.
Forse egli ignor l'arte di curvar la schiena. Forse l'amore del patrio Ticino lo indusse a concentrare qui tutta la sua opera di propaganda. Certo  che nel suo periodo di massima attivit, dal 1880 in poi, parecchi raggiunsero in Italia una fama notevole e quasi la celebrit, che non erano tali da giungergli all'ombelico.
Egli cercava il popolo, pi che i lettori delle Riviste, ed in ci aveva un punto di contatto con Alfredo Pioda. Veggansi nella citata opera degli Scrittori Ticinesi, Vol. I. pag. 724 e 727 il discorso dell'uno e l'elegia dell'altro in morte di Aug. Mordasini.. Che poteva importare, il povero Augusto, alla Coltura italiana dell'ottocento? Ma i due vedevano il mondo dal loro modesto loco natio. Avevano poi torto?
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Ho adempito il mio compito, fratelli lontani, il meglio che ho potuto. Sar contento se la mia parola avr servito a riavvicinare anche solo due anime ticinesi, nel rispetto e nell'amore che noi dobbiamo ai nostri maggiori.
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5.
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Roccabella(57)
 I.
Da pochi mesi ero tornato dall'Universit quando il mio fratello Mos Bertoni, naturalista appassionato, mi condusse a Minusio a visitare il suo amico Rinaldo Simen la cui villa era tutto un giardino botanico.
Fui presentato. Lui mi apparve quale lo descriver molti anni dopo Alfredo Pioda. L'atleta, il ginnasta, il lottatore imponente. La sua signora, oggi troppo dimenticata, la dama del gran mondo, straniera, parigina, dal parlare aristocratico nella forma: democratico nel concetto.
La Roccabella , come sapete, quasi uno scoglio che domina il lago nella sua parte superiore, l dove nei tempi preistorici approd la civilt mediterranea alla ricerca dei valichi alpini. Dinanzi, assai vicina, la Verbanella dove poc'anzi aveva vissuto e poetato Angelo Brofferio, il simpatico Branger del liberalismo piemontese e cisalpino. Su dietro alla Roccabella la Baronata, propriet di Carlo Cafiero e del nobile russo Bakunine, dei quali avevo sentito a parlare con tanto entusiasmo a Ginevra, nei circoli socialisti e comunisti, internazionali. Quella specie di castello era diventato il rifugio di tutti i principali profughi d'Europa, miseri naufraghi delle rivoluzioni di Parigi, di Polonia, della Russia e della Spagna, con piena la testa e pieno il cuore di utopie contrastanti, cos quale ce lo descrive lo scrittore vivente, Riccardo Bacchelli, nel suo strano volume: "Il Diavolo a Pontelungo".
Dove trovare in Europa, in uno stretto cerchio di qualche chilometro di raggio, un cotale Olimpo di bellezza, di poesia, di memoria e di speranze?
Fu in questo magico ambiente che matur la personalit politica di colui che doveva essere il duce vittorioso, poscia, per una generazione, il maestro del liberalismo ticinese.
Modeste le sue origini. Figlio di Rocco Simen, gi capitano delle milizie sopracenerine, egli appena aveva fatto la quinta tecnica a Locarno. Dopo uno studio commerciale a Zugo era entrato, lo attendeva quasi per destino, nella locale Societ di Ginnastica, dove egli si afferm tosto, non soltanto per le doti fisiche, ma quale organizzatore ed oratore. Nella lotta aveva conseguito una terza corona federale, ma le sue qualit di mente avevano fatto di lui il capo dei ginnasti di tutto il nostro Cantone quando ancora i capoccia della reazione, non escluso Respini, si tenevano lontani dalle sezioni federali di ginnastica come da un'opera del demonio.
Per questa guisa le societ di ginnastica diventavano automaticamente la milizia attiva del partito liberale. Rinaldo si trov a esserne il Duce.
Il suo matrimonio con Caroline de Guv des Touches, vedova di un generale russo morto a Locarno, lo decise a lasciar l'impiego ed a farsi capopartito.
...Or eccovi il suo ritratto secondo Alfredo Pioda nelle Confessioni d'un visionario (v. anche "Scrittori della Svizzera Italiana" Vol. II. pag. 766), descrivendo le Assisi federali di Zurigo del luglio 1891.
"Il primo a sinistra, dietro gli avvocati,  il Presidente del Governo provvisorio: potente in tutta la persona, con un torace che Dio guardi riceverne un urto: una fronte quadrata, che rivela una saldezza straordinaria di propositi: un naso lungo e dilatantesi alla base, appunto come chi stia largo in gambe a reggersi pi sicuro, che rivela una diligenza grande di osservazione: due occhi bruni, piccolini, un po' acuti, da miope: nell'atto di riflettere o di leggere, quegli occhi stanno l, immobili: nell'atto di osservare e di ascoltare girano in tondo, con una rapidit singolare: si direbbe che il cervello da cui dipendono, li avventi in qua ed in l ad abbracciar tutto l'oggetto osservato, a succhiar direttamente dal viso, dai gesti dell'interlocutore quello ch'egli vuol dire, precorrendo le sue parole:  un cervello che s'indugia proprio solo quando  necessario per i gradini delle premesse e poi gi nel bel mezzo della conclusione."
"La vita pratica gli  pungolo severo, ed egli crederebbe venir meno al suo dovere se si perdesse per inutili rigiri, se non mirasse sempre, nelle piccole come nelle grandi cose, dritto allo scopo. Tal' quella natura d'acciaio tempratasi lentamente in vent'anni di contrasto politico: egli ne  per cos dire la storia vivente e la conosce non solo, ma la sente in ogni particolare. Come poi nel contrasto politico egli ebbe sempre la parte del tribuno, cos visse sempre in mezzo al popolo, ne assunse ogni intimo sentimento, ogni intimo desiderio e ne penetra il cuore colla parola forte e dolce ad un tempo. Egli trova la via per cui far scendere nelle moltitudini le proprie idee, perch sa vestirle di forme rispondenti al concetto delle moltitudini. E l  il punto veramente arduo: predicar belle teorie, non  difficile: basta sfogliazzare qualche libro: riescirebbe, ipotetici lettori, persino il Visionario, col gusto, per altro, di non esser capito: ma rendere intelligibili e possibili quelle teorie, trovar nelle menti e negli animi la commessura per farvele penetrare, farne fattrici di storia, ben pochi ne sono atti: ci vuole un tal corredo di attitudini e di qualit, che di rado si riscontrano in un sol uomo. Attitudini intellettuali svolte con un esercizio incessante, qualit morali mantenute nitide colla rettitudine degli intenti, alti cos da vestir gli splendori di una fede."
Alle Assisi di Zurigo dove tanta ira di parte era concentrata, la deposizione di Rinaldo Simen fu una sorpresa per tutti. I pi si aspettavano uno sfoggio di rettorica. Il Journal de Genve (proprio quello!) si era compiaciuto che i dibattimenti avvenissero in tedesco, con traduzione, per smorzare i fuochi rettorici. La deposizione fu di puro stile protocollario, riassumendo, a misura dell'interrogatorio, tutto il periodo politico precedente. Ad un dato punto il Procuratore pubblico incalza per sapere le singole partecipazioni dei membri del Governo provvisorio.
- Sarei dunque obbligato, chiede Simen, a farmi delatore dei miei colleghi?
- No, interviene il Presidente, ma le vostre reticenze sarebbero necessariamente interpretate contro di voi.
- In tal caso, dichiara Simen, preferisco rispondere io per tutti!
- Ecco l'uomo!
Quando poi il capo del Governo provvisorio entr per comizio di popolo nel piccolo Senato svizzero, erede delle austere tradizioni dell'antica Dieta, tutti si compiacquero della seriet e moderazione del rivoluzionario.
I suoi primi atti, entrato in governo a capo del Dipartimento della Educazione, avrebbero dovuto essere per purgare le scuole del fanatismo settario (non oserei dire religioso): e qui cominci ad incontrare qualche biasimo nel suo proprio campo. Qualcuno voleva che mettesse immediatamente alla porta il teologo Imperatori, direttore della Normale maschile. Questi vi era entrato da pochissimo tempo in sostituzione di una serie di facinorosi e di incapaci denunciati dalla stampa liberale. Aveva dato buona prova. Simen dichiar che lo avrebbe s sostituito con un laico, ma solo quando avesse avuto il candidato idoneo. Sospinto a proibire il catechismo nelle scuole vi si rifiut. Riform d'urgenza l'insegnamento primario abolendo gli ispettori di carattere politico elettorale e sostituendoli con l'ispettorato di carriera e si intese con Alfredo il dottissimo, per la riforma dell'insegnamento secondario, cos come ho narrato nella mia conferenza su Alfredo Pioda...
In questa sua attivit Rinaldo Simen si mostr pi che mai uomo di governo perch ebbe a resistere pi ai suoi amici politici che ai suoi avversari, pi alle raccomandazioni che alle minacce.
Il malcontento arriv ad un punto che un giorno Romeo Manzoni, celebrandosi il trasporto delle ceneri di Franscini da Berna a Bodio, os definire il regime di Simen come il Governo della paura. Simen neg la sua firma ed il suo appoggio anche all'iniziativa promossa da Leone de Stoppani e Demetrio Camuzzi per l'abolizione della Legge sulla libert della Chiesa (cos detta legge ladra), e per il ritorno puro e semplice alla legge del 1855 che sanzionava la Chiesa di Stato. Iniziativa che poi cadde disastrosamente in sede di comizio.
Cos'era avvenuto?
Forse che Manzoni e Simen, i due principali promotori della Rivoluzione, avessero preso ad odiarsi?
Niente affatto, poich Simen insisteva offrendo il suo seggio a Romeo Manzoni, perch in governo ci entrasse lui; perch egli si caricasse della responsabilit.
Egli  che la Roccabella e la Baronata sono assai vicine, ma un abisso le separava. L'abisso che sta fra le illusioni e la realt.
Cosa di pi nobile e santo che l'illusione di Bakunin?
Il comunismo, anche il socialismo ebbero pagine d'oro nei loro primi sogni di redenzione umana. In Italia, per non dilungarci, ricordiamo Carlo Cafiero, nato milionario, morto povero, che am il prossimo pi di se stesso. Negli ultimi tempi entrarono Edmondo De Amicis, negli ultimissimi un Bissolati, un Lombroso, un Ferrero ed altri. Che colpa ne avevano i fondatori se le loro illusioni non si realizzarono, se non potevano realizzarsi? Quelle loro illusioni noi non dobbiamo disprezzarle e tanto meno ci lice vilipendere coloro che ancora ne sono vittime... a condizione che sieno sinceri.
Le illusioni passate devono esserci scuola ad evitare delle illusioni nuove, mi avverte Francesco Chiesa.
 II.
Quel nido d'utopie, ch'era prima la Baronata, era ormai disperso, ma le utopie, seguendo un loro destino forse provvidenziale, avevano mutato forma, pur rimanendo in tutta la sostanza. Il concetto metafisico dell'anarchia rampollava dal suo ceppo eterno.
L'uomo  onesto e buono per natura.  la societ che lo rende ingiusto e malvagio coi suoi egoismi. Quando tutti i privilegi saranno aboliti, cominciando dalla propriet privata, quando sar abbattuto il trono simbolico del Re del Cielo, l'umanit redenta non avr pi bisogno di leggi n di catene: praticher il bene per istinto, cos come l'ape succhia il miele dai fiori e lo raccoglie nei suoi favi.
Nel nome di Maya la mitologia indiana simboleggia in una deit unica la forza creativa e l'illusione suprema. Quanta rivelazione! E poi dicono che le religioni sono cose stupide!...
No, indimenticabile Romeo, no ingenuo Milesbo, non  il concetto della divinit quello che intontisce gli uomini ed annega la Ragione, ma l'essersi fatto un Dio d'oro e d'argento. No, eroico amico Conte Sforza, non son soltanto i dittatori che potranno uccidere la democrazia, ma pi l'incanagliamento delle stesse forze democratiche!
L'errore del sentimento, l'errore della ragione, non uccidono. Per legge di natura secondo i filosofi, per volere della provvidenza secondo i teologi, l'errore di giudizio  insito nella creatura umana. Pio Baroja, il filosofo novelliere basco, profeta dell'attuale babelico disordine di Spagna, ha messo d'accordo il racconto della Genesi colla filosofia di Em. Kant.
La conoscenza del bene e del male non vale ad abolire il dolore umano, ma l'aggrava. Per, aggiungo io, l'ubriacatura di No ha compromesso la salvazione dal diluvio.
Oh, quante ubriacature nella storia del mondo e particolarmente in quello politico! Lasciamo tutto quello che si pu imparare dai libri! Stiamo ai tempi nostri!
La guerra, la grande guerra fu il risultato di una precedente ubriacatura nazionalista.  dimostrato, ma la sua durata, ma il suo esito furono anche il risultato di un'ubriacatura contraria.
Il militarismo  una truffa: la guerra  impossibile, giurava Jean Faurs ancora il giorno in cui fu trucidato. La guerra  impossibile, giuravano ad una voce a Lugano, ancora nel 1910 Romeo Manzoni, Antonio Fusoni, Virgilio Lampugnani e Milesbo!
Le ragioni che ne adducevano erano logiche, precise, verosimili. Ma essi erano ebbri degli alcaloidi pacifisti. N bisogna condannarli perch ancora dopo la guerra, dopo la inutile strage di 20 milioni d'esseri umani, vennero nei parlamenti i deputati di prima della guerra, come prima della strage, a declamare sulla inutilit degli armamenti, vennero le ragazze socialiste nei comizi ad invocare la grande memoria di Tolstoi per convincere della inutilit della difesa, anzi del dovere morale di non resistere alla violenza.
La guerra doveva essere una gaja passeggiata militare per il pazzesco Guglielmone. In Italia la stampa affacci tosto l'idea che dovesse durare tre mesi e non pi. Napoleone Colajanni dopo due mesi scrisse sul "Secolo" che poteva benissimo durare sei mesi. La guerra dur quattro anni e mezzo, ma non fu mai finita e continua tuttora. Ma la grande illusione non  cessata ancora ed ancora  dubbio se il proletariato svizzero potr accettare il bilancio militare.
N erano meno ubriacati i belligeranti.
Gli stessi giornali che tre mesi prima giuravano che la Germania avrebbe necessariamente perduto la guerra perch non aveva pi un soldo, n di denaro n di credito, sbraitarono tosto che la Germania doveva pagare: non cinquanta miliardi, non cento, non cinquecento, ma mille miliardi, in contanti, attesoch si en Atlemagne les caisses de l'Etat sont vides les caves des privs regorgent d'or. E la folla plaudiva ebbra di entusiasmo.
Di peggio avveniva in Italia ove gi prima dell'armistizio eran giunte le notizie della rivoluzione russa. Ma di ci non voglio pi parlare.
La fredda Albione non perde la testa, ma la fa perdere agli altri soffiando nel fuoco dei nazionalismi.
La Germania umiliata nel suo orgoglio, ancora furente per la sofferta fame, si rinchiude dapprima nella repubblica senza repubblicani e prepara una troppo facile rivincita.
Per tutta la guerra gli alleati hanno urlato che il popolo tedesco era barbaro, selvaggio, sanguinario, inaccessibile ad ogni coltura. Non ci fu mai arte tedesca, n filosofia. Goethe ed Emannuele Kant non furono altro che goffi imitatori... Uno scopr che la civilt di Creta e di Micene fu distrutta, or son tremila anni dai Dori et que les Doriens taient des "boches"!
Di ripicco il "boche" ristampa tutto il vecchio frasario di Fichte. Non ci fu mai nel mondo altra coltura che la germanica. I tedeschi sono il popolo eletto da Dio e c' un Dio solo, quello dei Wichinghi.
La croce dei cristiani mediterranei  stroppiata. I mediterranei sono dei bastardi degeneri, corrotti, servili, Heil Hitler!
E in questo uragano di bestemmie la civilt d'Occidente declina, l'Oriente riabilitato solleva la testa giallognola dagli occhi obliqui.
La Societ delle Nazioni, questo bel castello rimasto in aria perch vi si sottrasse quella America che l'aveva ideata e proposta, si sfascia in una "frana" di ideologie contradditorie fra le quali lo Svizzero si affatica a conservare il sentimento costruttivo, appoggiandolo ai frammenti delle realt storiche.
Quello svizzero  un nostro compatriota! Non indugiamoci a giudicare chi, di fianco all'opera sua, disperde le proprie riserve d'idealit, pensando alle vittime della faziosit spagnuola, o magari ai fati di una dinastia africana!  consuetudine che nei giorni di disinganno, o nei ribollimenti del mondo straniero, qualche idealista si disperda. Sono fenomeni superficiali e passeggeri. Intanto per ogni zolla del patrio Ticino freme di una corrente nuova di spirito nazionale. L'appello alla tradizione  generale. Fra pochi giorni la "Demopedeutica" far rivivere la memoria e la tradizione di Stefano Franscini, mezzo secolo della nostra storia.
Oh tregua, tregua, amici di Minusio! Tregua alle aberrazioni o ticinesi! Ricordiamo i nostri maestri di tre generazioni, quella di d'Alberti, quella di Franscini, quella di Rinaldo Simen!
Essi non perdevano mai la testa! Essi non scimmiottarono mai le idolatrie straniere, essi non rinnegarono mai le patrie tradizioni per i fanatismi esotici.
Soprattutto essi non si lasciarono mai ubriacare dalle parole, dalle frasi, dalle declamazioni.
Anima serena di Rinaldo Simen, soccorrici della tua memoria! C'illumina, o Roccabella!
 VI.
Un grande giurista morto
e una grande utopia viva(58)
 morto pochi giorni or sono ad Ascona uno dei pi illustri giuristi svizzeri, Fritz Fleiner, che non pu senza ingratitudine essere dimenticato in alcuna parte della Svizzera, e tanto meno qui nel Ticino, terra che tanto amava e dove da diversi anni passava le sue vacanze, prediligendo Brissago, poscia Ascona dove si era procacciato un "Villino" che fu il suo nido postremo.
Fritz Fleiner mor in titolo di Professore emerito dell'Universit di Zurigo cominciando dal 1915; ma gi prima era diventato all'estero una celebrit. Ad Heidelberga dove prima insegnava, era diventato (cosa ben rara data la sua qualit di allogeno) presidente della Corte di diritto amministrativo del Granducato di Baden, ed aveva pubblicato quelle Istituzioni del diritto amministrativo tedesco che fecero testo per tutta la Germania e per gli stranieri.
Portato dal suo temperamento all'universalit (anzich al nazionalismo) della dottrina, aveva molto viaggiato a fine di studio e di orientazione; la Francia, l'Italia, gli Stati nordici. Lo attesta l'elenco delle sue opere, come le riforme del Concilio tridentino in materia matrimoniale (opera lodatissima da un Cardinale vivente), un volume sul divorzio di Napoleone, un altro sulle evoluzioni del diritto ecclesiastico cattolico nel 19 secolo, altro sulle mutazioni del diritto civile ad opera delle riforme di diritto pubblico, altro sui concetti giuridici dei francesi, altro ancora sulle evoluzioni del diritto pubblico.
Vastissima la sua sfera d'azione, ma pi alta ancora che vasta. Mai la dottrina del Fleiner discende a raso suolo: sempre si attiene ai problemi ardui e (pare impossibile) tenendo sempre le quote pi elevate mai non si perd nelle nuvole.
La guerra lo ricondusse nella Svizzera in un momento nel quale la patria aveva gran bisogno di lui. Nel clima storico della grande conflagrazione fra l'Europa imperiale e l'Europa democratica egli si annunciava con due opere maestre: Stato democratico e Stato burocratico, e La Politica come scienza positiva.
Il consigliere federale Mller ("der rote Mller" l'ultimo della vecchia tradizione radicale) gli affid l'incarico di progettare un Tribunale amministrativo, o diciamo meglio La giurisdizione amministrativa che riempisse il vuoto tra il diritto privato (il nuovo CCS) e il diritto pubblico di vecchio stile. Improba impresa alla quale doveva accoppiarsi la corte disciplinare per gli impiegati ed altri subalterni della Confederazione, sempre pi numerosi e sempre bisognosi cos di freno come di protezione.
Freno certamente, perch il contagio francese, non meno di quello tedesco faceva serpeggiare il malcontento con le solite "rivendicazioni"; protezione perch un altro contagio, quello dei regimi autoritari, voleva che la disciplina fosse imposta ma che il funzionamento fosse adeguatamente protetto contro l'arbitrio dei superiori.
La questione maggiore era per quella di principio, se la legge istituente la giurisdizione amministrativa dovesse contenere una clausola generale contro tutti gli abusi d'ordine amministrativo e particolarmente del Consiglio federale. Qualche cosa del genere del Ricorso al Tribunale federale per diniego di giustizia o sul genere del ricorso francese al Conseil d'Etat noto sotto il nome di appel contre l'abus. La maggior parte dei Consiglieri federali erano ostili, o perlomeno titubanti, di fronte a questa tutela giuridica sulle loro funzioni amministrative e volevano limitare la facolt di ricorso ai casi determinati e specificati dalla legge.
Fritz Fleiner temeva pi l'arbitrio dei funzionari che quello dei Giudici. Accettava il principio della clausola generale, ma voleva un vero tribunale amministrativo, superiore, non troppo numeroso ma indipendente, con sede propria (si prevedeva Basilea) composto di giudici che fossero bens dei giuristi di grido, ma anche persone rotte all'esperienza amministrativa, come ex consiglieri federali, ex consiglieri di Stato, abituate a considerare il lato pratico delle cose.
Altri propendevano per una sezione del Tribunale federale, che sarebbe stato convenientemente aumentato.
Guardatevene bene, diceva il Fleiner. Il giudice ordinario, il giudice civile,  portato a vedere pi il lato dottrinale del caso in esame che la portata pratica della decisione. Il giudizio amministrativo deve essere specialmente rivolto alle conseguenze pratiche, le quali possono variare all'infinito...
Io facevo parte della "Experten Kommission", come gi per il Codice Civile, e propendevo per il sistema e la dottrina di Fleiner...
Gir la ruota del destino. Entrarono due nuovi consiglieri federali sempre pi avversi alla clausola generale. Gir anche la testa di Madama Europa nel turbine economico della guerra e della malapace. Uno dei nuovi consiglieri federali si manifest giorno per giorno sempre pi propenso all'economia comandata. Fritz Fleiner era di troppo. Il suo mandato fu trasferito a due Giudici federali che facessero della giurisdizione amministrativa e disciplinare una sezione nuova del tribunale federale, col confacente aumento dei giudici. L'"Experten Kommission" continu a funzionare, ma il sottoscritto non tenne pi note. Aveva perduto la fede. Finito il progetto definitivo e venuto davanti le Camere io fui, credo, il solo che fece iscrivere a verbale il suo voto contrario al nuovo ordine di cose.
La quasi unanimit del parlamento incoraggi l'economia comandata fino alla misura recentissima di contingentare la polenta ai contadini ticinesi perch le vacche del Mittelland erano troppo grasse e di invitare il Ticino a ridurre il numero dei suoi maiali (nelle nostre valli ne hanno in media uno per fuoco) perch il tale dei tali nel cantone di Berna da solo ne aveva trecento!
Cos giudicava il funzionario, onestissima e coltissima persona, solito a vedere il mondo a traverso le lenti dei suoi occhiali. Siamo o non siamo eguali davanti alla legge?
E cos giudicano e giudicheranno altri cento o quattrocento personaggi qualificati per la carica, sostenuti da tutto il loro seguito. E cos sar sempre peggio a misura che saranno le singole categorie a dettare le "linee direttive".
Il povero Fritz Fleiner, che voleva difendere il Volkstaat (lo stato popolare) contro il Beamtenstaat (lo stato burocratico)  morto a tempo per non vedere forse la turba dei funzionari seguita, applaudita dalle masse dei salariati, pronte a seguirli, a sostenerli con le iniziative popolari. Quindici, trenta, cento iniziative, organizzate all'osteria, ci che rima ineccepibilmente con democrazia!
Hai fatto bene a partire per il gran viaggio, povero Fleiner! Tu eri la minoranza. Una sconfessata minoranza di democratici d'Accademia! Di accademici che la democrazia svizzera l'avevano distillata, sublimata attraverso le storte e gli alambicchi dei secoli, a traverso i dottori dell'umanit.
 VII.
Stefano Gabuzzi(59)
...L'uomo di cui deploriamo la perdita  una delle pi maschie e tipiche figure della sua generazione. Una generazione entra nella vita pubblica al momento della sua capacit civile e politica e del conseguimento della propria dignit militare. In quanto l'individuo abbia seguito la via degli studi gi la maturit degli studi stessi gli apre l'animo all'universalit dei sentimenti e delle passioni. Or quali cose vide e conobbe l'animo del giovine patrizio bellinzonese in quel giro di tempo fra le classi ginnasiali a Bellinzona e le sue prime affermazioni nella vita pubblica!
L'Italia conseguiva, dopo sei secoli di aspirazioni intellettuali, la sua unit politica; la storica finzione giuridica del Sacro Romano Impero si era sfatata a Sadowa; si costituiva a Versaglia il secondo Impero germanico sotto il primato della Prussia protestante; cadeva dopo dodici secoli il potere temporale dei Papi; rinasceva la Repubblica francese sotto le insegne di Gambetta: si scatenava in Germania la bismarchiana lotta dei culti con le sue ripercussioni in Svizzera; si decideva e si compiva la ferrovia del Gottardo, che era la Via delle Genti...
Quale generazione vide mai altrettanto da Carlomagno, o dalle Crociate in poi?
In un clima storico come quello, la mente d'un giovine studioso si apre necessariamente e si tempera ai concetti universali, ai sentimenti superiori, avulsa alla volgarit, alle banalit, alle piccinerie. Stefano Gabuzzi ne port l'impronta per tutta la vita. Anche da vecchio, quando il pessimismo del secolo aveva forse affievolito il suo senso dell'universale umanistico, anche quando un'ossidazione pessimistica aveva cominciato a rodere la sua tempra robusta, egli conserv quella impalcatura che s'era costrutta in giovent. Impalcatura fatta di classicismo, sempre rinascente nel suo amore per le lettere, di tre distinti idiomi, rinforzate di cultura giuridica attinta alle Universit germaniche ed ai germanici indagatori: idealit liberali francofile condite di agnosticismo religioso.
Quando otteneva la sua licenza liceale ad Einsiedeln, il Cantone Ticino usciva appena dalla sua grave lotta interna per la Capitale stabile, che aveva segnato una tregua fra le lotte di partito. Quando si addottorava ad Heidelberga la Svizzera si agitava per la Riforma federale.
Le prime manifestazioni politiche di Gabuzzi furono appunto per quella Riforma, ed era sotto gli auspici di Giovanni Jauch e sotto la scuola del Canonico Ghiringhelli il quale molto presagiva di lui.
Compiuta felicemente la riforma, costituito il Tribunale federale, cominciata l'opera di unificazione del diritto (capacit civile, Stato civile, Codice delle Obbligazioni, procedura esecutiva), egli si diede anima e corpo allo sviluppo razionale delle istituzioni nuove. Riprese la pubblicazione del Repertorio di Giurisprudenza Patria, del quale rimase direttore fino alla morte, e sono quarantasette volumi.
Quando gli fu concesso di entrare nei Consigli della Repubblica, prima come semplice deputato al Gran Consiglio, poscia assai tardi, come consigliere di Stato e agli Stati, ne accett tutte le responsabilit. Fu l'autore del Codice di procedura penale (cantonale) che ancora ci regge e prese parte come esperto ai primi progetti di Codice penale federale. Richiesto, a suo tempo, del duro sacrificio di assumere il portafoglio delle finanze nel Governo ticinese, vi s sobbarc ed abbond di zelo e di coraggio, pur creandosi molte avversioni.
Due memorabili episodi attraversarono la sua carriera politica.
La rivoluzione del settembre 1890 non lo ebbe fra i suoi fattori, n fautori. Egli aveva validamente appoggiato (con Plinio Bolla suo allievo e suo carissimo amico) l'iniziativa per la riforma parziale, di quello stesso anno e, quasi presago di quanto doveva avvenire, aveva per il primo lanciato l'idea del voto proporzionale con uno studio sul Repertorio; ma rimasto estraneo al moto d'armi molto giov nelle trattative che lo seguirono col Consiglio federale e col Commissario federale Knzli e pi nella preparazione del processo come fido consigliere dell'avvocato Luigi Forrer.
Ma la grande scossa che reag sul suo temperamento e sulla sua preparazione fu la grande guerra del Quattordici. Egli era sempre stato alquanto germanofilo (nel senso pi largo della parola), era sempre stato un po' militarista, almeno in contrasto con l'antimilitarismo sovversivo di quell'epoca. Non nascondeva certe sue simpatie per il principio d'autorit, in contrasto con certe tendenze demagogiche. Il modo brutale tenuto dallo Stato Maggiore tedesco lo rivolt. La propaganda tedesca ebbe per effetto di fare di lui un fautore entusiasta dell'intervento italiano.
Credo che a ci contribuisse l'amicizia e la parentela dei Farinelli. La sua signora era una Farinelli di eccezionale coltura. Le lettere italiane, francesi e tedesche le erano familiari. Nelle stesse condizioni si trovavano i suoi cognati, l'avvocato Principio e il professore Arturo, diventato ora Accademico d'Italia.
Stefano Gabuzzi, che nelle cose d'Italia del periodo giolittiano aveva seguito pi o meno le tendenze di sinistra, si allarm, con molti altri, per i nuovi pericoli che si andavano manifestando e simpatizz per un maggior avvicinamento culturale fra la nostra Repubblica e la Nazione amica. Se altri ha interpretato diversamente certi particolari della sua attivit, sono certo che si sono ingannati. Uomo ispido e rude, il defunto; ma leale, corretto e forte!
 VIII.
Due et(60)
Per gli uomini che ora sono di et media, gli ottuagenari appartengono ad un'epoca lontana: per i giovani di adesso appartengono ormai ai tempi remoti, quando a spaccar la pietra non s'aveva congegno pi complicato dello stampo da mina col suo mazzuolo. Un uomo teneva e l'altro picchiava, e si andava avanti dieci centimetri all'ora.
Quando nacque Antonio Soldini, il popolo contava ancora: tante ore da qui a Chiasso; tanti giorni da qui a Torino. E, intendeva, a piedi.
Ma che freschezza nella mente, nel carattere, nella vita di quella generazione! Che brio, che slancio! Si arruolavano con Garibaldi come a una partita di caccia. Credevano a tutti gli ideali, si scaldavano di tutti gli entusiasmi, cos ardentemente che ne sono ancora caldi adesso. Osservate Antonio Soldini quando sorride: ascoltatelo quando parla! Par di sentire le note fatidiche: "Si scopron le tombe - si levano i morti...". Parole a cui essi credevano fermamente...
- Simpatici; ma mancavano di senso pratico.
- Eh, gi!
- Simpaticissimi; ma mancavano del necessario controllo sui loro sentimenti...
- Eh, gi!
- Dei sentimentali, mentre la nostra generazione calcola e ragiona...
- S, e poi? Non vi pare che la nostra generazione, con tutt'i suoi ragionamenti, con tutte le sue scoperte, manchi appunto un pochino di sentimento e scarseggi di uomini sentimentali?
Io lo credo. Lo credo e ricordo l'amico Antonio, lo scultore, il patriota, il bell'uomo, a Zurigo, ai tempi del processone(61), quando tutti i Confederati si appassionavano di noi, ci ascoltavano, ci leggevano, magari ci compativano, ma ci volevano bene...
Nella vetrina d'un negozio il busto del Guglielmo Tell di Soldini (un Guglielmo Tell di tipo e di sangue ticinese), e sulla strada passava aitante, sorridente, dritta la figura dell'artista.
Der echte Tessiner, si sentiva dire.
Proprio cos! Il Ticinese puro sangue.
...
...Aperta a tutte le idee, la mente di Oreste Gallacchi(62) consider le nuove correnti che irruppero verso la fine del secolo scorso, e pi recentemente, senza esserne smossa, ma senza prevenzione.
Fu dapprima l'ondata che chiamer sarmatica, non solo perch ci venne dalla Russia ma perch nettamente barbarica. Bakunin port in Occidente il concetto nihilista che ebbe presa particolarmente in Italia, e invest violentemente Mazzini, ancora vivente, e l'opera sua. Trov seguaci e fanatici nelle Romagne, e in tutta la Penisola ebbe una influenza innegabile sulle masse liberali. Queste erano anticlericali nel modo che gi dissi molte volte: ogni clericalismo ha l'anticlericalismo che esso determina. Il sentimento patriottico e nazionale era ostacolato in modo addirittura oltraggioso dal clero italiano: ora, poich non occorre essere filosofo per sentire la patria e la nazione, una buona parte dei liberali ardeva di sdegno contro il clero, senza poi avere una idea molto chiara di ci che fosse il liberalismo.
Mazzini obbligava a pensare. La sua filosofia si sforzava di essere alla portata di tutti, dato che le masse possano filosofare. Il concetto fondamentale del binomio: Dio e Popolo, la divinit che si rivela all'umanit non per l'opera improvvisa d'un profeta, ma per una rivelazione continua, ininterrotta, per mezzo di tutti coloro che la cercano, questa rivelazione universale che si risolve nella legge evolutiva dei progresso umano, era un concetto largo e costruttivo nel quale lo Stato e le Chiese apparivano, nel loro alto valore funzionale, come atti di perpetua creazione cosciente; di una immanente volont suprema.
...
Venne il Barbaro e insegn: Dio e lo Stato sono due invenzioni della Tirannia per sfruttare l'umanit. Due imposture delle classi dirigenti. Non c' autorit legittima. Ogni legge umana, ogni istituzione civile, ogni sanzione penale, ogni magistratura giudicante deve essere distrutta. Vi era in fondo di questa teoria un po' di quel candido ottimismo di Rousseau per il quale l'uomo  naturalmente buono, e solo le istituzioni lo rendono malvagio: col togliere le oppressioni gli uomini diventerebbero cos giusti, che non avrebbero pi bisogno di alcun governo. Presso i popoli sentimentali queste fantasie dovevano avere una grande forza seducente. In Italia, ad es., infransero l'opera educativa cominciata da Mazzini, distolsero le classi proletarie dall'idea liberale e repubblicana, provocarono sommosse e congiure senza costrutto.
Prima del Sarmata, in Germania, ma dopo di lui in Italia, si diffuse, col nome di socialismo scientifico, il verbo di Marx. Agnostico del problema religioso, ma basato sopra un materialismo rigorosamente meccanico, il Marxismo non volle vedere nella storia del mondo altro fattore che l'economico. Vi era una grande ricchezza d'avvenire in questa scuola nuova. Era la profezia dell'uguaglianza economica fra gli uomini, o, quantomeno, di una minore disuguaglianza. Vi era in essa un grande elemento di debolezza: la negazione di ogni e qualsiasi forza morale come determinante delle azioni umane.
Le due dottrine, la tedesca e la russa, sono perfettamente contradditorie: la prima suppone e vuole lo Stato onnipotente, lo Stato dittatore: la seconda nega ogni Autorit. Si incontrano per, e si accordano, almeno provvisoriamente, circa un mezzo: la dittatura del proletariato, formula logicamente assurda e praticamente tirannica. Entrambe sono inconciliabili con il liberalismo. Entrambe considerano il liberalismo come sistema da distruggere. Ma le masse anonime non sono fatte per filosofare. Le masse anticlericali videro in Bakunin e in Marx due anticlericali, dunque due alleati. Fatale conseguenza dell'essere, l'anticlericalismo, una formula puramente negativa, inidonea, da sola, sia a distruggere che a costruire.
Da questo stato di cose nacque quel fatale confusionismo che condusse il liberalismo italiano alle sue recenti catastrofi, e lo minaccia seriamente in Francia, in Ispagna e altrove. In Inghilterra il liberalismo si  conservato relativamente puro, pi intento alle affermazioni che alle negazioni, ed ivi anche lo si vide, pur di questi giorni, trionfare.
Oreste Gallacchi, anima realista e montanina, poco accessibile, quindi, alle seduzioni intellettuali del sofisma ed ai lenocini della rettorica, non si lasci deviare di un dito dalla sua dritta linea. Del socialismo comprese ed apprezz il contenuto sentimentale, la tendenza ad un pi alto grado di dignit nella vita: e respinse tutto ci che  svalutazione dei fattori morali antichi e riconosciuti. Della lotta di classe vide subito la sterilit in un paese come il nostro in cui le classi sono cos poco marcate e nel quale  praticamente impossibile sceverare l'operaio dal contadino, l'industriale dall'agrario.
Nella questione religiosa egli, con l'istinto sano del montanaro, vide anzitutto la realt. E la realt  che la Religione esiste, e che la Chiesa esiste come un fenomeno naturale. Quale ne  la causa? La credenza ad uno o a pi dogmi? Macch! Quanti cattolici hanno una idea chiara della transsubstanziazione? I pi ne sanno appena ripetere la parola. Credono senza definire l'oggetto della loro fede. La forza della Chiesa sta tutta nella sua utilit pratica. Essa  una scuola morale ed una scuola di bellezza. Il popolo non ne ha una migliore e si attacca a quella perch ne sente la necessit. Come il corpo ha bisogno di determinati minimi di azoto e di fosforo, l'anima ha bisogno di un minimo di sensazioni etiche ed estetiche. Il rito, la liturgia, le sacre immagini, gli altari illuminati, le processioni, le dnno un po' dell'uno e un po' dell'altro; ma ci che pi conta, ci che  decisivo,  che la Chiesa, con le sue esigenze, , o vorrebbe essere, una continua scuola, un continuo esercizio del dominio delle passioni e degli istinti. Ora l'uomo, nella sua fragilit, ha bisogno di sentirsi protetto contro s medesimo. Il Diavolo e l'Inferno saranno benissimo due invenzioni dei preti, ma egli medesimo sente il diavolo dentro di s, sperimenta l'inferno nella sua vita interiore. I meno disposti alla fede accettano la religione per s e per le loro famiglie perch desiderano un argine contro la raffica delle passioni, "la bufera infernal che mai non resta". Ecco il fondo di realt in tutta la metafisica della religione e dell' irreligione...
...Gallacchi opporr lo spirito allo spirito. Cos intendendo il problema, egli non si attard mai alle pregiudiziali metafisiche, se Dio esiste o non esista, come possa esistere e se sia possibile all'uomo finito di capire l'infinito. Non si scandalizz delle teorie pi ardite, non si guast n con Romeo Manzoni n con Milesbo. Ben vedeva che nelle contese fra deisti e ateisti ci che vi era di pi chiaro  che i filosofi materialisti finiscono col divinizzare la materia mentre i bigotti dello spiritualismo finiscono col materializzare il loro Dio...
...Ad una sola tendenza moderna si profess nettamente avverso: quella professata da Nietsche (o ad esso attribuita), che l'uomo superiore, il superuomo, sia al di sopra delle leggi ordinarie della morale. No; l'uomo  di tanto superiore quanto pi sa sottoporsi alla regola morale necessaria per tutti. Un popolo tanto pi vale, quanto pi sa dominare le passioni e gli istinti individuali per assoggettarsi ad uno sforzo comune, ad un comune interesse. Tanto pi rifuggiva dai corollari politici e morali di quella dottrina; l'energetismo individuale e nazionale, il diritto di ciascuno di espandere tutta la propria energia senza riguardo per quelli che son pi deboli di lui...
 PARTE SETTIMA
 Leggende e memorie di Val di Blenio(63)
 I.
IL PRIMO ABITATORE.
Quando il primo abitatore, seguito dalla sua famiglia, venne a porsi in Blenio (da dove o da qual parte venisse la storia non dice), incontr da bel principio un impedimento. Era un grande albero ('ra pianta regada) a traverso la sponda dove doveva passare. Un giorno e una notte lavor a rimuoverlo, poi fu oltre.
Ma poi si ferm e disse alla sua donna: ecco che adesso tutti possono passare, e noi abbiamo lavorato a far la pappa agli altri...
E lavorarono tre giorni e tre notti a regare un'altra(64), pianta perch  da pazzi, o da nar(65) lavorare inutilmente per gli altri.
...
COMMENTO. - Dante incontra le tre fiere, fra cui la lonza che significa l'invidia, e tanto gli impedivano il cammino ch'egli fu per tornare pi volte volto. Ma le fiere sono dentro nell'anima...
 II.
NON RINNEGARE LA VALLE.
Quando i Bleniesi si rivoltarono contro il Duca di Milano, e uccisero Taddeolo suo feudatario, il Duca, per punire la loro grande superbia, comand che ogni Bleniese che entrasse in citt fosse pesato per un maiale e pagasse la gabella. (D'allora in poi quelli di Borgo diedero ai Bleniesi il nomignolo di porcei).
Grande era l'umiliazione degli uomini della valle per quell'affronto, ma dovevano rassegnarsi. Dove si poteva andare a lavorare, d'inverno, se non col dove erano le reliquie di S. Ambrogio loro protettore?
Un Bleniese stabilitosi da gran tempo a Milano(66) vi era diventato gran signore. Questi entrando una volta in citt vide i gabellotti che schernendo pesavano certa gente che alla parlata riconobbe per Bleniesi. Pass oltre liberamente, ma quando fu cinquanta passi dentro la porta, disse a se stesso: non sia mai detto ch'io rinneghi la mia Valle. Torn indietro e disse fieramente: pesate anche me: sono di Blenio...
 III.
LA PROCESSIONE DI S. AMBROGIO.
Mi raccontavano i miei maggiori che ab antico i Bleniesi, ch'erano ambrosiani e devotissimi al Capitolo del Duomo, gi loro signore, avevano il privilegio di portare a processione le reliquie di S. Ambrogio.
Essi avevano in Milano pi corporazioni, fra le quali quella dei brentatori e mercanti di vino al minuto, che perci in dialetto milanese si chiamano bregnon (anche brgnon).
Fu questa corporazione allegra di sua natura, che diede al poeta e pittore Lomazzo, nel Seicento, l'idea della Accademia dra val de Bregn, poetante nell'aspro dialetto, per mettere in caricatura le Accademie classiche di quel tempo. Vedi i Rabisch (arabeschi) dra val de Bregn, stampati due volte nel XVII secolo e ristampati dal Fontana nell'Antologia Meneghina(67).
Gli storici moderni hanno scoperto e provato solidamente che furono i vallerani di Blenio che hanno ritardato a Serravalle per pi giorni i rinforzi che il Barbarossa aveva chiesto d'Allemagna contro Milano. Intanto i Milanesi vinsero a Legnano e questa sarebbe la ragione sufficiente dei grandi favori che il Capitolo di Milano e la Credenza di S. Ambrogio usarono ai Bleniesi. Solo nel Quattrocento i Duchi tentarono di togliere a Blenio i suoi privilegi, ed essi li difesero per un secolo, e per non diventare vassalli del Duca vollero essere svizzeri.
 IV.
L'ASINO CHE MAI FECE ASINERIE.
Salivo lentamente l'erta strada che dalle Ronge di Malvaglia conduce in Valle, quando, verso la Cappella, incontrai il ... che scendeva dall'alpe col suo asino caricato. Salutatici dopo parecchi anni di lontananza, parlammo del tempo che faceva, e che aveva fatto. Il Brenno aveva rotto un argine e si era sparso per la piana. Colpa dello sbagliato indigamento, essendosi opposti, i Malvagliesi, a un miglior progetto ufficiale: quello della linea rossa.
- Come avete potuto, voi di Malvaglia - chiesi - fare una simile asineria?
- Signor consigliere - rispose fieramente il mio interlocutore - sono ormai trent'anni che tengo l'asino e posso garantire che di asinerie non ne ha mai fatto. Siete voi, che le fate, e pi avete studi e pi le fate grosse..., o le fate fare agli altri, signor consigliere...
 V.
L'USCIERE A CASSERIO
Per tre mesi, d'inverno, a C. non arriva il sole. Ora avvenne che in un vecchio Codice ticinese si inserisse un articolo del Regolamento austriaco per la Lombardia secondo il quale non si potevano fare atti esecutivi prima del levare n dopo il tramonto del sole.
And un usciere a C. per fare un pignoramento. Era la fine di novembre. Chiese l'assistenza di un municipale, ma prima che lo trovassero passarono alcune ore e fu mezzogiorno. Disse il municipale che mangiava un boccone e poi sarebbe venuto. L'usciere avrebbe mangiato un boccone anche lui, ma a C, non c'erano osterie. Lasci detto che andava a desinare a Comprovasco e sarebbe tornato alle due. A Comprovasco trov per caso un tale di C., che gli si accompagn, mangi un boccone anche lui, gli pag da bere e gli propose una partita a tresette. L'usciere non voleva, ma poi si accontent. Quando la partita fu vinta erano gi passate le due. Part in fretta per C. dove arriv verso le tre. Non c'era pi il Municipale ed occorse un'ora, a ritrovarlo. Quegli fece allora gentilmente l'obbiezione ch'era tramontato il sole e non si poteva pignorare. Bisogn rimandare il pignoramento e occorsero otto giorni.
Quando l'usciere fu tornato (di pessimo umore) gli fu detto che aspettasse la levata del sole. Aspett tanto che suon mezzogiorno.
- Ma quando si leva il sole?
- Ai tredici di marzo per sicuro, fu la risposta. Il creditore aspetta ancora adesso.
 VI.
IL "NERVOSO".
La Ghita  tornata da Milano, dove  stata tre anni a servire. Partita in una cassa  tornata in un baule, dicono i suoi vicini di Malvaglia, a significare che poco ha imparato nel mondo, Dal suo servire ha un cattivo ricordo e chiede all'anda Luzia(68):
- Anda! ma che cos' poi questo nervoso che patiscono le padrone?
- Fanta, risponde la zia; ma non lo sai? Il nervoso  la cattiveria dei ricchi!
...
E dicono che Freud ha scoperto la psicanalisi!...
 VII.
IL DOLOR SOMMO.
All'esame della scuola di Grumo sono presenti tutti i notabili del villaggio (che ha 57 abitanti) e dei dintorni. Il catechista, verso la fine, interroga sulla religione. A una bambina di undici anni domanda:
- Che cosa  il Dolor sommo?
La bambina tace, guardandosi intorno, stralunata.
- Che cosa  dunque il Dolor sommo?...
La bambina abbassa il capo mortificata.
- Il Dolor sommo... - interviene il vecchio Barbarossa fabbricante di rastrelli - ma  quando non se ne ha, n si sa dove andarne a prendere...
...
No, non  Carlo Marx che ha inventato l'interpretazione economica dei sentimenti...
 VIII
"AL MARTINA VECC" E LA TRINIT
Il vecchio Martina ha passato gli ottanta. Da giovane fu soldato per breve tempo sotto Napoleone I: e fu quella la sola volta, o quasi, che pass la buzza di Biasca.  stato sindaco per molti anni,  sagrestano e priore, sa leggere alquanto,  furbo come il fistolo, prudente come il serpente. Per aver agio a rispondere ha inventato di fare il sordo, e simula pazientemente da almeno vent'anni.
Avendo un nipote pens di farlo studiare e lo mand avanti fino al Liceo di Lugano. Il curato sta in gran sospetto perch a Lugano c' un professore che insegna l'ateismo (l'ha letto sul giornale). Quando il giovine torna, il curato l'adocchia in chiesa, e poi lo raggiunge sul sagrato dove gli uomini accendono la pipa mentre le donne vanno a mettere il riso.
- E allora, Dionigi, quel vostro professore di filosofia?...
- Ebbene?...
- Ebbene, vi insegna l'ateismo, vero?
- Macch, macch ateismo! Lei deve comprendere che a chi studia matematiche non si pu mica dire che 3 = 1 e 1 = 3. Ne consegue che il nostro Dio...
- Ma vedi, appunto, il mistero della Santissima Trinit...
Il vecchio Barba, bench sordo come un'olla, ha capito per aria. Tira il nipote per la falda e gli dice in un orecchio:
- Ignorante, bestia. Cosa importa a te che sia uno o siano tre?... Non tocca a noi a mantenerli!...
...
Giuro che il Martina vecc non aveva letto Spinoza...
 IX.
QUANTI ANNI AVETE?
La Maria Antonia  vecchia "come un sasso piccolo", ma nessuno sa al certo quanti anni abbia.
Un giorno le capit di essere chiamata come testimonio in un processo criminale.
C' una certa messa in scena. Sono le Assisi cantonali, presiedute da un magistrato solenne, che per caso  egli stesso un figlio "dra Valada".
La Maria Antonia declina le sue generalit come se ci fosse avvezza, ma venuta al punto degli anni ha perduto la memoria,  diventata dura d'orecchio.
Il Presidente la vuol persuadere:
- Ma buona donna, bisogna farsi una ragione. Qui siete come in Chiesa e dovete rispondere sotto giuramento. Dite, quanti anni avete?
- Oh, io non li ho mai contati!
- Come, non li avete contati! Vorreste farmi credere...?
- Ma no, sciur Brennin (il presidente della Corte era Brenno Bertoni, bleniese): perch dovrei contarli? Non me li rubano mica, gli anni?
...
La Corte fu persuasa che nessuno... avrebbe rubato gli anni alla Maria Antonia, e i dibattimenti continuarono.
 X.
LA "MUSCIA"
La "Muscia"  ottuagenaria, viaggia per i novanta,  curva per diffidenza pi che per acciacchi, viene due volte per settimana all'Osteria della Baracca, e vi beve una zaina d'acquavite ch' quanto dire un bicchiere da tavola: non parla mai se non viene interrogata, e risponde con una voce d'uomo cavernosa, a frasi brevi e secche. Essa  l'ultima superstite di una famiglia di "ufficiali della Valle". Vi furono Muscio avvocati, notai, giudici, sacerdoti e munifici testatori. Lo sa ed  fiera, pur nella sua decadenza, unica abitatrice della casa dei maggiori, aspra e mordente come una regina discoronata...
Entra nell'osteria l'avvocato "de Castro", uomo fine e sagace, grande indagatore d'anime. Con tutti i riguardi e le deferenze le fa qualche domanda, cui risponde quasi di buona grazia...
- E si pu sapere quanti sono gli anni?
- Cominci lei a dire i suoi!...
- Io? cinquantatr - fa l'avvocato.
- Toh, cinquantatr! - Vun da men der m asen...
...
L'intervista non  continuata.
 XI.
QUANDO VUOL MORIRE LA "MUSCIA".
Grumo  un comunello senza parrocchia. La gente va a Messa a Torre. Una volta l'anno viene a dire la Messa nella chiesuola di S. Pietro Martire il curato di Lottigna.
Questo curato  una gran buona pasta d'uomo. Sant'Ermolao quanto al corpo, San Francesco nell'animo. Elegante dicitore e predicatore, distratto come un poeta, punto circospetto. Pensa sempre bene, e gli capita di dir male per imprudenza.  stato assente dalla parrocchia per ben quattro anni. Tornatovi ha dovuto rivedere Grumo e fu alquanto sorpreso di rivedere anche la "Muscia", nonagenaria ormai, seduta sulla "lobbia" "ad ascoltare il sole".
- Ohil, buona donna, non siete ancor morta?
- No, sciur curaa, risponde quella, con la frase cantata dei montanari di una volta: no, io conto di morire solo quando morir lei...
- Ma perch proprio quando morir io?...
- Perch il Diavolo, se porta lei, non pu portare me, e io gli scappo...
...
Il buon pretino rimase come fulminato.
 XII.
LA SCORZA DI FRASSINO.
Il dr. Ausonio, giovine fiorentino, , suo malgrado, di val di Blenio. Suo padre, che tien bottega presso il Palazzo Vecchio, l'ha fatto studiar medicina, ma prima che vada in condotta, vuole che visiti i parenti tra il Simano e il Molare, perch cos vuole l'uso degli avi.
Dunque il dr. Ausonio  in visita all'Emilia, a Dongio, la moglie del fabbro-ferraio. L'Emilia sa appena fare il suo nome, ma un po' di mondo l'ha visto anche lei: Milano per qualche mese, Londra per qualche anno.  disinvolta, forte come un drago, la lingua ha sciolta, e al bisogno pu aiutare il marito all'incudine, facendo danzare il maglio come una piuma...
Il discorso cade sulla medicina, i medici e le malattie. L'ultima di queste, in ordine cronologico,  l'isterismo. L'Emilia pretende che la miglior cura si faccia con la scorza di frssino...
- Dalla scorza di un frssino mediterraneo, dice il dr. Ausonio, si estrae la mannite. Ci che dici mi interessa assai, scientificamente. Oggi la dottrina tende a rivalutare certi semplicismi che la clinica aveva confinato tra le superstizioni. Come si amministra questa scorza? Per decotto o con qualche pomata?
L'Emilia si  volta al focolare, ha preso un legno da un mucchio, e poi scuotendolo in modo molta espressivo:
- Pu servire anche il crilo o il corniolo: l'essenziale  che lo si dia per massaggio: preferibilmente sulla schiena...
 XIII.
LE TRE COSE PI IGNORANTI
Il piccolo Zanmaria, orfano, scalzo e stracciato,  il primo della scuola. L'hanno constatato gli esaminatori sorpresi della prontezza delle sue risposte, dell'acume delle sue parole come del suo sguardo. Siamo poco dopo il 1841: la scuola primaria  stata resa obbligatoria anche ai pezzenti. Il vecchio cappellano che insegna a Dangio ne  seccatissimo perch il numero degli scolari gli s' raddoppiato.
- Quando tutti sapranno leggere - egli dice - chi lavorer poi la terra? (aveva poi tutti i torti, il vecchio cappellano?).
Il maggior fastidio era quello di assegnare il premio. Darlo a quella scimmia, quando il figlio del Sindaco si avviava al Seminario e dovevasi favorire la sua vocazione?
Ma gli esaminatori - un laico e un secolare pieni ancora dei principi del 1830 - furono inesorabili: il premio si dovrebbe dare al piccolo monello, allo straccione scalzo, all'impertinente Endes (che cos era di soprannome). Uscendo dalla scuola, furtivamente, l'Endes fece la linguaccia al sacerdote.
Il cappellano medit la sua rivincita. Venne il tempo della dottrinetta, che si impartiva allora ai piccoli e ai grandi. Dopo ch'ebbe interrogati questi e quello, che rispose con insolita preparazione, voltosi all'Endes disse:
- Quanto a te baster che tu mi sappia dire le persone della Santissima Trinit...
- Io s che le so - disse gi in piedi il monello (e le nomin col massimo sussiego), ma lei, signor cappellano, mi saprebbe dire quali sono le tre cose pi ignoranti che sono sulla Madre terra?
Alla sfrontata domanda il reverendo rimase sconcertato. Rispondere, o non rispondere, o lasciar correre un ceffone era tutto pericoloso. Aveva dei nemici, e non tutti increduli. Cerc di cavarsela alla meglio.
- Dille tu, se le sai.
- Ecco, fece l'Endes. Sono l'asino che porta il grano e mangia la paglia (pausa...), il frullone che tiene in conto la crusca e butta via la farina (altra pausa...)... e quel prete che manda gli altri in Paradiso e lui va all'Inferno!...
La lunga bacchetta cappellanica cadde a vuoto sul banco, ch l'Endes se l'era cavata con un balzo da scoiattolo.
La cosa fece scandalo. L'Endes visse povero in canna e mor di fame in una stalla appartata, a mezza montagna. Manc di tutto fuor che di arguzia e di buon umore.
...
Se fosse nato in un Parigi!...
 PARTE OTTAVA
 Confessioni, episodi e ricordi
 I.
Il primo passo(69)
Come scelsi la mia carriera d'avvocato? - continua poi -. Nel modo pi inaspettato. La mia prima giovinezza fu lieta. Nella luminosa casa paterna in Val di Blenio, piena di libri e di quadri, non sospettavo neppure di dover fare l'avvocato. Famiglia colta la mia; agiata. Ero il ragazzo meglio vestito del villaggio. Ogni tanto arrivavano conoscenti e parenti da Milano e, in quei giorni, dotte conversazioni nel corso delle quali ognuno aveva la sua da dire, si intavolavano e si prolungavano per ore. Da quella abitudine trassi, credo, il gusto della conversazione varia e brillante, il piacere al conversare di lettere, di arte, di politica... E a quelle discussioni io mi andavo preparando sui libri della biblioteca di mio padre.
Con tutto ci io ero destinato a governare i poderi di mio padre, ad essere cio agricoltore. La professione di avvocato, tradizionale in famiglia, sarebbe stata assunta da mio fratello maggiore il quale infatti studiava il latino. Ma quando egli fu all'Universit, una fatale antipatia sorse in lui per il diritto romano. Si appassion invece per le scienze naturali e un bel giorno dichiar che non voleva saperne di fare l'avvocato.
Fu un cataclisma in casa! Tutti sembravano aver perduta la testa per l'inaudita novit che ci piombava tra capo e collo. E fu deciso alla bell'e meglio, sui due piedi, che l'avvocato lo avrei fatto io.
Allora per essere avvocato non si richiedeva una laurea; bastava aver seguito per due anni un corso di giurisprudenza. Tuttavia io debbo alla biblioteca di mio padre, e all'amore per la lettura, se pi tardi, senza aver studiato il latino, non mi trovai impacciato di fronte ai miei colleghi d'universit che non avevano fatto altro.
Allo studio mi buttai con grande foga. Completai la mia cultura letteraria e rettorica. Strana cosa, riuscii alla fine di tre anni di universit, specialmente nella materia che aveva costretto mio fratello a cambiar professione: in diritto romano! Passai tutti gli esami con lode. E cominci allora la vera vita di lavoro.
Dove feci i miei primi passi? A Lottigna nella natia valle. In condizioni disperate per un avvocato che comincia, e al quale occorre una buona pratica. S'imagini Blenio di allora e di adesso: cinque o sei cause all'anno; e a questa bisogna attendevano sette o otto avvocati e notai. Costoro, bench fossero la pi brava gente della terra, avevan poco latino da insegnarmi. Le cito il caso di uno d'essi che da buon praticone, cos scrisse in una pratica, riferendosi a un campo contenente un ciliegio e due noci: "una pezza con dentro un ceresio e due piante nocive".
Lavorai. Per impratichirmi nelle procedure mi diedi con ardore a far lo spoglio di tutti i volumi del Repertorio e ad annotare le sentenze in margine ai testi. In quegli anni poi entrava in vigore il Codice delle obbligazioni; il Canton Ticino provvide affrettatamente a far la legge di coordinamento col vecchio Codice civile: Stefano Gabuzzi, nuovo redattore del Repertorio, mi conced di pubblicare una critica su quel lavoro. Quegli sforzi, le prove date, persuasero i responsabili ad affidarmi la redazione del giornaletto bellinzonese "La Riforma", con la quale mi potei affermare come uomo politico. Il politicante lo possono far tutti, anche gli ignoranti.
Questi miei primi passi: lavoro, lavoro: evitare l'inerzia, non lasciarsi indurre dalla scarsezza di spinte nel proprio ambiente ad addormentarsi, a rinunciare. Ogni lavoro anche se non produce immediato compenso arma per l'avvenire. Ricordo questo minuscolo particolare; che avendo il popolo svizzero, nel 1898, votato l'unificazione del diritto civile, mi diedi a studiare il tedesco di cui quasi nulla sapevo, e in sei mesi mi misi in grado di poter tradurre i testi di legge....
 II.
La fin d'anno e l'anno nuovo
dei nostri vecchi(70)
Ci che mi propongo di raccontare questa sera si riferisce alle nostre terre valligiane, come io le ho conosciute ai tempi della mia giovinezza, poich nei nostri cos detti centri, che vogliono farsi passare per citt, i cambiamenti sono pochi e le costumanze non possono variare molto da quelle che ancora esistono a Milano ed a Como.
Del resto i miei ascoltatori non hanno molto da aspettarsi. Il Santo Natale, la Circoncisione, l'Epifania, sono cerimonie e solennit cristiane che poco variano in tutta la Cristianit e che ben poco potranno mutare per i posteri. Ci che interessa in un Radio-programma  la vita del passato, in quanto interessa i nostri sentimenti.
Ordunque quando io ero piccino ed a scuola imparavo l'abbaco e la grammatichetta, dal Natale a Pasquetta era tutta una festa sola. Pasquetta chiamavasi allora l'Epifania. Era per i credenti l'anniversario della Redenzione ed era per gli astrologi e per i dottori il solstizio d'inverno, il voltare del sole, il cambiamento dell'anno astronomico.
La gran festa attesa e preparata con la mazza e con l'assaggio del vino nuovo, era sussidiata dagli arrivi che ci venivano da Milano. Il panettone di Natale per la gente agiata; la micca bianca per i poverelli.
Nelle case come la mia che (non faccio per dire) era la prima del villaggio, arrivavano con la posta ogni specie e forme di pacchi da Milano, da Lugano e da Bellinzona, non solo col classico panettone, ma colla cioccolata, col torrone di Cremona, con le belle arance che si chiamavano portogalli. (I mandarini non si sapeva che fossero, le banane neppure e tantomeno le sigarette, giacch una donna che fumasse avrebbe dato scandalo). Si riceveva insieme lo zafferano d'Aquila, e quello doveva essere per tutto l'anno, perch in Valle non si poteva avere se non dall'unica farmacia. Solo pi tardi divenne d'uso comune, ma era quasi sempre adulterato.
Fra la povera gente, quei pochi o molti che in dicembre venivano a casa, portavano sotto il braccio un reale di pan bianco, magari tre settimane prima delle feste e lo lasciavano seccare. Per essere precisi il pane bianco si comperava a reali, ossia a chili; un reale era divisibile in due bagge. La baggia in quattro micche, la micca in due soldi o micchini.
Reale era il nome d'una moneta spagnuola caduta in disuso: soldo quella di una moneta pressapoco da 5 centesimi, cos che il prezzo d'un chilo di pan bianco veniva sui 40 centesimi che per quel tempo erano tanto. Verso il 1870, forse a causa della guerra, era cresciuto a 50 centesimi a chilo, ci che costituiva un lusso di fronte al pane ordinario ch'era quello di segale fatto in casa e cotto nel forno comunale o sociale, al prezzo fissato da un bando pubblico, donde le locuzioni francesi di four banal e di moulin banal dalle quali ci son rimaste le parole banale e banalit.
Al pranzo di Natale il piatto di rigore era la polenta con la crema gonfiata, che ora si dice panna montata, cui si aggiungeva secondo il censo qualche buona pietanza, dal pollo bollito, (tacchino, cappone, oca o pollanca) e qualche selvaggina arrostita, dal fagiano al passerotto, senza parlare delle mortadelle fresche. Alla sera, indispensabili le castagne bruciate colla formaggella cotta sulla bragia con la forchetta lunga.
Tutto il resto era cosa di chiesa. L'albero di Natale non c'era, ma  falso che l'abbiano portato d'invasione i tedeschi. Il presepio era altrettanto sconosciuto. Se qualcuno ha trapiantato l'albero fra noi, fu certamente un emigrante reduce dall'Inghilterra!
Tutto si esauriva dunque con la divozione, ch'era molta, e la pacciatoria che non era poca.
Da Santo Stefano ai Re Magi  breve il tratto. Per immettervi una festa di primo d'anno non c'era posto. Il primo d'anno  del resto una cerimonia protestante. Il rito cattolico santifica la Circoncisione senza particolare solennit.
Solo ai ragazzi era riservata la buona mano di primo d'anno. Tutta la banda si riuniva per fare allegramente il giro delle case, muniti di un sacchetto significativo, per l'augurio del Buon anno. Particolare attenzione meritava la casa del padrino e della madrina al grido di Bonaman, gdazz e di Bonaman gdazza, ripetuto in coro.
Ed era una pioggia di noci, di mele e di piseu (le pere) cui si associavano confetti e caramelle!
A Lottigna, ed in altri pochi villaggi, vigeva un altro consimile torneamento: quello della Buonamano degli uomini che si faceva alla Pasquetta, o (come dicemmo) per l'Epifania.
Nulla della leggenda dei tre re, Melchiorre, Gaspare e Baldassare,
Venuti dall'Oriente
Per liberar la gente,
ma la processione di tutti gli uomini adulti, di casa in casa, dov'essi reciprocamente invitavano ed erano invitati ad un buono ed allegro pasto, generosamente servito ed inaffiato.
Cerimonia che non aveva nulla di sacro, ma profondamente umana e morale, perch doveva servire, al cospetto di tutti, a dimenticare e perdonare gli odi ed i rancori.
Dir da ultimo di una bella costumanza che vigeva in molte e forse in tutte le parti del cantone, alla fine di gennaio, l'ultimo giorno della Merla.
Il Panzini, primo fra i vocabulisti italiani, raccoglie la locuzione lombarda de i trii d de la merla, alla fine di gennaio. L'ultimo di questi giorni tutta la infanzia del villaggio, munita di campanacci, di corni e di ci che servisse a far rumore si riuniva come a Carnevale e faceva il giro del villaggio suonando e schiamazzando per cacciar via il Genarione, il cui regno era finito.
Attestazioni simili ho dalla Leventina, da Val di Muggio, dal Locarnese... Quest'uso aveva qualche colleganza con le Rogazioni, del 3 maggio, giorno dell'Invenzione della croce: una processione in campagna per invocare la buona raccolta, adornare le croci e sostare alle cappelle.
- E che importa a noi di questi ridicoli pregiudizi? chieder il solito pedantucolo presuntuoso.
- E che importa a me la sua opinione, la sua meraviglia, il suo biasimo? Nulla; proprio niente del tutto
Il carattere storico e sociale ad un tempo, di tutte queste usanze era quello di manifestare una certa solidariet di classe, avvicinando il povero col ricco, cos come avviene in chiesa.
 III.
Segantini giovinetto(71)
Era nel settantotto, se non erro, quando per occasione di certi studi ch'ero presunto fare presso mio cugino il chimico(72) passai un'intera estate a Milano. Dovevo prepararmi a studiare l'arte farmaceutica, e per vero nella farmacia con grande laboratorio chimico annesso a quella Scuola di Veterinaria, perch i docenti che fino allora avevo avuto in diverse scuole, all'unanimit meno uno, avevano dichiarato al babbo che io avevo intellettualmente una grande affinit colle bestie.
Ma anche quell'uno che faceva minoranza aveva avuto torto; io, invece della chimica, studiavo la topografia; quella dei quartieri di Milano, che non  meno complicata delle formule dei nitrofenolmetani.
Visitavo i musei, dove mi rifiutavo di guardare le cose che attiravano i curiosi in folla, visitavo le biblioteche, dove domandavo volumi strani, e le pinacoteche, dove stavo a guardare i quadri, per delle ore intiere senza capirne un ette. Visitavo anche le birrerie, solo, come un'anima persa, e vi leggevo nei giornali di preferenza gli articoli pi astrusi, per persuadermi che se li capivo, non ero poi quel gran perdigiorno per cui i miei maestri mi avevano speso.
Soprattutto visitavo la retrobottega di un droghiere. Quello l era un droghiere diverso dagli altri, un droghiere sbagliato, l'antitesi del tipo leggendario di filisteo quale lo hanno fatto i commediografi. Un droghiere, anzi due droghieri, (poich erano due fratelli) intellettuali, colti, dall'animo artistico e generoso.
Erano anch'essi miei parenti, ed io ero sempre da loro, specialmente quand'ero al verde, perch mi ricevevano bene, ci stavo a pancaccia met della giornata e mi ci trovavo in buona compagnia.
Buona davvero. Vi ci arrivavano, quasi tutte le sere, un giovine medico, il dr. Majno, il suo fratello, praticante avvocato, che adesso  una celebrit, il giovine avvocato Bronzini, il Dalbesio, con cui divenni amico, e vari altri, commessi di commercio e di studio la cui mente faceva come il bastone di S. Giuseppe: fioriva malgrado l'avessero divelta per farne un palo nella vigna del padrone.
Naturalmente vi si chiacchierava, de omnibus rebus, vi si discuteva, vi si faceva un'accademia sbalorditiva, la cui sola e rispettata legge era il paradosso.
Dev'essere stato, anzi, in quell'ambiente che io cominciai a sperare sul serio di non essere un imbecille, appunto perch le cose tanto meglio le comprendevo quanto pi erano paradossali.
Ma soprattutto ci veniva e mi interessava un giovine selvaggio, un tirolese, mi avevano detto, il cui passato era una leggenda strana, il cui presente era un enigma, ed il cui avvenire, a detta del sig. Giulio, era quello di un Michelangiolo. Era un bellissimo efebo, dalle membra forti e gentili insieme, dai lunghi capelli neri, dalla faccia bruna bruna, entro la quale nuotavano due grandi occhi neri neri, pieni di sogni e di visioni lontane.
Il mistero della sua vita mi attraeva. Egli si ricordava vagamente del villaggio in cui era nato, lass ad Arco nel Trentino, e da dove era partito ancora infante, ma non parlava volontieri di s, n dei suoi. Tutt'altro. Quel po' che sapevo, lo sapevo dal signor Giulio, e se questi vi faceva allusione in sua presenza, vedevasi ch'egli ne aveva dolore. L'unica cosa che consentiva a confermare, con un cenno del capo, era una sua fuga, verso i sette anni, via da Milano, a traverso le campagne. Una buona famiglia di contadini l'aveva raccolto, sfamato, e fatto porcaro. Come, perch fosse ritornato a Milano, non lo sapeva.
Ci che sapevo  ch'egli a Milano aveva passato altri giorni di dolore, di cui non voleva parlare: che un giorno era capitato col cuore pieno di affanno nella bottega del sig. Giulio, il quale lo conosceva gi da bambino, prima del suo esodo; che questi l'aveva raccolto, protetto, consolato; che gli aveva trovato lavoro da una specie di pittore decoratore, poi lo aveva quasi costretto a frequentare le scuole pubbliche di disegno in Brera, dove faceva strabiliare i maestri.
Del resto, anche il sig. Giulio era discreto, era quasi geloso del "suo" Giovanni, nel quale aveva una fede incrollabile, entusiasta.
Ben presto io e Giovanni fummo amici. Eravamo insieme tutto il tempo che egli non era a scuola od al lavoro, e non lavorava sempre. Come facesse a vivere, io n lo sapevo n lo indagavo. Questi refrattari hanno delle risorse ignote; mangiano, dormono, non si sa come n quando, come nei "Bevitori d'acqua". Noi peregrinavamo su e gi per Milano, chiacchieravamo nel retrobottega, andavamo a vedere i quadri. Nelle birrerie non veniva volontieri. Certo non gli piaceva il non poter fare, come dicesi, la sua parte. Egli era del resto un primitivo in tutta l'estensione della parola, aveva dei pudori, aveva dei rispetti che ne facevano un montanino pretto, incolume.
La sguaiataggine dell'ambiente da cui usciva non lo aveva tocco, ed era forse senza saperlo ch'egli tendeva a un'altra vita, a un altro mondo, con selvaggia energia, fatta di privazioni, di fede e di serenit.
Com'egli fosse primitivo, quasi selvaggio, bench selvaggio di genio, lo dica questo tratto, che appena sar creduto. Segantini sapeva leggere; dove ne avesse imparato gli elementi non lo sapeva dire neppur lui, ma certo il suo migliore esercizio letterario erano state le insegne di negozio che aveva dipinto; non sapeva scrivere, ma sapeva schizzare, d'un tratto di matita, ci che doveva essere il suo nome. Soltanto del suo nome era incerto. Egli diceva Segatini, altri gli aveva detto Segantini, e non sapeva a che tenersene. Io perorai caldamente la causa dell'enne, basandomi sulla filologia in generale, sull'etimologia in particolare e pi di tutto sulla geografia industriale, che attribuisce ai tirolesi il primato nell'arte del segantino.
Queste ragioni appoggiate dal buon Giulio, sembravano convincerlo, ma gli pareva sempre che Segatini suonasse meglio, e andava mormorando: Sabbatini... Sabbantini!... provando l'effetto dell'enne sul nome di quel grande. Con tutto ci egli era appassionato del leggere. Veniva nel retrobottega, si siedeva, e per delle ore leggeva, a spizzico, quel che gli capitava tra le mani, come per esercizio. Un giorno arriv con un Plutarco. Non capiva tutto, diceva egli, ma andava avanti lo stesso.
E mi par ancora di vederlo, seduto su di uno sgabello, col Plutarco in una mano, la testa appoggiata all'altra, il cubito sul ginocchio, ed i capelli lunghi e neri che gli nascondevano la faccia. Il volume era scompagnato: credo il secondo, e due giorni dopo aveva gi il terzo. Era il primo vero libro che leggesse.
Ma alla sua ingenuit andava congiunta una serena coscienza del suo valore, una nobile dignit. Non diceva mai checchessia di volgare, era severo nel giudicare, parco nel lodare.
Tra gli antichi ammirava pi di tutti Leonardo; tra i viventi aveva una grande simpatia pel Cremona.
Quell'anno vi fu un'Esposizione a Brera, nella quale espose il nostro Luigi Rossi che arrischi per un voto il premio Principe Umberto, e mi ricordo come il Segantini fosse per il Rossi. Mi faceva ammirare altri quadri; mi spiegava Mos Bianchi ed il Gignoux. Ma in tutti questi apprezzamenti c'era come un tacito atto di fede, la convinzione che egli pure sarebbe diventato da tanto.
Erano intanto gi evidenti in lui le qualit nelle quali apparve nella pienezza della sua gloria. Una grande fantasia, la visione di cose transumane, ma soprattutto il sentimento della natura, dico della natura primitiva, quale gli apparve bambino, lass nei suoi monti, il cui maldistinto ricordo tornavagli nei grandi occhi sognanti quando nella retrobottega pareva contemplasse orizzonti infiniti e lontani.
E credo che egli m'amasse soprattutto perch io gli parlavo delle montagne. Lui se ne ricordava appena, e laggi nella vasta pianura padana non ne aveva pi vedute. Io ne arrivavo allora allora, fresco dell'alito dei ghiacciai, di cui gli raccontavo cose mirande, ed egli mi ascoltava allora come un maestro, con desiderio, come se gli parlassi di cose sante. Il ghiacciaio non lo conosceva, non lo aveva visto mai, ma si sforzava di comprenderlo. Un giorno, dalla piattaforma del Duomo guardavamo le Alpi, ed egli volle che gli parlassi ancora a lungo dei ghiacciai.
Presto il babbo si convinse che io non era nato per fare il farmacista, e mi richiam a Lottigna. D'allora in poi, non vidi pi il Segantini, se non per un minuto, a Milano, "en coup de foudre". Ci abbracciammo e ci baciammo. Egli era gi entrato a piene vele nel mare della gloria, io allora ero nel periodo pi triste della mia vita...
Quest'anno mi ero ripromesso di andarlo a trovare, in Engadina, di sorprenderlo lass tra i ghiacciai, dei quali gli avevo parlato con tanto amore e di cui egli era diventato il Maestro. Inopinati eventi mi costrinsero a rimettere la partita all'anno venturo!
La mia storia  finita per gli adulti. Per i bambini no. Essi mi domanderanno ancora:
- E il droghiere
- Il droghiere, ahim, ha pagato il fio della sua intellettualit.
Ed  giusto! Che c'entrano i droghieri col pensiero umano Che c'entrano colle fioriture dell'arte? Il loro mestiere  di vender pepe e cannella e di rubare sul peso.
Il retrobottega non c' pi.
 IV.
Dalla candela di sego al cinema(73)
Anzi tutto, ipotetici auditori, poniamoci in regola col galateo della lingua, come desidera Francesco Chiesa e pronunciamo Cnema, parola sdrucciola e non cinma.
L'idea di tenere un discorso sopra la vertiginosa evoluzione della luce artificiale nell'epoca contemporanea mi  venuta da tutt'altra cosa che dalle candele, ma, come suole avvenire, per pura associazione di idee.
Io ho una casa moderna, fabbricata trent'anni or sono: dunque gi vecchia, perch nel ritmo 20 secolo una casa per essere nuova deve risalire a 4 o 5 anni al pi. Ora si operano in dieci anni altrettanti progressi tecnici quanto in un secolo o forse un millennio alle epoche dei nostri antichi progenitori.
Ordunque nella mia casa moderna e quasi nuova, c', invece del vecchio focolare domestico (uno degli elementi fondamentali della poesia, dal medio evo in poi) una cucina economica a legna ed una cucina a gaz. La cucina elettrica non c' ancora e per questo  una cosa ancienne faon.
Nulla di straordinario in tutto ci: eppure un giorno, ci venne a stare una domestica da Zurigo, la quale, con mio grande stupore, mi confess di non sapere accendere il fuoco.
Vi prego di credermi, lontane ascoltatrici di val di Blenio o dell'alto Malcantone, che vi parr forse impossibile! Essa non aveva mai veduto accendere il fuoco con la legna.
La sua esperienza arrivava fino allo stropicciare il fiammifero, e ad accostarlo al becco del gaz, aperto con l'altra mano, ma non oltre. Essa infatti veniva da una citt moderna e meccanicizzata.
Mi son proposto fin d'allora di raccontare ai miei posteri, come si abitasse, si vestisse, si mangiasse e si dormisse ai tempi di Carlo Magno, tempi dei quali mi ricordo assai bene, perch erano gli stessi, pi o meno, di quando la mia mamma faceva in casa il pane di segale, in cucina nella vecchia madia per essere poi cotto nel forno che era in cantina o nel vicino rustico come si usava nelle case civili.
Se ne pu dubitare, ma  lecito credere che da questi confronti le generazioni nuove possano apprendere qualche cosa delle cosiddette vie del mondo.
Ed eccomi al discorso sulle candele. Dai tempi biblici a quelli di Grecia e di Roma, un lume, una lucerna, una candela, una fiaccola, una lanterna, erano rimasti la stessa cosa: per Diogene come per l'autore dell'Apocalisse, e tali erano ancora per le case e le cascine dei nostri villaggi ai tempi della mia infanzia. I montanari vi avevano aggiunto delle fiaccole, Tiarn in dialetto biaschese, fatte con un ramo d'abete cosparso di ragia da portare in giro se faceva vento. Il popolino di Lugano, avendo gi la passione delle gibigianne, vi aveva aggiunto le torce a vento per compagnare la banda. Nelle case rustiche od anche nelle civili non mancavano mai il focolare a legna coi suoi treppiedi e le sue catene da appendervi i paiuoli, n la pigna altrimenti stufa che  di buon italiano.
Sulla stufa di sasso s'appollaiavano le donne, d'inverno, per lavorare, scaldandosi, intorno ad un lumino ad olio: solo per girare la casa o per andare a dormire accendevasi la candela. V'era per ci il candeliere e lo smoccolatoio.
Ma come facevasi la candela? Se ne usano ancora nelle chiese per i sacri riti, ma quelle sono di cera, quindi assai care. Pei bisogni domestici serviva il sego, sego vaccino e caprino. Quello di pecora era malfamato per la sua mollezza, quello di camoscio era prezioso per la sua durata. Il sego si tesoreggiava da San Martino a Sant'Ambrogio, al tempo delle mazze, che in italiano non hanno nome perch a Firenze non si usano o perch la solennit dei dizionari non consente che vi si mettano le voci delle usanze contadinesche. Cos nei dizionari spagnoli (quelli correnti), si riscontra il matador, che  una gloria nazionale, ma non la matada de cerdos (di maiali) perch  cosa villanissima.
Il sego lo si faceva fondere a fuoco lento e si versava negli stampi. Lo stampo era un recipiente di latta, in forma appunto di una candela, dentro il quale si tendeva il lucignolo, di cotone attorcigliato. Pi stampi venivano allineati in serie, col capo in gi, chiudendo la punta della candela con una specie di spina. Il sego, versato dall'alto, riempiva lo stampo fin che fosse raffreddato, poscia lo si tirava fuori di forza, e le candele erano pronte per tutto l'anno.
Da Milano ci venivano delle candele raffinate dette cerogen che poi presero il nome industriale di steariche.
Per anni ed anni io aiutai la mia mamma a fare le candele: e ci prendevo gusto, specialmente quando per raffreddarle si ponevano gli stampi nella neve e le candele ne uscivano pi facilmente. Un bel giorno il babbo, tornando dalla sessione del Gran Consiglio port a casa la grande sorpresa di due lucerne a petrolio.
Fu un avvenimento! Fu un corruomo! Dai paesi vicini venivano a vedere questa novit che per non piaceva. Se le donne non le avevano mai viste, c'erano gli uomini i quali, seguendo le correnti migratorie, eran stati in citt: a Milano, a Lione, a Parigi. Questi sapevano che le lucerne a petrolio puzzavano: allora assai pi di adesso! Sapevano che il petrolio facilmente prendeva fuoco, e se tutta la latta s'infuocava era l'incendio! Figurarsi quale spavento il petrolio incuteva alle donne di Dangio, nelle loro case di legno, ch quasi tutte erano tali!
Due o tre anni dopo, mentre ero a letto sentii un insolito e lungo strepito, come se una carretta corresse sul pavimento. Era la macchina da cucire. Questa volta accorse tutta la vallata (ecco perch ci chiamiamo vallerani e non valligiani).
Venivano e la mamma aveva un gran da fare a mostrarne il funzionamento (erano macchine a pedale) ed a spiegarne la combinazione dei due fili a catenella, come le cuciture dei calzolai.
Anche stavolta l'entusiasmo era scarso.
Fortunatamente, perch i campagnoli non devono entusiasmarsi facilmente. La loro natura lo esclude e vi sono fior di ragioni scientifiche per giustificarli.
A 14 anni avendo io superato la scuola maggiore di Acquarossa venni a Lugano a qui mi apparve in pubblico ed in privato la famosa luce del gaz.
Mi era gi nota in letteratura, sapevo dal Fusinato, il quale allora era il poeta in voga, la strofa dello Studente di Padova:
"Qualcuno che patisce d'oftalmia
e che quindi la luce gli fa male,
se andando a casa incontra per la via
l'antipatica luce d'un fanale,
per non avere quel chiaror negli occhi
con quattro sassi te lo manda in tocchi".
Ma noi a Lugano "sassi ai fanali" non ne tiravam pi. Quattro o cinque anni dopo mi trovava a Ginevra. Tutta l'Europa parlava di Raoul Pictet e delle sue scoperte. Dall'America, dall'Inghilterra era gi arrivata la eco della grande novit. Avevano inventato la luce elettrica!
La prima esperienza di luce elettrica sul continente fu fatta appunto a Ginevra ad opera di quello stesso Pictet che poscia si rese celebre con le basse temperature e con l'aria liquefatta. A Ginevra abbondava pi che altrove la forza elettrica, fornita dallo sbarramento del Rodano ad uso della fornitura d'acqua potabile. Furono messe dodici lampade ad arco, in dodici globi, lungo la Corraterie, fino alla "Place Neuve" davanti il teatro ed a fianco dell'Universit. (Che meraviglia!) Il Gas impallidiva in senso proprio e figurato!
Da Lione, se non anche da Parigi e Marsiglia, vennero parecchi treni speciali di curiosi. Tutta la stampa ne parlava.
Due o tre anni dopo, mentre ero a Lottigna in una modesta casa di Basalga, in compagnia di Camillo Antognoli mio cugino, arriv da Bruxelles un numero dell'"Indpendence Belge", segnato in rosso, dove si diceva che le tout Bruxelles accorreva all'Hotel dell'Esprance, tenuto dai miei cugini, per vedere una prima esperienza di illuminazione elettrica applicata ad un Restaurant.
Alcuni anni dopo il Cantone Ticino celebrava la prima esperienza di luce elettrica a Biasca, per la quale occasione io composi un'ode che fu musicata e cantata da quella brava gente alla cui testa brillava il dr. Alfredo Emma.
La corsa vertiginosa dei progressi tecnici era cominciata: gli Svizzeri alla testa! Ma eccoci al Cinema.
Ero gi magistrato della Repubblica a Lugano quando fu dato, credo al Ristorante Walter, un primo spettacolo cinematografico.
Ricordo di esso una via di Ginevra colla sua intensa circolazione meridiana, ed un tavolino da caff dove un gruppo di clienti giocava a carte con una tale rapidit che sembravan matti.
Berna in piena guerra vari anni dipoi! Tutti i viveri sono razionati. La citt fornisce gratuitamente o quasi il pane ed il latte ai poverelli...
I cinema funzionavano gi come adesso: sempre pieni.
Un'inchiesta ufficiale riesce a stabilire che i poveri sussidiati, in gran parte, sono arrabbiati frequentatori dei cinema!
Natura umana!  umano anche questo, che chi dispera dell'avvenire spenda senza contare quel poco che riceve.
Ed ora? Al cinema che ha invaso il mondo  tenuto dietro il cinema sonoro. Si vedono e sentono a Lugano le opere filmate al teatro di Milano o di Roma o di Vienna. Ci che da giovani ci sara parso miracolo lo vediamo, ancora validi, qual banale spettacolo! E fin quando? A quando la televisione'
Non  passato un anno che i malcantonesi in Argentina hanno potuto udire il suono delle campane di Novaggio. Quand' che noi potremo vedere a tu per tu i nostri figliuoli, i nostri nipotini, che sono oltre i monti ed oltre i mari?
Nulla  impossibile tosto che si tratti di progressi fisici. S, ma e i progressi morali?
Non facciamoci illusioni per quelli! Il progresso morale esiste anch'esso, come ci spieg Lauretta Rensi Perucchi poc'anzi alla "Letteraria". Non  neppur concepibile che oggi la Corte imperiale di un nuovo Nerone assista ad uno spettacolo di schiavi e di cristiani divorati dalle belve. Questo  vero, ma i progressi morali sono lenti. Oh, come lenti! Si direbbe che oggigiorno il progresso fisico abbia per unit di tempo la giornata di 24 ore, mentre il progresso morale abbia per unit di tempo una generazione, contandone tre in un secolo.
 V.
Ricordi
 LE ZIE DI LOTTIGNA(74).
Il mugnaio Pagani aveva sposato una lottignese. Certo una di quelle che venivano colla gerla dell'orzo o della segale. Questa lottignese apparteneva ad una numerosa e famosa famiglia di magistrati. La casa dei Bertoni era la pi grande di Lottigna, Casa di Landscriba, cio di Secretari della Valle e luogotenenti dei Landfogti.
L'ultimo di essi aveva firmato il processo verbale constatante che il Landfogto era fuggito, ed altro verbale per constatare la ripresa della giustizia con la nuova autorit.
Il nome di questo personaggio che fu assiso fra due secoli e due civilt, merita di essere ricordato, ma questo magistrato non ebbe figli maschi, bens sette figliuole.
Gli annali del paese dicono che di queste solo tre si maritarono. Una era la madre del Pagani, un'altra si spos ad Aquila con un Morosi ed altra a Ludiano con un Ferrari. Il casone, grande il doppio della maggiore altra casa del villaggio, continu poscia come un convento di ottime suore, sempre aperto, come esigeva l'uso domestico, a dar consiglio ed aiuto alla gente quando occorreva. Ne voglio ricordare una.
 L'"ANDA GHITA"
La Margherita Bertoni. tenne cattedra di decoro e di buon giudizio a tutta una generazione di Lottigna. Dai suoi maggiori aveva imparato l'arte di ragionar bene. La frequentazione della chiesa (poich era devota senz'essere bigotta) l'aveva tenuta in esercizio.
Nessun paese al mondo vive senza discordie, e ce n'erano anche a Lottigna. Fra la casa dei Ludovic e la casa degli Andrea, fra la Ca' di Iacum, e la Ca' di Franzin, e la Ca' degli Antognola, e la Ca' dei Martin e la Ca' delle Apollonie (questa nomenclatura patriarcale e matriarcale  di antica e nobile italianit) qualche attrito c'era sempre e la mediazione dei Bertonn non poteva marcare. C'era soprattutto la Ghita che parlava.
Ricordo l'altro mio condiscepolo il Martin ch'era emigrato a Brusselle e n'era tornato afflitto di una donna di citt che non sapeva adattarsi, ed erano continue beghe. Bisognava sentire la Ghita a dire le ragioni dell'una e dell'altra parte, con quello squisito senso della misura che consiste sempre nel trovare che di ragioni ne hanno tutti un poco e che senza un po' di torto non c' nessuno se non  un santo.
Ed anche ricordo la Ghita sull'alpe. Una meraviglia! La sera si diceva il Rosario. La Barbora, impetuosa ed ordinaria, cominciava la corona, interrotta da rabbiosi apostrofi ai nipoti a proposito delle vacche e dei porci, ma poi c'era la Ghita a catechizzare noi ragazzacci per insegnarci a star serii, a rispettarci, a non inveire, a stare a posto.
Quanto, quanto giudizio, in quelle parole!
 
 I BLENIESI A MILANO (in principio dell'ottocento)
Quando nacque Giuseppe Pagani le case di Blenio erano ancora quasi tutte "guadagnate" in "Lombardia" nel senso gi osservato dagli scrittori confederati del settecento che tutte le case di qualche pregio nei nostri villaggi erano state costrutte coi guadagni fatti all'estero.
A Torre c'erano gi delle belle case, spaziose e sbiancate ed erano tutte dei Pagani cui vennero ad aggiungersi i Torriani. Ci sono anzi delle ragioni per credere che il ceppo stesso dei Pagani fosse venuto da laggi.
Tutta Blenio, fino al Blocco austriaco del 1853, emigrava a Milano con qualche diramazione nel Veneto. Solo i Prugiaschesi avevano trovato uno sbocco al porto di Genova. Le case di Olivone, dette allora palazzi, avevano quasi tutte le origini da Milano, salvo i Poglia che avevano trovato la loro fortuna a Bordeaux ai tempi di Napoleone
Fu a seguito del Blocco che i nostri valligiani si precipitarono in Francia: Parigi, Lione, Marsiglia, e pi tardi presero la via di Londra dove trovarono... l'America!
 
 LE CUCINE DI LONDRA
Oh, i trionfi della emigrazione a Londra! Oh, i milioni dei Gatti e dei Monico! Oh, i grandi restaurants sul modello di duelli francesi! Tutti i miei contemporanei hanno potuto sperare il milione! E c'era di che! Le trattorie francesi erano servite dai camerieri francesi, gi esigenti e viziati, e dai camerieri italiani (i laghini) tutti analfabeti. Dei camerieri bleniesi tutti erano stati a scuola. Uno, proprio di Torre, aveva fatto nientemeno che il liceo e divent padrone di un Restaurant che riuniva tutti gli artisti di Londra. Quella poca ortografia francese che sapeva lo sguattero di Blenio, il cameriere italiano l'ignorava e non riesciva a capire perch mai una parola inglese si scrivesse ad un modo tutto diverso della sua pronuncia.
Aggiungete la buona condotta ed ecco la morale della favola!
Sulle cucine di Londra scrisse un poema un mio compagno di ginnasio, oggi dimenticato, ma quanto al disotto dal vero!
Il Peppo Pagani ed altri miei condiscepoli le mostrarono a me stesso quelle infernali fucine! Le giornate dall'alba al tramonto con una temperatura di 40 gradi; le notti accavallati su per i tetti con le compagnie pi pericolose!
Ma Giuseppe Pagani si salv.
Ma chi pu dire quanti e quanti suoi compagni e compatriotti salv la sua parola, il suo esempio
 
 L'ILLUSIONE DEL PROGRESSO!
Fu un progresso? Oggi  lecito fare il bilancio e concludere che si stava meglio prima.
La vecchia emigrazione era limitata a pochi mestieri, umili ma sani. I pi erano marronai, ma anche molti facchini. Del tempo della celebre peste di San Carlo si ha memoria di molti monatti. Alcuni nomi di famiglia lasciano supporre che i Don Rodrighi non sdegnassero i Bleniesi fra i loro bravi. Sembra addirittura che i bleniesi fossero ammessi di pieno diritto nelle corporazioni di mestiere, forse in margine alle capitolazioni militari. La tradizione  anzi che i portatori bleniesi avessero il privilegio di portare a processione le reliquie di St. Ambrogio.
L'emigrazione a Milano era puramente stagionale e cio d'inverno. Col ritorno delle rondini tornavano anche i marronai e nei paesi partecipavano a tutti i lavori di campagna fino a San Martino. La campagna era perci florida.
Altra musica quella del lavoro come sguatteri e camerieri in Francia! Il guadagno era molto, durante tutto l'anno, ma il primo guadagno era la tubercolosi... e il resto.
 spaventoso il numero di tisici che c'era nei villaggi di Blenio ai tempi dell'emigrazione del Pepp Pagan! Fra i paesi che pi ne furono devastati cito Corzoneso, Aquila e precisamente i comunelli di Lottigna, Grumo e Torre!
Per fortuna il Pepp  ed era un virtuoso.
 
 IL MULINO DELLA BARACCA
Quando Peppo Pagani veniva alla scuola maggiore, passava tutti i giorni davanti un mulino assai modesto, che era quello di suo padre. La roggia veniva via pel piano di Torre e l si volgeva precipitosa sopra Grumo. Era Alla Baracca, perch da poco tempo era stata costruita, lungo la cantonale, un'osteria che cos si chiamava.
II molino era aperto tutto il giorno per tutti i giorni dell'anno, sempre frequentato dalle donne del paese che vi portavano il grano con la brenta o che l'andavano a prendere, macinato, per portare a casa la farina. La signora Pagani (come si direbbe oggi) non si vedeva mai perch rimaneva sola tutto il giorno ad accudire alla casa ed alla campagna.
L'economia di quei tempi era cos. I mulini meccanici con tanti e tanti cilindri non si sapeva cosa fossero. Una roggia, un salto, un rodasano, una macina, un frullone e bott li. I trasporti, che negli altri paesi avvenivano a schiena di mulo, erano affidati alle donne, n mai avveniva che una di loro si lagnasse.
Tali erano gli ascendenti del mio compagno, a prescindere da quelli, assai lontani, che nel 1402 avevano discacciato i Pepoli ed avevano marciato, secondo la tradizione, infino al lago (questa tradizione l'ho raccolta da un altro Pagani che era fra i notevoli del paese).
 VI.
Episodi(75)
I. Premessa: Ho vissuto come pochi altri ticinesi almeno sessant'anni di vicissitudini del mio paese.
II. Ho fama di essere in politica e religione un originale, nel senso che non sono una copia. Mi reco cio a dovere di dire ed agire come penso e non gi come conviene dire per interesse o per rispetto umano.
...
I. Episodio (scolastico): il maestro ci spiega l'eguaglianza degli angoli opposti al vertice, ecc. Per i miei compagni quello  un precetto di pi da tenere a mente: per me  uno scompiglio di tutti i dogmicini che gi avevo appreso nell'ambiente esterno. Ordunque mi dissi; un franco liberale pu essere eguale ad un pianista, ci che allora voleva dire un membro della societ piana, un nemico di quegli ideali che mi erano stati insegnati come sacri!
...
II. Un episodio giudiziario: Il dottore di Insbruch.
Quando frequentavo la scuola maggiore dell'Acquarossa erano ancora freschi i ricordi del tempo dei landfogti. Ricordi buoni, checch si dica... A quei tempi tutti potevano fare l'avvocato; bastava avere la fiducia dei clienti, e la tolla.
Seppi dalla voce pubblica che un paesano qualsiasi di Malvaglia si era fatta una buona clientela, in societ con un avvocatone di Bellinzona, imparando a meraviglia gli Statuti e invocandoli a buon proposito.
Una volta, che si piativa davanti ai sindacatori, un secondo avvocato di Bellinzona disse:
- Ma lei che vien qui a sentenziare, mi saprebbe dire dov' che ha studiato legge?
- Ho studiato (fu la risposta) sott'a un sprg, che in volgare vallerano significa sotto una roccia.
Risero plaudendo i Malvagliesi l presenti, e quel ridere parve una testimonianza.
- Ah! Lo volevo ben dire io! Innspruk (Innsbruck)  un'eccellente universit, asser il primo avvocato (il socio), e non tutti gli avvocati bellinzonesi possono vantare altrettanto!
Cos che il Console di Moncrego da villano che era fu ritenuto dottor di leggi.
Apprendendo questa storiella io ne conclusi un certo scetticismo sul valore dei titoli accademici e quello scetticismo mi rimase anche dopo che io stesso fui proclamato doctor honoris causa che si pu leggere anche humoris causa.
III. Altro episodio giudiziario.
Oggi tutto il mondo giuridico italiano  in moto per la riforma del processo civile secondo il progetto del guardasigilli Solmi.
Si tratta di introdurre il sistema indagatorio per il quale nei tribunali debbono comandare i giudici e non gli avvocati.  il sistema che una volta era romano e come tale rimase nei paesi anglosassoni a traverso i secoli, e nel 18 e 19 secolo divent tedesco, di contro al sistema da noi vigente, che non  punto latino ma francese dei tempo pi tirannico di Luigi XIV.
Si tratti d'udire un testimonio. Esso  interrogato dal giudice direttamente e da lui solo. L'avvocato che vuol domandare qualche cosa prega il giudice di interrogare il teste su questa o quella circostanza. Si vada invece davanti qualche nostro pretore. Chi interroga  l'avvocato. Il teste risponde come pu, ma  l'avvocato che detta la deposizione a protocollo.
Or ecco l'episodio:
Si disputava una volta a Belilnzona un caso di distrazione di beni a pregiudizio dei creditori. Un cavallo colla sua vettura era stato venduto ad un povero diavolo di vetturale, che poteva essere (come si diceva allora) il presidente della Leggera, detto il Ragnin.
Ecco come and l'Interrogatorio dopo che il teste principale ebbe spiegato chi fosse il debitore e chi il creditore e come la vettura fosse stata ritirata dal Ragnin.
- E della solvibilit del Ragnin cosa pensate? 
- Il Ragnin?!
Il teste scoppia in una clamorosa risata canzonatoria.
Il presidente, che non ascoltava, d una scampanellata furiosa
- Qui non siamo in piazza! Teste tal dei tali, dite cosa potete dire della solvenza del Ragnin!
Il teste, spaventato, risponde balbettando:
- Io? non posso dire niente, io!
La risposta venne cos dettata a protocollo dall'avvocatone della controparte:
- Interrogato analogamente il teste risponde che sulla solvenza del Ragnin non c' niente da dire.
Ci equivaleva a dire che era solvibilissimo.
Questo episodio era e rimane significativo, eloquente!
IV. Episodio. Una risata in Gran Consiglio.
Si discutevano allora, come adesso e come sempre, i provvedimenti finanziari. L'amico Oreste Gallacchi, il precursore degli agrari, voleva che si venisse in aiuto delle campagne ed a questo fine si crescessero le imposte sul lusso.
Niente in contrario, ma dov' il lusso? Egli lo intravvedeva nei cani di lusso, nelle carrozze di lusso, (l'automobile non c'era) e specialmente nelle biciclette che gi formicolavano molestando i pedoni.
Prese la parola l'on. Bertoni ed era per dire che liberarsi delle biciclette non era facile come a dirlo. Quell'aumento di velocit nella circolazione aveva un valore sociale...
- Vedr, mio buon collega, che fra qualche decennio si vedranno degli operai andare a bicicletta sul lavoro e magari qualche donna a bicicletta con il gerlo in ispalla!
Fu uno scoppio di ilarit fragorosa!
Il Gran Consiglio, che abbonda di maligni, credeva che io volessi beffarmi della rusticit del deputato di Breno e rise sonoramente.
E adesso?...
V. Episodio. Una risata di elettori.
Di grandi elettori dovrei dire, poich sulla piazza di Faido era radunato un comizio.
C'era tutto lo stato maggiore del mio partito con tutta una esuberante giovent. Buon umore e buon successo! La solita lista di discorsi; i soliti applausi.
A un tratto un veterano, che forse era membro del governo, fa osservare ai suoi compagni di gioia che per un bel banchetto a regola d'arte occorreva un brindisi alla donna.
Detto, fatto!... Io sono incaricato del brindisi cavalleresco.
Attenzione eccezionale! Gli applausi colgono al volo certe parole innocentissime, come la laude della carit femminile. Comprendo che devo elevare il tono (o credo di comprendere) ed estendo la mia laude alla suora di carit.
Fu uno scroscio di risa, come se avessi detto una minchioneria...
I miei seguaci, i miei plaudenti avevano creduto ch'io volessi fare non so quale ironica allusione.
Che un applauso possa mortificare, lo disse a suo tempo Francesco Domenico Guerrazzi in pieno parlamento fiorentino, chiedendo ai fedeli che l'attorniavano: - "Che sciocchezza ho detto?"
VI. Episodio. Il giurisconsulto Calandrino.
Siamo in una sala di tribunale. Si discute una causa di poco conto. Di fronte ad un avvocatuzzo da dozzina siede un principe del foro; uno che avrebbe onorato anche il foro di Torino o d'altra metropoli.
L'avvocato cavalocchi, (come si direbbe in Toscana) ha sollevato un incidente rabulesco, comicamente sicuro di far effetto; l'avvocato principe gli risponde prendendolo in giro.
- Il mio avversario - dice - ha tirato fuori questa sua scoperta con la soddisfazione di Calandrino quando veniva su per Firenze gridando di aver scoperto la pietra filosofale gi per lo Mugnone. (Risa).
Il rabulesco avvocato resta confuso, perch neppure conosce le novelle del Boccaccio, ma non vuole che altri se n'avveda e con una faccia tosta da fare invidia replica in questo tono:
- Cosa crede, il mio illustre collega, di venirci a imporre coi suoi antichi giureconsulti? L'ho letto anch'io il Calandrino, e non dice nulla di ci ch'egli vuole farci dire. Calandrino non parla a vanvera (testualmente).
Nella sala di udienza si udirono ridere due praticanti. Il presidente rimase serio serio perch non capiva nulla.
Egli se ne intendeva, s, di giurisconsulti, ma perch aveva sentito dire di un vecchio Gobbi di Locarno, al tempo dei Landamani, che era assai pi che avvocato: era giraconsulti!
VII. Episodio. Episodi del tempo di guerra.
Mai, forse, nella storia dell'umanit, furono pi grandi e manifeste le manovre delle due parti belligeranti per tirar l'acqua al proprio mulino. Gi prima che l'Italia entrasse in guerra la gran maggioranza dei Ticinesi era con gli alleati, un po' per colleganza di interessi per la Francia, dove la nostra emigrazione si era diretta gi da quasi un secolo, ed un po' per influenza dell'Inghilterra dove i Bleniesi si erano radicati da forse due generazioni.
Ora ecco come il comunello di Dongio, di 500 abitanti, fu salassato di centomila franchi.
Ero in viaggio da Dongio a Bellinzona. Trovo in treno l'amico Costante che mi dice:
- Sai, vado alla banca per piazzare 75.000 franchi, prezzo del negozio che ho venduto a Londra.
-  una bella somma, rispondo. Bellinzona  ora travagliata dal fallimento di due o tre banche, se non ti spiace comperare case, o crediti ipotecari, rischi di raddoppiare il tuo capitale.
- Fossi un minchione, dice lui. Chi mi salverebbe dall'imposta?
- Ci siamo! Allora va per la tua strada
Giorni appresso l'incontro e mi dice:
- Rendita russa ho comperato! I Russi sono gi sui Carpazi e quando vincono avr raddoppiato la mia rendita. Altro che le ipoteche di Bellinzona!
- Ma lo sai cosa siano, e dove siano i Carpazi?
- Questo no, ma mi hanno proprio assicurato...
- Gi; i commessi della Banca che toccano le provvigioni per conto inglese!
Anche un mio prossimo parente alcuni giorni dopo volle fare qualche cosa per gli alleati e... comper 30.000 franchi di rendita russa la quale fin come tutta l'altra.
VIII Episodio: L'apparecchio giudiziario.
Nel Tribunale d'appello siedono sette giudici. Alle visite in luogo (sopraluoghi) di regola prendono parte solo due o tre colleghi, ma poi capita che questi sono imbarazzati a rendere conto con esattezza di ci che hanno visto. Una volta a Muralto noi delegati dovevamo spiegare ai colleghi il funzionamento di un passaggio munito di due rampe di scale; non ci riusciva.
In quel tempo il Dipartimento delle costruzioni pose in vendita un bell'apparecchio fotografico. Io, che avevo cominciato come dilettante a fotografare i miei bambini e quelli del vicinato, proposi e ottenni che si comperasse l'apparecchio, ma subito che l'ebbi sperimentato fu uno scandalo. Gli avvocati andavano su tutte le furie.  lecito ai giudici di immischiarsi nell'istruzione delle cause? Gli Inglesi dicono che non solo lo possono, ma lo devono: i Francesi dicono che non solo ci  vietato ma  un delitto! Io mi servii ampiamente della fotografia finch rimasi in funzione, ma uscito che ne fui l'apparecchio  scomparso.
 PARTE NONA
 Macchiette rusticane(76)
 I.
GENTE DI CAMPAGNA
La campagna  poco nota alla gente di citt, bench ce ne siano molti che pretendono di conoscerla.
Gi! alla dama di salotto ed alla commessa di bottega la gente di campagna interessa poco. Le contadine sono vestite goffamente, parlano rozzamente, danno del voi a chi devono dare del lei, non sono gente da ricevere in casa; dopo congedate bisogna aprire le finestre.
Per i signori la cosa  un po' diversa. Ce n' che si interessano alla campagna poich hanno dei masserizi e bisogna tener d'occhio quei birboni di massari. Ce n' di appassionati per la caccia, o pi modestamente per "cattar funghi", e questi sono persuasi di conoscere la campagna a fondo. Ce n' poi che si accaniscono alla caccia dei voti e questi imparano a far bella ciera ai villani.
Tutti questi, signore e signori, si accordano generalmente nell'opinione che il campagnuolo sia indietro, oh, molto indietro in confronto al cittadino. Indietro non solo per la sua istruzione scolastica e per quelle buone creanze che si riconoscono nel modo di vestire, di salutare e di stare a tavola, ma indietro nelle facolt pi nobili, che sono l'osservare, il paragonare e il giudicare.
Ma la verit  ben diversa. Il campagnuolo, il rustico, osserva talvolta con occhi da lince, sa pesare il pro e il contro, sa distinguere, e giudica con una profondit singolare. Nel campagnuolo, anche se non  stato a scuola, potete trovare tutti i caratteri che si osservano nei parlamenti, nei fri, nelle accademie. Il tipo del chiacchierone politico, che sa di tutto, sentenzia su tutto, compone programmi e parla, parla all'infinito in un comizio, in una Camera di deputati, senza dire nulla di nuovo e concludere nulla di pratico, voi lo potete trovare nel villaggio, in abito femminile, intorno il lavatoio e rimarrete sorpreso della perfetta somiglianza di spirito fra l'oratore diplomato e la lavandaia analfabeta.
Cos degli altri caratteri. L'uomo corto d'ingegno ma che sa tacere e far cantare gli altri, voi potete incontrarlo in un Ministero, in un Consiglio di stato, sugli scanni della giustizia, ma lo troverete anche fra i pastori dell'alpe, fra i legnaiuoli, fra i carbonai.
Cominceremo i paragoni parlando di due menti corte, al disotto d'ogni mediocrit, come sono nel villaggio e come possono riapparire pi in alto.
 II.
QUELLA CHE SA FAR DI TUTTO
Nel mio villaggio non vi sono cretini.  vero che  un piccolo villaggio, ma nessun cretino vivo e nessun ricordo d'uno che sia morto,  una gran bella cosa. Gli idioti sono un pericolo per un comune. Non solo per i danni che possono cagionare, come un incendio, ma perch cadono spesso a carico dell'assistenza pubblica.
Non c' un cretino, ma c' la Marina che  la persona meno intelligente, la pi ignorante, la pi dura da cuocere. Si chiama Marina perch  d'origine genovese. La Marina  deficiente in tutte le facolt, ma forse per questo  convinta di saperla alla lunga, come tutti gli altri, e forse di pi. Il suo intercalare  sempre: "oh, l' so b! oh mi ho b provou! (ho ben provato) oh mi sun minga stacia a scoera, ma g'ho r'esperienza". Si parli di qualunque cosa, lei sa tutto: lei capisce tutto. In realt non capisce niente. Se le si d una commissione da sbrigare, una risposta da riferire, lei fa tutto alla rovescia. Se le commettete un lavoro e non le state addosso a sorvegliarla, lei lo sbaglia. Ma poi, quando la rimproverate e le dite: bisogna fare cos, lei non s'offende, non contraddice, ma conferma e d ragione. L' quel che disi mi, - l' b come fagh mi, e far sempre lo stesso sbaglio ripetendo l' b che fagh, l' b che digh. Sempre di buona fede, sempre servizievole, chi se ne fidi. Lei sa tutte le malattie, e sa come curarle perch lei di tutto  esperta. La gente sa che conto farne. Nessuno l'ha mai chiamata per infermiera. Poich le manca il bernoccolo della metafisica, le si riservano i lavori materiali dove non ci sia da pensare. La si fa lavare, portare il gerlo, sarchiare le patate.
Ora, voi non lo crederete, ma la Marina di Lottigna l'ho incontrata in tutti gli uffici, civili e militari, quando era gi morta da un pezzo. L'ho vista fare il segretario, il contabile, il perito, magari il giudice. L'ho incontrata in tutti gli uffici pubblici e privati, nell'amministrazione delle Banche, delle ferrovie, delle aziende pubbliche. L'ho incontrata nelle piccole botteghe e pi nei grandi magazzeni. Lei, cio lui, sa tutto: lui ha l'esperienza, lui sa che si fa cos e cos, perch si  sempre fatto cos. A fargli un'obbiezione non la capisce.  persuaso che siete voi che sbagliate e che non capite, e molto cortesemente, pazientemente, vi ripeter: "io so quello che faccio, io so quello che dico: io vi dico che si fa cos e cos!".
Una volta mia mamma mise la Marina nell'orto a strappare l'erba. Una bella e grande aiuola un po' fuori mano, seminata a spinaci correnti. Un legume che la Marina non aveva mai visto. L'aiuola era sfacciatamente invasa da certe erbacce che i villici bleniesi chiamano i farinelli. La Marina lasci tutti i farinelli e strapp tutti gli spinaci con esemplare diligenza. Ebbene, persuadetevi, lo stesso pu capitare anche negli uffici, con questa differenza che la Marina non si era obbligati a chiamarla, mentre i suoi congeneri, entrati che sieno in un'amministrazione, nessuno pi riesce a mandarli via. Gli sbagli della Marina erano presto riparati. Quelli dei suoi fratelli sogliono essere calamitosi,
 III.
QUELLA CHE SPIEGA TUTTO.
La Marianna de' Conigli  nota in paese, e a 7 chilometri all'ingiro, come quella che non tace mai. Dalla mattina alla sera la sua lingua va come il mulino a vento. Essa  il contrario della Marina perch ha il bernoccolo della metafisica. Di ogni cosa che succede essa conosce le ragioni dirette e indirette, naturali e soprasensibili. Quello che succede di bene l'attribuisce ai Santi, quello che succede di male, alle streghe. Se quest'anno la vigna  andata bene, non  per la stagione e meno ancora per il lavoro che le hanno fatto. Macch: gli uomini di Lottigna sono tutti fannulloni.
La Marianna si attiene al comandamento di non nominare Dio invano, ma snocciola una litania di santi che si sono occupati della vigna e lascia capire che il merito  anche suo perch essa i Santi li ha invocati a tempo debito. Certo se ne  occupata pi lei che il signor curato, il quale trascura visibilmente l'ufficio suo,  sempre in giro e non fa che leggere i giornali.
Ma le buone vendemmie sono rare, e di cose che vanno bene ce n' pochine. Ce n' troppe invece che vanno male e per questo la Marianna parla molto meno per benedire i santi che per maledire le streghe.
Oh quelle streghe! Tutti i santi giorni la Marianna sente le streghe squittire nelle boscaglie che attorniano il villaggio. (Gli altri hanno forse sentito squittire la civetta, ma lei sa di sicuro che erano le streghe).
Sabato hanno fatto il barlotto in Temanina, luned era nel Deserto, ieri fu dalle parti di Tezzecchino, dove le hanno messo a soqquadro tutto un campo di fagiuoli. S, s, tutti i fagioli le hanno rovinato
- Sar forse stato il vento...
- Gi, e il vento chi lo fa venire? E la tempesta? E la brina? Sono sempre loro le streghe che fanno i malefici. - E via come un mulino a vento a denunciare le malefatte delle streghe e degli stregoni. E parla e parla al breve pubblico del villaggio minuscolo. Parla delle disgrazie avvenute in questa o in quella casa, delle liti della famiglia di Bartolomeo, della moglie di Martino che non riceve pi lettere dal marito, della eredit di Venezia che ha toccato ai Genelli, della bottega di Milano che va in malora agli Antonioli. Parla della causa del Comune, che si perder, parla della scuola del villaggio che  stata chiusa per mancanza di allievi e se non c' pi matrimoni a Lottigna  per la stupidit degli uomini. Essa spiega tutto, essa conosce di tutto il perch. Essa ha il dono della parola, conferitole da non so quale dimonio, in quale diabolica cerimonia. Quando si ha quel dono, non  necessario pensare a quello che si dice. Si apre la bocca e la si lascia andare automaticamente. Il meccanismo va da s, finch rimanga fiato in corpo.
Orbene, la Marianna  morta da un pezzo. Io ho lasciato il mio povero villaggio di 130 abitanti, sono andato in citt: ho frequentato le feste ed i banchetti, mi hanno mandato in Consiglio comunale, e poi in Gran Consiglio, poi pi su e pi su ancora... ed ho sempre sentito la voce della Marianna, la stessa Marianna che spiega tutto, cui il bernoccolo della loquela fornisce gli argomenti a dieci a dieci, a cento a cento. La Marianna sempre certa delle sue convinzioni, dei suoi principi e della perversit delle sue streghe e della divinit dei suoi santi.
Naturalmente la qualit delle streghe varia secondo l'ambiente e secondo i tempi. Non sono pi le streghe volgarucce che mandano a male i fagiuoli; sono streghe di un mondo civile, di una cultura illuminata. A seconda delle Marianne, le quali sono molto diverse, ed a seconda delle epoche, le streghe si sono convertite in gesuiti, in frammassoni, in borghesi, in giacobini, in sanfedisti, in bolscevichi, in fuorusciti od in fascisti. Le streghe sono gli ebrei o i romani e i romanizzati, o i teutonici.
Ogni Marianna ha le sue fissazioni e ognuna  certa, oggi, domani e sempre di avere ragione, sempre ragione, tutte le ragioni al cento per cento pi la provvigione.
Le Marianne politiche hanno anche i loro santi, canonizzati da non si sa quale congregazione. C' quella che santifica Mazzini senza averne mai letta una riga, quella che santifica Alessandro Manzoni per ci che non si  mai sognato di dire. Una santifica Robespierre, l'altra Maria Antonietta; una Napoleone e l'altra Metternik. Una Garibaldi e l'altra Radetzki, una Gambetta e l'altra Carlo Marx.
Il nome del santo non conta nulla. L'essenziale  santificare e maledire; vie di mezzo non ce ne sono. Se c' una votazione per aria, chi  per il s  sacrato al cielo e chi  per il no va all'inferno (o viceversa). Se c' una guerra sul continente ecco che spuntano le ali ai francesi, tutti angeli, e spuntano le corna ai tedeschi, tutti diavoli: o viceversa. Viene l'ora della pace? Ecco le Marianne tutte al loro posto, sempre certe della loro infallibilit. Esse invadono i Congressi, invadono le Conferenze, a Versaglia, a Spa, a Genova, a Locarno, a Stresa ed a Londra. Tutte le Marianne contro una Marianna sola: una sola contro tutte.
E non concludono mai nulla.
...
Quella povera Marianna di Lottigna fu del resto una onesta donna: sopport con coraggio la sua povert che era squallida, il suo lavoro che era estenuante e se non fece del bene, certo non fece del male con nessuno. Diceva un mondo di castronerie, ma agiva umanamente. Lo stesso mi pare delle altre Marianne. A sentirle parlare meritano il manicomio, ma la maggior parte agisce quasi onestamente. Tutte meritano molta indulgenza.
 PARTE DECIMA
 Politica
 I.
Filosofia pratica e contorni politici(77)
La filosofia non , e non pu essere, un soggetto abituale di conferenze radiofoniche: la politica meno ancora. Se mai, debbono rimanere in quei limiti che la Costituzione federale assegna per i soggetti religiosi nelle scuole pubbliche. Queste cio devono poter essere frequentate dagli aderenti di tutte le confessioni "senza che ne risulti offesa in alcun modo la loro libert di coscienza e di opinione" (art. 27).
Ci sarebbe forse impossibile se si volesse entrare nel campo della filosofia teorica, cosiddetta speculativa; ma la distinzione fatta da Emanuele Kant, il principe dei filosofi moderni, ci insegna la strada.
Egli ha scritto la "critica della ragion pura" sulla quale un consenso universale non sarebbe mai possibile, ma fortunatamente ha fatto anche la "critica della ragion pratica" sulla quale qualche buon accordo  sempre presumibile.
Il secolo scorso filosofava assai pi che l'attuale; forse perch allora non c'erano gli sports moderni per attirare tanta parte degli entusiasmi della giovent. Si discuteva, anzi, si disputava accanitamente in ogni luogo e in ogni tempo, magari alla birreria alle ore avanzate fra platonici e aristotelici, sulla materia creata od increata, oppure fra darvinisti e spinoziani intorno all'essenza della divinit, alla esistenza dell'anima ed alla sua immortalit, allo spiritismo ed alla spiritualit e, beninteso non ci si intendeva mai.
La metafisica, cio lo studio di quelle concezioni astratte che non possono essere dimostrate sperimentalmente, venne a poco a poco espulsa dalla filosofia rimanendo oggetto della teologia. Solo verso la fine del secolo vi fu una certa riabilitazione della metafisica: lo stesso nostro Romeo Manzoni fin la sua carriera positivista conciliandosi con la metafisica sotto gli auspici di Bergson.
I materialisti avevano sostenuto che la vita organica procede tutta dalla evoluzione del protoplasma: gli spiritualisti sostenevano fermamente che procedesse solo dalla creazione divina. Bergson propose l'volution cratrice. Conciliazione facile e piana finch i contendenti sono due o pochi intellettuali: conciliazione impossibile se i contendenti sono masse di persone pi o meno incolte, che credono di capire i sistemi per i quali si accalorano, si combattono, si insultano.
Due persone che la pensano diversamente possono sempre arrivare a un accordo pratico. Esempio classico: il giovane e la ragazza che si sposano sorpassando ai loro contrasti d'opinione:  cosa di tutti i giorni! Altro esempio: il medico e la suora. Abbiamo avuto qui a Lugano il caso del chirurgo Vittorino Vella, libero pensatore per la pelle, che fu assunto come primario alla Clinica di Moncucco ed ebbe come infermiere le suore cattoliche. Stavano freschi i pazienti se dovevano aspettare che il medico e le suore si mettessero d'accordo sugli articoli di fede! Per fortuna non ne parlarono: ciascuno fece il proprio dovere e i pazienti furono operati e salvati a migliaia!
La piet, la carit, non sono concetti trascendentali. Sono sentimenti naturali che si manifestano nella ragion pratica: nella pratica filosofia. I preconcetti, i partiti presi non possono che nuocere. Negli Stati Uniti d'America succede normalmente che in un Comitato di beneficenza figurino insieme un vescovo cattolico, un clargiman metodista e un venerabile frammassone: questo  spirito pratico. Nello stesso paese potr darsi che il bianco rifiuti di sedere al medesimo tavolino col negro, che il banchiere non voglia figurare sulla lista elettorale coll'operaio o col villano. Ma tutto questo  squilibrio nervoso.
La guerra, la grande guerra,  venuta ad aggiungere a questa piccola infermit le grandi psicosi collettive a base di nazionalismo e di razzismo. La lotta di classe ha vieppi inasprito le lotte politiche di partito, ma ha ragione Paul Valery nel suo libricino sopra "Le Monde actuel". Quando in aria c' la guerra con le sue incertezze, con le sue minacce, con le sue paure, tutte le menti si smarriscono. Ci si chiede prima di tutto: quali sono i gruppi umani che debbono farsi la guerra? Saranno le nazioni? ma quali nazioni? O saranno le razze? ma quali razze? O piuttosto le classi? E si scoprono le classi, le razze e le nazioni cos: come a suo tempo si scopersero le nebulose.
La guerra ha per effetto di decidere l'avvenire delle generazioni e dei secoli, nel minor tempo possibile, senza esaminare e senza riflettere. Che importa se per decidere bisogna aver fior di cognizioni che nessuno pu vantarsi di possedere? Il fatto sta che si segue un'opinione qualsiasi anche se dettata dal caso!
La grande guerra  passata. Essa  finita come nessuno prevedeva. Sono fallite tutte le previsioni dei guerrieri professionali, tutte quelle dei finanzieri e quelle dei diplomatici. Ebbene, in vista della nuova guerra della quale non si sa chi saranno i belligeranti, n quali i nostri alleati n i nostri nemici, n se comincer sulle coste della Spagna o su quelle del Manciukuo, ognuno deve prepararsi ad obbedire alla parola d'ordine di un dittatore od anche di un comitato del quale non si sa, di chi sia composto, n donde venga, n dove vada.
L'effetto della prossima guerra sar probabilmente il tramonto del primato dell'Europa su tutto il globo terracqueo. La decisione dipender tuttavia dalle folle anonime sotto gli auspici della Dea Incompetenza, succeduta a Marte ed a Minerva,
La sorte di un Impero potr dipendere dal disgraziato temperamento d'un uomo solo. Sempre, per quanto dipende da noi, converr ricordare che con l'intolleranza nulla si pu giudicare, col fanatismo non si pu governare, col partito preso nulla di buono si pu concludere. La filosofia pratica ci impone di stare al senso pratico, in tutte le questioni e, se  lecito, anche nelle questioni politiche, interne ed esterne, federali e cantonali.
Noi Ticinesi, come ho spiegato in certi miei scritti, siamo troppo propensi a seguire le suggestioni straniere: noi siamo degli artisti, dei romantici e talvolta anche dei letterati, od almeno dei dilettanti di letteratura. Per questo ci lasciamo facilmente sedurre dalla tentazione e facciamo volontieri della rettorica morbosa. Il classicismo ci leg l'immagine di Giove tonante che brandisce i suoi fulmini e parla frasi reboanti e con la sua voce fa traballare l'Olimpo. Il barocco dei nostri grandi secentisti ci suggestiona: anche in epoca assai vicina ci sugger tutto un diavoleto di invasioni barbariche, di insidie, di tiranni, di oppressioni, di difesa, di rivoluzioni tramate, tentate, fallite... ed in ogni caso male imaginate.
Tregua sia alla rettorica! Cos ci avverte la filosofia pratica. Basta con le esagerazioni. Noi non siamo un popolo che geme sotto i tiranni, ma siamo un popolo che ha troppo emigrato per il motivo principale di avere ricevuto un'istruzione ed un'educazione troppo urbanizzata: noi siamo un popolo che ha troppo vissuto all'estero (moralmente e materialmente).
Noi siamo un popolo di campagnoli troppo numerosi fra le nostre anguste valli montane, che dopo avere conquistato tutti i mercati di lavoro ne fu scacciato dalla mala-guerra e dalla mala-pace ed ora deve rivalutare le sue naturali risorse: clima, aria, suolo, pascoli, boschi e paesaggio, che sono la nostra vera ricchezza. A compire questa impresa "l'arte giova e il senno ha parte", sar propizio l'aiuto del cielo, ma a nulla serviranno le declamazioni di vecchio stile, a nulla le esaltazioni degli animi. Giover il culto delle nostre belle tradizioni di libert e di democrazia, nelle forme e nella sostanza quali le istituirono i nostri avi, non quali possono convenire alle plebi metropolitane ed industriali delle grandi Nazioni.
Non il Tago, non la Senna, non la Sprea, non il Volga, ma le modeste acque del Ticino!
La filosofia pratica non vieta, anzi consiglia il culto della giustizia sociale. In essa concordano le voci della terra e del cielo e noi le dobbiamo ascoltare. Ascoltiamole pure. Ascoltiamole per agire con esatta cognizione delle cose ex informata conscientia. Al quale effetto  necessario ricordarsi sempre che la giustizia vera  un concetto astratto, che non si pu n materializzare, n misurare col metro, n colla bilancia (malgrado la nota imagine.).
Io ho fatto otto anni il giudice, i pi fecondi della mia vita, dei quali cinque anni di presidenza della Corte criminale, e quasi non ricordo un caso solo in cui tutte le ragioni o tutti i torti fossero da una parte sola. Sono stato per pi di vent'anni deputato alle Camere Federali, tre volte presidente del Gran Consiglio ed ho fatto parte di una baraonda di Commissioni. La mia esperienza della ragione e del torto nella vita pubblica e nella privata,  dunque quale a pochissime persone  dato di raggiungere.
Orbene posso assicurare, chi mi voglia credere, che quasi sempre, o almeno di regola, le questioni che si hanno a decidere esigono una matura considerazione di tutti gli interessi, di tutte le opinioni e di tutti i sentimenti, anche di quelli che a prima vista appaiono strampalati, o superstiziosi o temerari.
Purtroppo affiora anche la malafede, ma  pi presto riconoscibile in chi abbia l'abito di negare ogni buona fede altrui, rarissima in chi dubita di se stesso e dei suoi.
Riassumo dunque:
Nella vita pubblica una sola filosofia  possibile:  la filosofia pratica, la quale insegna a mettere da parte ogni esaltazione, ed ogni fanatismo. Il filosofo spagnuolo de Unamuno ha forse espresso meglio di ogni altro un problema umano scrivendo che l'esame di coscienza non  soltanto un dovere dell'uomo singolo, ma deve, (in giusta formazione della societ) diventare un'abitudine di tutti i corpi deliberanti, di tutte le collettivit, dalla Societ delle Nazioni fino all'ultimo comitatino distrettuale!
 II.
Sette o nove?(78)
Signor presidente e signori colleghi,
Quando questa mozione che ci occupa(79) potr arrivare, ed arriver certamente, davanti al popolo, tutto il Ticino la voter unanimemente. Non un partito, non una frazione, non un villaggio voter contro. Egli  che il popolo della Svizzera italiana sente da lungo tempo il bisogno di essere rappresentato nel Governo federale e conta sopra una riforma che glie lo assicuri anche in avvenire.
Non  questa una pretesa illegittima come molte altre che pur furono sanzionate dall'uso di tanti anni. Se i grandi Cantoni di Berna, Zurigo e Vaud hanno ininterrottamente avuto un Consigliere federale dal 1848 in poi, ci avviene per riguardi rispettabili, ma insomma senza alcun diritto e senza un motivo di importanza fondamentale. Diversa  la cosa pel Ticino.
Il Ticino non  solo il 18 cantone, esso  la Svizzera italiana. Esso non deve essere considerato solo quantitativamente ma anche qualitativamente, e come tale esso  il terzo elemento di cui si compone la Confederazione intiera, la quale non  perfetta se non nella sua trinit. Eppure il Ticino  stato escluso per 50 anni dal Consiglio federale e se da ultimo fu eletto il cittadino Giuseppe Motta egli non lo fu come ticinese ma come cattolico. La sua qualit di ticinese non fece che ritardare la sua elezione, che avrebbe dovuto succedere prima.
Ora se il Ticino per mezzo secolo si adagi a questa situazione, difficilmente vi si adagerebbe in avvenire; imperocch esso  oggi arrivato alla maturit dei suoi destini ed alla perfetta coscienza non dico dei suoi diritti, ma dei suoi doveri. Il Ticino vuole aperta la via a compiere la sua missione nella operosit della patria comune.
Signori, la importanza della presenza dell'elemento italiano nel Consiglio federale era stata intravveduta dai fondatori della Confederazione del 1848; la generazione di Giona Furrer ha voluto Stefano Franscini consigliere federale perch quello era, come il nostro, un periodo di grandi maturazioni. Il movimento nazionalista cominciava a disegnarsi in Europa, con le sue giuste rivendicazioni, ma anche coi suoi minacciosi antagonismi, con gli odi di razza, con la rivalit della lingua, e mentre tutta l'Europa si accingeva alla revisione della sua carta geografica dividendo gli uomini in nazioni, la Svizzera imprendeva l'ardua opera di riunire sotto un solo governo - tre diverse nazionalit.
Un fine cos elevato era solo possibile per mezzo della libert, la libert che in tutte le sue forme garantiva il nuovo patto federale. Era possibile con un solo metodo, la collaborazione delle tre stirpi; la quale collaborazione alla sua volta aveva un presupposto necessario, quello dell'eguaglianza morale fra le stirpi stesse.
La generazione di Giona Furrer  morta. A Franscini morto segu nel 1857 G. B. Pioda fino al 1863 quando fu mandato ministro a Firenze presso il risorto regno d'Italia, ma d'allora in poi fu pel Ticino la decadenza, la esclusione semi-secolare.
Ma ecco di nuovo che i tempi sono pieni di incognite. Dal gigantesco conflitto che travaglia l'Europa sta per sorgere un'ra, come dopo la grande rivoluzione della fine del 18 e del principio del 19 secolo. E di nuovo la Svizzera si trova in mezzo all'Europa sconvolta e travagliata, in pericolo per il suo avvenire, peritosa per le sue istituzioni.
Le responsabilit che gravano e stanno per pesare sul Consiglio federale si fanno ogni giorno pi grandi. Il paese sente il bisogno di eliminare ci che lo divide, di rinforzare ci che lo unisce. Uno dei mezzi pi efficaci  la estensione del Consiglio federale, che permetta un pi giusto riparto di tali responsabilit
 un momento in cui bisogna mettere da parte le gare di partito, le considerazioni di secondo ordine. Chi ci assicura solo della sopravvivenza dei partiti attuali? Essi sono nati da avvenimenti storici, da allineamenti politici ormai lontani che stanno forse per essere suffulti da avvenimenti nuovi: il crogiuolo del tempo forse gi fonde il bronzo di nuove compagini, di nuovi metodi politici. E allora?
Allora un solo grande principio risorge, novella fenice, dalle ceneri del passato.  la grande idea della patria. A calendagosto 1914 l'Europa si dest al suono delle campane a stormo: ogni governo lanci il grido della patria in pericolo, e quella generazione in cui pareva ormai illanguidito il culto della patria, fece miracoli d'eroismo e di resistenza. L'idea di patria risorse quale  nei canti l'Israello come nei canti d'Omero, dell'epopea barbarica come nella storia di Roma.  in questo risorgimento della grande idea che noi dobbiamo attingere la forza per compiere la necessaria riforma interna.
Signori, io non dubito che voi accetterete la mozione come principio, ma so che fra noi va serpeggiando un dubbio fatale. Si teme una decisione precoce, una soluzione precipitata. Si vuol guadagnar tempo per prudenza. La prudenza  sempre stata la virt degli Svizzeri; ma io temo l'indecisione ammantata di prudenza.
La nostra storia offre parecchi casi in cui questa indecisione, diciamo questo eccesso di prudenza ci fu fatale. Pensate alla dieta di Baden del 1798, quando solo una decisione pronta ed energica avrebbe potuto guadagnare il cuore dei Baliaggi ed armare la Svizzera contro l'invasione straniera. Pensate alla dieta di Soletta nel 1814 quando si lasciarono entrare gli alleati prima di prendere una risoluzione. Pensate alla perdita della Valtellina! Per contro il Vorort di Zurigo salvava nel 1814 la Svizzera quando in tre giorni fece accettare dai 13 cantoni antichi e dai cantoni nuovi il nuovo ordinamento federale e mise Metternich in presenza del fatto compiuto.
Oggi il dilungo pu essere fatale. Voi volete rimettere la soluzione del problema a dopo la guerra. V'ingannate. La crisi esterna  anche una crisi interna ed  durante questa crisi, prima della prova suprema, che dovete ricondurre il paese all'unanime fiducia nel Governo federale!
 III.
Per la riforma della Costituzione federale(80)
Signor presidente e signori colleghi,
Da gran tempo io volgevo nella mente la necessit di una revisione del patto costituzionale, che segnasse una nuova instauratio ab imis fundamentis della nostra vecchia repubblica. Tale pensiero stava nel fondo dell'anima di tutti i Ticinesi. Ma il Ticino  poca cosa nel vortice degli interessi cozzanti; ed io non vidi mai il momento propizio perch anche la voce dei piccoli potesse imporsi all'attenzione dei maggiori. Quando per, in quest'alba di vita nuova che appare all'orizzonte della vecchia Europa, io sentii la voce autorevole del vecchio lottatore sangallese(81) sorgere con la sua proposta di riforma in senso nettamente unificatore, mi dissi: "Ogni vilt convien che qui sia morta!" - stimai venuto il momento, ora o mai, di affermare il pensiero della Svizzera italiana, in questo dibattito, e presentai la mia mozione del 15 dicembre, cui, per inesperienza parlamentare diedi il titolo di emendamento alla mozione Scherrer-Fllemann. Questo errore di procedura mi obbliga ora a rileggerla, perch rimanga negli atti del Parlamento. Eccone il tenore:
1. Le Conseil fdral est invit  entreprendre au plus tt un projet de revision intgrale de la constitution fdrale. Cette revision aura pour objet:
a) de relever toujours plus l'ide dmocratique, notamment par l'introduction de l'initiative populaire en matire lgislative et par une plus haute conception du contrle parlementaire;
b) de garantir un quilibre plus rationnel et plus stable entre les comptences des cantons et celles de la Confdration, tout en tenant compte des droits naturels dcoulant de la diversit de race et de moeurs de nos populations;
c) d'apaiser les anciens conflits d'ordre confessionnel sur le terrain d'une loyale pratique de la libert de conscience et de culte;
d) d'allger le texte de toute disposition de dtail et de nature lgislative;
e) d'accomplir toutes les rformes sociales indiques par le progrs moral et intellectuel de l'poque contemporaine, sur la base de la solidarit des classes;
f) d'assurer les moyens ncessaires  la ralisation de ces rformes.
2. Ce projet doit tre prsent en temps utile pour tre dbattu et approuv par l'Assemble fdrale pendant la prochaine lgislature du Conseil national.
Nel frattempo, nell'intervallo dalla sessione passata dell'ultimo dicembre all'attuale, s' manifestato un movimento nel seno del partito cattolico, nel seno dei cantoni romandi, tendente ad un'accettazione della sfida lanciata in questa sala dall'oratore sangallese; accettazione della sfida sul terreno della revisione costituzionale in un senso diametralmente opposto, volutamente federativo. Questo doppio movimento: cattolico e romando, fu esposto nella mozione Fazy, alla quale noi Ticinesi abbiamo aderito non senza riserve; a me compete dover oggi motivare le ragioni di questa adesione e di queste riserve.
La prima ragione  relativa al carattere della riforma proposta: sar riforma totale? o riforma parziale? e non  questione di nome, questione di parole?  curioso osservare come l'on. Scherrer-Fllemann chiami la sua riforma totale, pur assegnandole un campo assai ristretto, e parziale chiamino la loro i romandi, destinandole un campo assai pi vasto. L'on. collega - Forrer ha lasciato al Consiglio federale di stabilire se la revisione debba esser totale o parziale; ed in ci posso essere d'accordo; solo mi domando se sar possibile, con tutta la buona volont di mantenere il movimento nel campo di una riforma parziale. Si pensi alle tre iniziative popolari che giacciono in sofferenza; vi si aggiungano le diverse proposte di revisione per iniziativa parlamentare. Altre, molte altre sorgeranno dalla discussione, che ne allargheranno il campo sempre pi. Ma io intendo elevare il dibattito ad una questione d'ordine storico.
La Svizzera non fece mai di moto proprio una revisione costituzionale, ma sempre oper secondo gli avvenimenti esterni. Se l'on. Forrer crede che per dar mano alla revisione totale occorra attender tempi tranquilli, si illude! In tempi tranquilli la revisione totale non si fece mai! I nostri periodi di costituzione federale a che cosa corrispondono, se non alle diverse epoche dei rivolgimenti d'Europa?
La Costituzione elvetica  il frutto della rivoluzione francese e corrisponde di forma al Direttorio. L'Atto di mediazione risult dal consolidamento della rivoluzione francese col Consolato e con l'Impero. La Ristaurazione ci dett il patto del 1814. Il periodo costituzionale 1830-35 nei cantoni liberali corrisponde alle giornate di luglio, ed  coordinato al movimento della Giovine Europa, movimento diretto dal forte animo di Giuseppe Mazzini. Il primo progetto di stato federativo discusso in queste Camere nel 1832  l'avvenimento culminante di quel movimento rigeneratore giovine-europeo. La Costituzione del 1848  necessariamente connessa agli avvenimenti straordinari che scossero l'Europa in quell'anno memorabile. La Costituzione federale del 1874 fu iniziata nei '71, nell'anno in cui compievasi l'unit della Germania, quasi a formare un "pendant" all'unit d'Italia, poc'anzi conseguita.
E se risalgo al 1291, se penso alla prima lega de' Cantoni primitivi che fu origine all'attuale Confederazione, trovo che essa stessa fu conseguenza della Lega lombarda, il pi grande episodio del movimento per la libert comunale in tutta l'Europa. Dai comuni che, sopraffatti negli altri stati, trionfarono nella Svizzera, comincia l'evoluzione storica della nostra costituzione politica. Vanamente pretendesi dunque di arrestare la revisione nella forma particolare che pi ci interessa.
L'on deputato Forrer alluse alla ventura Weltverfassung, alla costituzione universale. Ebbene, da questa nuova Weltordnung sar precisamente determinata la nostra costituzione futura. Soltanto, vorremo noi aspettare l'opera altrui per subirla, o ameremo piuttosto esserne noi promotori, antesignani e precursori? Rispetto le opinioni espresse; ma  mio pensiero che noi perdiamo l'occasione per essere noi qualche cosa, secondo il pensiero gi espresso in questa sala dall'allora presidente della Confederazione, on. Calonder. Al cospetto dell'Europa dobbiamo affermare non solo con le parole, ma coi fatti, che la Svizzera fu primo esempio, primo nocciolo dell'unione de' popoli. Io credo sia nostra missione storica il prevenire gli eventi, che sia necessario di dare noi il buon esempio.
Signori! Ora permettetemi una critica franca allo spirito della mozione presentata dall'on. Scherrer-Fllemann. Prima d'ogni altra cosa, faccio omaggio al vecchio lottatore democratico; ammiro la di lui fede inconcussa ne' principi democratici; ammiro il suo spirito giovanile che lo guid incolume nell'acerbe lotte da esso sostenute. Non posso per consentire nella direzione delle sue idee: insorgo contro di esse, poich io credo che esse non conducano alla felicit patria, ma bens alla di lei ultima rovina!
L'on. Scherrer-Fllemann propone l'allargamento de' diritti popolari, sebbene non ne dica il come. Io credo che il popolo abbia gi fin troppi diritti politici; credo, gi troppo si senta tormentato da eccessive votazioni; nulla pi manca se non l'attuazione de' desideri del signor Bhlmann, il quale vorrebbe far marciare i cittadini alle urne, in colonne marziali! Su questo campo altro non consentirei, se non l'iniziativa popolare in materia legislativa. Questa riforma, preconizzata poc'anzi dall'on. signor consigliere federale Forrer, prima di lasciar il suo ufficio, non dovrebbe neppure essere discussa. A parte questo, la nazione svizzera non ha bisogno d'un allargamento de' diritti popolari, ma piuttosto di un risanamento delle funzioni parlamentari.
Signori! il nostro Parlamento  la negazione del controllo parlamentare! Cos' il nostro regolamento? come si svolgono i rapporti tra il Parlamento ed il Consiglio federale? qual' la mentalit delle autorit parlamentari ed esecutive? Per spiegarlo bisogna risalire al 1814, quando si lottava per le costituzioni cantonali. In tutti i cantoni nuovi, ma pi particolarmente nel Cantone Ticino, il popolo voleva mantenuto il principio rappresentativo delle costituzioni del 1803. La Ristaurazione europea, la Santa Alleanza, ci imposero costituzioni reazionarie, nelle quali ogni Gran Consiglio dovette accontentarsi di una forma di controllo meramente negativa, rimanendo ogni iniziativa riservata ai landamani ed ai rispettivi governi.
Il nostro funzionamento parlamentare corrisponde ancora alle istituzioni del 1814, dalle quali fu ispirato; e pu paragonarsi ad un fucile a pietra focaia de' nostri nonni del 1814. Il vero bisogno  dunque quello di estendere i1 principio della responsabilit parlamentare. Malaugurata fu quella legge che per alleggerire la responsabilit ed il lavoro del Consiglio federale ha caricato e sovraccaricato di poteri i capi-divisione, i molteplici Abteilungschefs, non responsabili del loro operato davanti alla sala! Fu respinta come eretica l'idea della responsabilit dei capi-uffici davanti ai Parlamento, ed era la sola giusta. Chiunque esercita un potere, renda conto al Parlamento delle sue azioni! Io mi felicito ora del precedente creato dal Consiglio federale mediante l'instaurazione dell'ufficio dell'alimentazione nazionale, il cui capo(82)  responsabile davanti al Parlamento. L'esperienza di questi giorni prova che la sua responsabilit  effettiva e coopera egregiamente davanti al pubblico, illuminandolo e calmandolo sulle questioni pi eccitanti.
Noi dobbiamo introdurre il sistema degli ordini del giorno. La recente discussione sull'abolizione dei pieni poteri, ne ha fornito la miglior prova. Essa suscitava in me l'idea, che si volesse cercare la quadratura del circolo. Mancando il mezzo adeguato dell'ordine del giorno, il nostro collega Peter si vide costretto a formulare come paragrafo di legge ci che altro non doveva essere se non uno stato d'animo. Questo stato d'animo era quello di una fiducia condizionata nelle persone del Consiglio federale; ma in pari tempo di una viva inquietudine a riguardo degli innumerevoli uffici, vecchi e nuovi, che da loro dipendono e dei quali essi sono responsabili, senza che neppure ne abbiano letto le decisioni. Come  possibile formulare questi sentimenti in articoli di legge? Ond'io ripeto, che non sono i diritti del popolo che hanno bisogno di riforma, bens i nostri. E se poi, a render pi efficace questa riforma, il Consiglio federale decretasse di demolire questa nostra sfarzosa baracca, foss'anco con una spesa di qualche milione, e di ricostruirla in modo che corrisponda alla bisogna parlamentare, io, certo, ne sarei ben soddisfatto.
La seconda ragione della mozione centralista concerne le riforme sociali. Da quanto s'intende, sembra che esse devano ridursi all'assicurazione contro la vecchiaia e l'invalidit. Qui pure i Ticinesi devono fare delle riserve. I Ticinesi si trovano nella condizione eccezionale di dover dubitare dell'utilit, di esser certi della dannosit di un ordinamento centrale, di carattere unitario. Noi Ticinesi siamo un popolo di emigratori, ed al par di noi lo sono i nostri vicini, i Grigionesi. I nostri vecchi che avranno bisogno dell'assistenza, saranno cittadini reduci dall'estero, che all'estero avranno speso tutta la loro attivit, che a casse estere avranno pagato il loro tributo d'assicurazione; i nostri invalidi saranno reduci da un lavoro prestato in terra straniera: ecco perch noi rivendichiamo per noi il diritto di regolare come ci converr questa materia, salvo la riorganizzazione della protezione operaia in via internazionale.
Dopo lo sciopero generale e gli avvenimenti che gli fecero seguito, devo meravigliarmi di assistere in questa sala ad una curiosa podistica maratona! Tutti i capi-partiti, i leaders delle diverse correnti politiche, dopo un'inerzia di 30 anni, dopo aver colposamente dimenticato le sole assicurazioni veramente necessarie, ch'erano appunto l'invalidit e la vecchiaia, se ne vedono divenuti ad un tratto zelanti partigiani; si odono proclamarne l'urgenza; si affrettano a proporre centinaia di milioni per la loro attuazione. Io vidi il grand'industriale Sulzer votar con Platten, e ne fui sommamente sorpreso; ma  un fatto che nella storia di simili fenomeni se ne vedono! Senonch i signori colleghi socialisti mi permetteranno di rivolger loro una domanda. Non sospettano essi gravemente che questo dono sia un cavallo di Troia? Non mi appartiene dar loro dei consigli; ma essi farebbero bene a rimaner fedeli alla loro vecchia tradizione, la giusta, reclamando le riforme sociali sul terreno internazionale. Fu vanto di questo Parlamento d'aver gi 30 anni fa iniziato l'azione internazionale per la regolamentazione della protezione del lavoro. Rivolgo il mio riverente saluto al vegliardo colonnello Frey, gi presidente di questa Camera, che present nel 1880 la sua preziosa mozione. Rammento gli onorevoli Decurtins e Favori, che poco dopo ripresero l'iniziativa; e cos pure rispettoso m'inchino alla memoria del defunto consigliere federale Deucher, che a dispetto della sua canizie con fervore giovanile lott per il conseguimento dell'idea. E l'idea sarebbe entrata in corpo, o signori; ma fu ostacolata, voi sapete da chi? Tutte le nazioni europee avevano fatto adesione alla conferenza allora indetta a Berna per la protezione operaia; tutte, meno la Germania! Il giorno stesso in cui il Consiglio federale metteva alla posta le convocazioni, (curiosa coincidenza!) appariva nel Reichsanzeiger un motu proprio di Guglielmo il Vanitoso, convocante allo stesso scopo a Berlino le nazioni che condividevano con la Germania la "Herrschaft des Weltinarktes". L'idea non piacque alla Francia, non garb all'Inghilterra, che forse dietro il velo della "Signoria dei mercati mondiali" intravvidero la Weltherrschaft ohne Weiteres e fece fiasco; ma intanto, l'opera svizzera fu infranta.
Dopo lo sciopero generale, piuttosto che lasciar dilagare quella che chiamer surenchre dei partiti in materia di previdenza sociale, il Consiglio federale avrebbe fatto meglio a riprendere l'antica sua attitudine ed a rivendicare sotto ottimi auspici la sua iniziativa per regolamentare internazionalmente le questioni concernenti il lavoro.
Constato dunque a mio malgrado che tutti gli altri oratori hanno opinato il rinvio delle riforme politiche costituzionali; e che mi trovo solo dell'opinione opposta, doversi risolvere prontamente tutte quelle riforme che sono d'ordine interno e che da noi soli dipendono, piuttosto che quelle d'ordine sociale, inquantoch la soluzione di queste dipende dallo svolgimento dei rapporti internazionali che si stanno preparando a Parigi, dei quali non noi siamo i padroni, ma il mondo  padrone.
La terza ragione che ci spinge contro la mozione Scherrer Fllemann, sta nelle sue conseguenze d'ordine finanziario. Essa ci porta un intero programma di imposte dirette, di imposizioni sull'eredit, di monopoli. Quando per la seconda volta i miei amici politici mi offersero nell'ottobre 1914 la candidatura al Consiglio nazionale, telegrafai al mio comitato la condizione di poter oppormi a qualunque imposta federale diretta. Insorgo oggi pi che mai contro il programma di imposizioni dirette dell'on. Scherrer-Fllemann, perch rappresenta la fine dei Cantoni. A coloro che di buona fede contestano questa conseguenza, rispondo invocando la testimonianza del pi chiaroveggente fra gli storici moderni, Pasquale Villari il quale riassumendo la lotta multisecolare fra il Sacro Romano Impero e i Principati, conclude che se fosse riescito ad un Imperatore di imporre un tributo imperiale, l'idea ghibellina dell'Impero avrebbe tosto trionfato ed avrebbe dominato il mondo. Non voglio ripeter le idee gi altrove espresse, da me e da egregi colleghi, contro nuovi monopoli. Personalmente io mi dichiaro partigiano del monopolio del tabacco, perch pi facile d'esecuzione, perch meno in contraddizione all'idea democratica. Anche Leroy-Beaulieu, il pi eloquente difensore delle libert economiche, fa un'eccezione per l'imposta sui tabacchi. Ma il popolo sa per esperienza che ogni monopolio produce un aggravamento della burocrazia, e da ci  nata una invincibile repugnanza contro il concetto generico del monopolio. Anche la classe agricola della Svizzera tedesca  di questo sentire. Non cercher per colpa di chi; solo dir che non pu essere estranea a questo stato d'animo la troppa ricchezza di cui per tant'anni godette l'amministrazione federale, la volgare prodigalit che ne  conseguita e gli effetti di ci che lo Zola chiam: "l'argent pourrisseur!".
Noi Ticinesi non vogliamo opporci ai necessari cespiti di entrata; ma vorremmo che ogni cespite fosse regolato economicamente, su base analoga a quella del monopolio degli alcool; sulla base di una fruttifera ripartizione ai Cantoni di ogni eccedenza degli introiti federali, pronti a rinunciare al deleterio sistema delle sovvenzioni federali, che avvilisce la vita cantonale, che complica le amministrazioni e conduce alla fatale dissipazione del denaro. Nell'onorevole Scherrer-Fllemann, come pure nei suoi colleghi della Svizzera orientale, sono dominanti talune considerazioni che comprendo benissimo, mettendomi al loro punto di vista. Per loro il Cantone pu avere del sopravvissuto, perch non vi si sente pi l'entit del Comune nel senso medio-evale, e non ha quindi pi una grande importanza nell'epoca attuale. Essi possono chiamare "Kantnligeist" quello che per noi  sentimento irreduttibile!
Richiamo quanto espresse gi l'on. consigliere federale Motta, allor che espose come nella Svizzera italiana siano negli ultimi decenni andate scemando le rivalit fra i partiti politici: quelle rivalit che hanno le loro origini nelle lotte fra Guelfi e Ghibellini e che ci divisero per pi d'un secolo. Ma scomparendo le rivalit, sorse nella giovent moderna un senso nuovo della nostra missione nel seno della Svizzera, della nostra coltura e tradizione, della nostra italianit. Questo sentimento domina oggi altissimo; ed a chi non ci vuol comprendere, io rivolgo un appello alla ragione. Dico che se vi fosse nella Svizzera un solo Cantone di lingua tedesca, esso non avrebbe diversa attitudine della nostra nel richiamar rispetto alla sua coltura e conseguentemente della sua autonomia; e col nostro cantone e con noi, esso pure si sentirebbe fattore indispensabile dell'unit nazionale! Considerate le nostre condizioni, approverete i nostri sentimenti!
Signori! Ho speso molte parole a confutazione delle tesi dell'on. Scherrer-Fllemann; e furon forse troppe. Permettetemi ora ch'io alcune ne aggiunga in appoggio della mozione Musy. Mi limiter a toccare il punto della pacificazione confessionale, dal punto di vista liberale. L'on. Musy ha parlato da cattolico; io, che non sono ascritto a veruna confessione, io, che mi professo fautore della libert di coscienza, esprimer la mia opinione dal punto di vista civile e liberale. L'on. Forrer disse di veder l'origine degli articoli confessionali nel Kulturkampf. No, no; il Kulturkampf  un piccolo episodio d'una "querelle de famille" nata in Germania, all'epoca di Bismarck; l'origine ne va cercata molto pi lontano! Sono essi una conseguenza del grande conflitto che si svolse sulla nostra terra per la Riforma e la Controriforma. Questo acerbo conflitto fu causa, finora, che la giovent delle nostre scuole non potesse ricevere un'educazione civica comune. Nella discordia che n' risultata soffiarono le influenze straniere: gli interessi della Spagna in Italia, quelli della Francia in Germania, quelli dell'Austria in Lombardia, sfruttarono le nostre divisioni a loro profitto ed eccitarono gli uni contro gli altri. Ma la civilt cammina! Il mondo non s'arresta! Presso i pensatori seri ed onesti l'idea si  fatta strada della conciliazione nella libert! Questa conciliazione  possibile, perch la Riforma e la Controriforma sono pagine gloriose della storia svizzera e la nuova scuola deve circondarle di una mutua stima. Il cattolico che frequenta le scuole non deve pi sentirsi offesa la coscienza nell'apologia della Riforma, n il protestante deve ignorare l'indirizzo speciale che la Controriforma ha preso presso i suoi confederati! Tanto la Riforma quanto la Controriforma sono splendide pagine della storia del popolo svizzero; storia che si svolse in modo diverso da tutti i paesi del mondo. Fu Calvino che proclam il principio della democrazia religiosa di contro al principio monarchico della chiesa di Lutero; ed  da Calvino e da Zwingli che ha le sue lontane origini la rivoluzione francese ed americana. Ci  ormai cosa ammessa; ma meno noto  lo spirito democratico che rimase nella chiesa cattolica presso i vecchi Cantoni svizzeri, i quali si fecero rappresentare al Concilio di Trento non da un cardinale, non da un vescovo, non da un abate, ma da un laico, dal cavaliere Lssy! Sul terreno democratico la chiesa cattolica e la chiesa protestante devono poter incontrarsi nella scuola senza reciproche diffidenze. Quel grande periodo storico le cui lotte, le cui rivalit si svolgono intorno ad un alto fine morale, hanno per armi il libro e la scuola e sono condotte con spirito laicale e repubblicano, proprio mentre l'Europa cadeva sotto il dominio dell'assolutismo e della ragion di stato, vale forse pi di ogni altro. Il loro valore educativo  incontestabile, poich uno spirito nuovo ne permette l'uso. I cattolici svizzeri ci tendono la mano accettando il principio della libert, di coscienza e di culto: e ci facendo essi dnno un esempio memorabile anche alle altre nazioni. Certo, ci esige da parte loro maggior coraggio, che da parte nostra il rinunciare agli articoli eccezionali sui gesuiti e sui conventi. Articoli dei quali sarebbe inutile esagerare il valore difensivo; imperocch gli ordini religiosi si modificano e si trasformano continuamente secondo le condizioni del secolo. Quelli diventati inutili scompaiono o vivono di scarsa vita vegetativa; ma altri ne sorgono secondo i bisogni nuovi. Ed ora gli ordini propriamente detti hanno dato luogo alle congregazioni, che dnno i nuovi eserciti alla chiesa militante, entrano dappertutto, manifestano un'attivit sorprendente e rendono del tutto illusoria la soppressione dei conventi e dei gesuiti. La congregazione delle Teodosiane in ispecie, fondazione e vanto dei cattolici svizzeri, si estende sempre pi; ne credo possa venire in mente ad alcuno di proporne l'espulsione, la quale ripugnerebbe ai principi del nostro diritto pubblico e privato. Qualunque cosa si volesse fare per combatterle o sopprimerle, le congregazioni risorgerebbero per fede cattolica sotto forme impreviste. Vero  che le lotte fra lo Stato e la Chiesa non potranno mai cessare completamente. Sedate oggi, risorgeranno per altre ragioni che sono insite alla loro concorrenza nel campo spirituale; ma il terreno giuridico che le contenga deve essere quello della libert e della separazione. Anche nel Ticino i cattolici s'avviano verso la separazione della Chiesa dallo Stato, la cui effettuazione  da noi pi facile che in altri paesi. I cattolici non fanno altrove troppo conto della separazione, perch, com'essi dicono, non vogliono sia fatta coi grimaldelli; ma queste preoccupazioni non ci toccano. Noi possiamo arrivare alla separazione sulla base del codice civile e del settimo comandamento; ed  per questa via che essa pu e deve arrivare ad una pacificazione delle coscienze.
Passo ora al punto de' problemi sociali. Io dico che questi problemi non vanno risolti dal punto di vista esclusivo delle regioni industriali come si  cercato finora, ma bens nel loro complesso.  un errore profondo quello di metterci continuamente sott'occhio le scene della vita cittadina, dove  agglomerata una popolazione operaia ed industriale, dimenticando la vita della campagna, pi povera, particolarmente quella della montagna! Io scorgo in questa sala l'on. de Montenach, e ne profitto per rendere omaggio allo splendido suo libro "Le Village", nel quale ha difeso la causa del villaggio contro le cause di decadenza che lo minacciano!
Colleghi del partito socialista! io vi scongiuro che apriate gli occhi! Voi credete di potervi disinteressare della campagna. Voi considerate il piccolo proprietario del villaggio come un ostacolo, se non come un nemico; eppure se continuerete ad accumular vantaggi alla citt, se continuerete a colmar di favori gli operai industriali, voi provocherete sempre pi l'emigrazione dalla campagna verso la citt, di uomini e donne che accorrono ad offrire lavoro dove credono di star meglio, producendo cosi una sopra-offerta di mano d'opera, un avvilimento del lavoro, una frequenza di disoccupazione tali da annullare l'effetto di tutte le vostre conquiste! Non  alla classe operaia sola che lo Stato deve pensare, non per essa sola deve provvedere; ma bens al fondamentale equilibrio della popolazione cittadina e campagnuola, industriale e agricola.
Signori! Voi vi sentite colpiti dallo spettacolo di profonde miserie da voi viste in citt, nelle abitazioni di operai senza lavoro; ma pi triste spettacolo  quello del villaggio morto, della casa morta! spettacolo troppo comune alle apriche valli del mio Ticino e del vicino Grigioni e in tutte le regioni dove la natura  povera! V'assicuro che dura cosa  per colui che torna al paese dove ha vissuto i giorni della sua giovent e cerca le case degli amici, dei compagni di scuola, il trovarle chiuse, disabitate, deserte, coi tetti sfondati! Ma nulla eguaglia la tristezza del villaggio morto. Unica, ancor incolume superstite la chiesa; scomparso l'ultimo abitante, andato alla citt, andato in America, andato incontro a tutte le illusioni della fallace chimera: non pi piccolo proprietario pacifico, contento; ma proletario, bracciante, esposto a tutti i rischi della disoccupazione! A Voi parlo, onorevole consigliere federale Calonder che rappresentate qui non gi un semplice potere esecutivo, ma come la costituzione insegna, un potere direttivo: nel Vostro canton Grigioni sono le stesse scene, le stesse tristezze! anche l case cadenti, villaggi deserti; ed  in voi personalmente che mi confido.
Senonch le grandi riforme non panno esser compiute dalla nostra legislatura moribonda. Una Assemblea costituente non  prevista dalla Costituzione; ma vi pu provvedere una speciale legislatura eletta sulla "piattaforma" della riforma costituzionale. Ed allora entrino gli elementi nuovi e giovani in questo venerando consesso! Se io volgo attorno lo sguardo, purtroppo io scorgo che qua dentro v' troppa arteriosclerosi. Mi son preso il divertimento di stabilire una media dell'et dei diversi deputati; con sgomento ho constatato che l'et media dei deputati di lingua tedesca oltrepassa gli anni cinquantacinque, compresivi i socialisti, fra i quali i giovani abbondano! Apriamo dunque le porte a nuovi elementi, tanto pi che le idee politiche non son pi agitate nei soli parlamenti, ma fuori di essi; chi pi influ sulla formazione delle idee negli ultimi tempi di guerra, furono uomini fuori di questa assemblea. Si costituisca la nuova deputazione, con tutti i fattori della nuova coscienza pubblica; e sotto l'egida della proporzionale si raccolgano in questa sala tutte le energie del popolo svizzero!
Chiudo plaudendo al pensiero dell'on. Forrer, che questo ciclo di lavori sia ispirato a quel principio che fu degli avi, che sar de' figli: la fiducia nella democrazia! Fu la democrazia che vinse le pi grandi battaglie della storia; troni millennari crollarono, e repubbliche furono proclamate sulle loro rovine; come mai si potrebbe essere ancora titubanti nella fede democratica? Diciamo francamente che questa fede in molti era scossa! Sentii dieci anni or sono parecchi illustri colleghi scossi nella fede democratica, perch la Germania e l'Austria avevano adottato riforme sociali sorpassanti assai le istituzioni analoghe della Svizzera; e dubitavano esser ci una prova dell'inferiorit delle organizzazioni democratiche in confronto alla volont creatrice di un intelligente imperio. Ma questo stato di coscienza, io spero che sar scomparso per sempre. Gli avvenimenti delle ultime ore avranno aperto gli occhi ai ciechi, perch anche i ciechi devono oggi vedere che le opere sociali compiute senza la cooperazione dei popoli condussero non gi al trionfo, ma bens alla perdita dei popoli cui furono quasi imposte!
 in una rinnovata coscienza democratica - e non altrimenti - che la Svizzera trover la forza di superare la crisi attuale!
 IV.
Le relazioni italo-svizzere
in un discorso dell'on. Mussolini(83)
"Sarebbe un errore - cos l'on. Bertoni in una intervista concessa, nel giugno 1928, alla Stampa Media di Berna - di considerare le dichiarazioni di Mussolini a riguardo della Svizzera come una forma banale di politesse internazionale. Ci che egli ha detto corrisponde effettivamente a ci che in Italia si  sempre pensato nelle alte sfere, specialmente nei circoli militari, anche quando per convenienze momentanee di politica interna si diceva o si lasciava dire il contrario.
Per le masse italiane la catena delle Alpi forma la difesa ed il confine naturale dell'Italia, e questa idea  sempre espressa dai poeti italiani risalendo fino al Petrarca (XIV secolo). Ma una catena non  una difesa sufficiente se non si possiede anche l'altro versante delle montagne.
Per l'Italia, non essendo possibile possedere il versante settentrionale,  necessario almeno che questo sia reso neutrale. Perci Napoleone I quando acquist il breve Regno dell'Italia settentrionale pens tosto a riorganizzare la Svizzera con l'Atto di Mediazione, poi fece almeno due tentativi diplomatici per aggregare alla Svizzera il Tirolo. Con questo mezzo voleva estendere la neutralizzazione delle Alpi fino alle province venete.
Lo stesso Giulio Cesare si vantava di avere fondato l'Helvetia per impedire che i Germani passassero il Reno.
La stessa idea ebbe costantemente Mazzini nel cui programma stava l'ingrandimento territoriale della Svizzera aggregandovi non solo il Tirolo, ma anche la Savoia. Nello stesso tempo egli spingeva la Svizzera alla revisione costituzionale sia nel 1832 che nel 1848. La "Jeune Suisse" era per lui una condizione di esistenza della "Giovane Italia".
Infatti n la guerra per l'Indipendenza italiana del 1848 n quelle del 1859 e del 1866 sarebbero state possibili se l'Austria, o eventuali suoi alleati, avessero avuto il passo libero per lo Spluga, il San Bernardino, il Lucomagno ed il Gottardo.
Al giorno d'oggi la situazione non  cambiata, anzi si  aggravata per l'Italia. Tutte le sue grandi industrie, o quasi, si trovano a nord del Po, ai piedi delle Alpi, da Torino fino a Mestre Tutte le forze idrauliche che attivano queste industrie scendono dalle Alpi. Gli aeroplani hanno reso la difesa delle Alpi ancora pi difficile. Mussolini perci spinge l'Italia a una potente difesa aerea (tiene egli personalmente il Ministero dell'Aeronautica), ma nello stesso tempo desidera logicamente l'amicizia della Svizzera, non solo, ma anche di una Svizzera politicamente sana. Non voglio garantire che ci sia veramente nelle sue simpatie personali, ma  nel suo interesse.
Del resto gi prima del regime fascista, ma dopo la guerra, ho avuto occasione di parlare, durante le mie ferie in Italia, con diverse persone eminenti, fra cui due generali, e tutti mi hanno confermato pi o meno le stesse opinioni sui rapporti fra la Svizzera e l'Italia. Un generale in ritiro mi disse testualmente che se l'Europa intiera fosse contro l'integrit della Svizzera l'Italia avrebbe dovuto difenderla".
 V.
Sul nuovo trattato con l'Italia(84)
L'atto politico che siamo oggi chiamati a compiere  gi stato compiuto dall'altro ramo del nostro Parlamento (il Consiglio nazionale) con la procedura sommaria degli atti di trafila.
 per opportuno che il nostro Consiglio, il quale per sua natura  meglio indicato a vagliare questo genere di cose, vi dedichi la massima attenzione e compia il rito che la Costituzione gli affida con l'adeguata solennit d'esame.
Bisogna anzitutto considerare la parte importantissima che hanno le convenzioni internazionali per il diritto pubblico svizzero. Storicamente esse hanno preceduto la stessa Costituzione federale in tutto quanto concerne le relazioni con l'estero. Logicamente queste relazioni dettano le premesse della nostra stessa vita interiore; ci che si  veduto ad ogni rivolgimento europeo, quali furono la guerra dei trent'anni, la rivoluzione francese e napoleonica, poscia la grande guerra mondiale.
Oggi ancora, nella generale crisi economica dei continenti, la difesa di quel nostro grande patrimonio morale, economico ed industriale che la Svizzera aveva saputo accumulare con oltre un secolo di nobili sforzi, dipende nella massima parte dai nostri rapporti con l'estero, dalla tregua delle armi non solo, ma anche dalla tregua economica, dall'equilibrio morale delle Nazioni confinanti.
Ancora di questi giorni le pi autorevoli voci sorte a scongiurare un nuovo conflitto generale hanno affermato che la premessa principale della pace  l'equilibrio dell'Europa centrale. Ora, di questa Europa centrale la Svizzera  una parte costitutiva e la politica svizzera necessariamente legata a quella delle Nazioni che ad essa confinano.
Fra queste nazioni l'Italia; semplice espressione geografica 75 anni or sono, grande potenza al giorno d'oggi, dalla cui fortuna sul Mediterraneo e nei Paesi balcanici e danubiani pu dipendere l'avvenire della civilt.
 appunto la maturazione di questa "terza Italia", come suona la locuzione accettata, che nello scorso secolo ha avuto la parte preponderante nelle cure politiche dei nostri maggiori. Il vicereame d'Italia, l'occupazione del territorio ticinese, il Regno lombardo-veneto e le sue pretese territoriali, le guerre fra l'Austria ed il Regno di Sardegna, l'attivit politica dei rifugiati, furono una ricorrente minaccia alla pace interna ed esterna della Svizzera.
L'unit d'Italia, poscia conseguita dal 1859 al 1921, fu per il nostro paese una progressiva garanzia di quello stato giuridico e di quella neutralit che i trattati di Vienna e di Versaglia hanno riconosciuto e confermato. Questa la verit storicamente fondamentale.
Se nel decorso di questi eventi qualche voce, qualche accento ha potuto stuonare a rare intermittenze, non  cosa che ci debba impedire la visione delle linee maestre. In tutti i tempi, oggi pi che mai, da paese a paese succedono fenomeni di endosmosi ed esosmosi dovuti all'attivit privata, all'entusiasmo degli zelatori, all'incomprensione degli incompetenti. Queste influenze ed affluenze possono talvolta diventare pericolose (e l'Europa d'oggi lo sa) ma per questo appunto sono diventati pi preziosi e pi efficaci questi singolari trattati che consacrano e sigillano i rapporti di lealt da Stato a Stato. Sul valore di questi trattati si aveva il diritto, ed oseremmo dire il dovere, di essere scettici quando ancora erano di stile le riserve anteriori alla S. d. N., riserve a riguardo dei casi che compromettessero l'onore od il prestigio di ciascuna delle nazioni contraenti, od i loro interessi vitali. Fu appunto nell'atmosfera della Societ delle Nazioni, svanita coi primi entusiasmi l'illusione di una idillica pace perpetua, che matur l'idea di consolidare l'organismo internazionale con dei patti speciali da nazione a nazione dove fossero eliminate quelle troppo elastiche riserve e dove l'impegno di sottoporre ogni conflitto ad una procedura di conciliazione e d'arbitrato assumesse, per la stessa sua chiarezza impegnativa, un carattere pi efficace.
Ora il nostro trattato con l'Italia, del 1924, , come avverte il messaggio del 30 ottobre, "una pietra miliare nella storia dell'arbitrato internazionale e una grande data nella storia delle relazioni italo-svizzere".
Questo trattato, che era stato concluso per dieci anni, con la clausola della tacita prorogazione d'anni cinque in anni cinque, dev'essere ora rinnovato per altri dieci anni; e questo avviene non gi a nostra umile richiesta, ma per iniziativa del Governo italiano, iniziativa che volle precorrere i nostri desideri.
In un clima storico come l'attuale, in cui tutta l'Europa  piena di manifestazioni di nervosit e di sfiducia,  comprensibile che qua e l possa sorgere qualche accento di pessimismo a chiedere dove stiano le garanzie.  nostro dovere di politica interna il rispondere subito che per noi la garanzia della lealt presente e futura della politica italiana,  la stessa storia d'Italia,  l'interesse della nazione italiana non gi effimero ma permanente.
Da Giulio Cesare a Napoleone re d'Italia, da Cavour a Mazzini i lungimiranti della politica peninsulare videro la necessit storica che la cerchia delle Alpi fosse rinforzata dalla maggiore possibile neutralit delle regioni alpine. Un tale concetto non  superato, ma confermato in un'epoca come la nostra dove il concetto spirituale della nazione sembra voler degenerare in un razzismo mistico e materialistico a un tempo il quale dovrebbe concludere all'unit statale di ottanta milioni di germanici e di oltre cento milioni di slavi. Lo spirito della coltura italiana, dalla romanit del potere civile alla cattolicit della Chiesa, ripugna alla classificazione delle umane genti nella serie delle razze umane.
Che l'Italia nella rinnovazione del trattato non abbia inteso compiere un semplice atto di formale cortesia, ma un'affermazione di sistema  provato dal discorso che subito dopo tenne a Milano (7 ottobre 1934) il Capo dello Stato dicendo: "I nostri rapporti con la Svizzera sono ottimi e tali rimarranno non solo nei prossimi dieci anni ma per un periodo che si pu prevedere di gran lunga maggiore". Queste parole sono dette in nome di una nazione che non vuole "estraniarsi dal corso della storia europea".
A quelle parole seguiva un periodo che ha potuto suscitare qualche inquietudine in talune coscienze male illuminate:
"Noi desideriamo soltanto che sia conservata e potenziata la italianit del Ticino e ci non soltanto nell'interesse nostro, ma soprattutto nell'interesse e per l'avvenire della Repubblica Svizzera". Orbene, queste parole noi dobbiamo interpretarle come una garanzia per noi, la migliore delle garanzie, perch esse esprimono chiaramente che a riguardo del Ticino l'Italia non chiede altro se non quello che noi abbiamo sempre voluto, ed ancora di pi.  l'Italia che afferma nel modo pi categorico che la Svizzera deve rimanere nella sua integrale unit, cos com' e non come altri potrebbe agognare.
Se la difesa dell'italianit del Ticino ha dato luogo a dissensi e malintesi ci sar avvenuto da parte di private persone od organizzazioni: lo zelo degli officiosi  talvolta molesto in questo ordine di cose (e l'Europa d'oggi lo sa) ma per questo appunto  una garanzia per noi che la causa sia assunta da chi solo la pu conoscere.
Il che vuol dire che tocca anche alla Svizzera allemannica il contribuire al comune intento.
Il Consiglio degli Stati ratificava all'unanimit la Convenzione: la ratifica del Consiglio Nazionale aveva preceduto.
...
Nel "Dovere" del 3 gennaio 1935 l'on. Bertoni faceva seguire, al testo della sua relazione, la nota che qui riproduciamo:
"Quanto ho letto in veste ufficiale non modifica alcunch l'atteggiamento che io ho sempre preso nei rapporti con l'Italia. Potrei anzi citare il testo preciso di un ordine del giorno di chiarificazione che alcuni anni or sono io proponevo al Comitato del mio partito, come direttiva alla stampa a prevenire i probabili abusi che nella nostra politica interna si sarebbe potuto fare magari ad istigazione di persone straniere, del nome augusto dell'Italia e dei suoi derivati. Intendevo in ispecie prevenire lo zelo dei faciloni e degli insipienti.
L'interessamento officioso del Governo italiano al mantenimento dell'italianit del Ticino  la conseguenza logica dell'importanza grande che lo stesso tema  andato prendendo in questi ultimi anni, nelle discussioni politiche ticinesi. A torto od a ragione sono stati messi in causa i principi sanzionati dal Trattato di Versaglia a protezione delle minoranze. Non occorreva altro per legittimare la dichiarazione di Mussolini nel noto discorso di Milano.
Tanto meglio! Giova in queste cose sapere con chi si tratta e con chi si parla. Il signor Motta, nella sua dichiarazione largamente diffusa in tutta la grande stampa italiana, ha dato a Mussolini tutte le assicurazioni che poteva desiderare. Il colloquio potr continuare.
Ci non impedir, n si intende impedire che vi siano di quelli che vogliono saperla pi lunga di Mussolini e di Motta messi insieme. La nostra costituzione garantisce loro questo sacrosanto diritto.
 VI.
Il Codice penale federale(85)
L'argomento dell'odierno dibattito  di tanta importanza per la Svizzera, e per il Cantone che ho l'onore di qui rappresentare, che dare il mio voto senza dirne le ragioni mi parrebbe mancamento ad un dovere civico(86). Ci tanto pi dopo la discussione che ha dato luogo al voto del Consiglio nazionale e la parte che vi hanno preso, nell'uno e nell'altro senso, i deputati ticinesi a quella Camera.
Questo mio voto sar per intanto favorevole alla presa in considerazione del progetto di codice penale, senza prendere alcun impegno per la votazione definitiva la quale avverr solo sul testo che sar per uscire dalle deliberazioni delle due Camere; ed in ci sono lieto di attestare l'accordo con l'altro deputato del mio Cantone.
I motivi comuni che ci inducono a questo voto preliminare non sono guari diversi da quelli che qui ha espresso con l'autorit del suo nome e l'eloquenza della sua parola il collega vallesano signor Evequoz. Interprete della parte latina del suo Cantone, egli ha detto tutto quanto si poteva dire sul lato politico di una legge che, come il codice penale, tocca a tutte le passioni e a tutte le debolezze, a tutti i vizi e a tutte le virt; ed in ci siamo con lui consenzienti. Egli ha detto altres che il nostro voto d'oggi non  vincolato da quello dato dal popolo or sono quasi sette lustri, che quel voto non ha ipotecato l'avvenire, che ogni generazione pu avere un altro carattere ed un'altra convinzione, ed in ci pure consentiamo, non meno che nella sua finale conclusione che se il principio della unificazione fosse destinato a fallire nell'ultima prova, non per questo il nostro lavoro diventerebbe inutile poich, caduto il concetto dell'unificazione, rimarrebbe acquisita la prova della relativa facilit della concordanza. Ogni cantone dovrebbe dar mano, per necessit di cose ad una codificazione per conto proprio, servendosi degli studi gi fatti e dell'ampio materiale raccolto.
Come cattolico egli ha potuto constatare quanto ormai risulta dai verbali dell'altra Camera e dai nostri lavori commissionali, che le divergenze determinate dalla diversa fede religiosa sono poche e non insormontabili, minori in ogni caso di quanto si potesse temere prima dei lavori in comune, cosicch anche i codici cantonali che ne dovessero risultare condurrebbero ad una certa unit di fatto ed alla concordanza sopra i principi pi essenziali, ci che anche noi osiamo sperare.
Qui potrebbe fermarsi il mio dire se nella mia qualit di membro della commissione non mi sentissi spinto, come dicevo poc'anzi, a rispondere alle critiche che furono mosse ad un mio collega ticinese nell'altro ramo del Parlamento, riprese poscia nella pubblica stampa, critiche rivolte all'idea stessa di un'unit spirituale della legislazione svizzera.
Fu detto da alcuni che la legislazione penale  cos intimamente collegata ai sentimenti ed ai caratteri etici di una stirpe, o di una civilt, da non potersi unificare senza sacrificio dell'animo e della stessa dignit di una minoranza etnica di fronte ad una etnica maggioranza.
A questa concezione unilaterale delle antitesi umane io potrei contrapporre l'esempio storico della legge penale di Carlo V che fu estesa a tutti i paesi della controriforma, e pi ancora l'esempio della legislazione civile penale e processuale di Napoleone la quale, imposta con le armi a mezza Europa, vi rimase dopo che le armi fallirono, ebbe grandissima ripercussione in Germania ed  ancora, in gran parte, la base della legislazione italiana. N sarebbe ironia il richiamare come il diritto romano, abrogato in Francia ed in Italia, rimase in vigore solo in Germania, come diritto completivo, fino al principio di questo secolo.
Ma pi mi preme incalzare l'eresia razzistica sul campo del diritto penale richiamando che il giure punitivo tende da assai pi di un secolo a diventare una disciplina razionale, superando la voce dei sentimenti regionali. La nostra italianit non dovrebbe impedirci di vedere che questo movimento  cominciato appunto in Italia per merito di quel Beccaria, di quel Filangeri e di quel Romagnosi che pur essendo superati come da alcuni italianissimi si pretende, sono ancora qualche cosa nella storia del pensiero umano.
Il razionalismo del diritto penale conquist tutta l'Europa in breve volgere di tempo. Ma perch il grande Carrara ad ogni capitolo cita la dottrina olandese e quella germanica se non fosse per la stretta connessione che il diritto penale ha (assai pi che coi sentimenti di razza), con la filosofia, non fosse che per la questione fondamentale della responsabilit, la quale, forse insolubile in assoluto, ha diviso i teologi della cristianit e i filosofi della rinascenza, non gi per le loro origini greche, o latine o africane, o iberiche, galliche o germaniche, ma secondo poche ed eterne divergenze le quali non dipendono dal clima, n dalla stirpe, n, direi quasi, dal tempo, bens da quell'eterno carducciano
"...respiro che dalla terra al ciel sale e discende"
e che trascende da tutte le contingenze di tempo e di luogo.
E quando la filosofia speculativa cess il suo imperio sulla scienza sperimentale,  ancora in Italia che nacque la scuola positiva del diritto penale. E chi la raccolse? Mentre essa era volontariamente esclusa dalla elaborazione del codice Zanardelli, mentre appena si concesse una libera-docenza al Maino a Pavia, ben trenta cattedre germaniche l'insegnarono. Non era il nostro prof. Stoos, l'autore del nostro primo avanprogetto, un fervente assertore di quella teoria la quale ancor oggi, a giudizio dei nostri colleghi latini Savoy e Evequoz, compenetra troppo il progetto attuale?
Conviene dunque ammettere che le differenze da popolo a popolo, se sono insuperabili in uno stadio inferiore della civilt, si correggono da sole alla luce dell'incivilimento; il quale non  conterminato dai monti n dai mari, ma dalle scoperte e dall'umana esperienza. L'incivilimento consente,  vero, una diversa concezione del bene e del male, ma questa diversit  molto maggiore fra partiti e partiti, fra scuole ed altre scuole filosofiche, che non da provincia a provincia, come test avvertiva il nostro collega Schpfer.
Certo si pu sostenere, senza uscire dall'argomento, che ogni popolo ha certe sue speciali tendenze, certe forme proprie di delinquenza. Ma  questo un motivo perch sia la delinquenza che determina la legge, o non piuttosto la legge  fatta per reprimere la delinquenza dovunque si manifesti? A me vuol sembrare che la societ moderna offre piuttosto lo spettacolo preoccupante della internazionalizzazione della delinquenza, in tutte le sue forme: delinquenza contro lo Stato, contro la famiglia, contro la propriet ed il buon costume: delinquenza la cui repressione richiede piuttosto degli accordi internazionali che delle misure contradditorie fra provincia e provincia di un medesimo Stato.
Sar vero che un'idea latina possa essere male interpretata da un cervello tedesco. C' chi lo dice con indiscutibile autorit. Ma  questo un motivo per rinunciare per sempre allo sforzo per la reciproca comprensione? Consideriamo allora il mito della torre di Babele per un'istigazione divina alla inimicizia degli uomini affinch la guerra di Caino e di Abele non si estingua mai!
Stranissima cosa! Fra gli assertori del razzismo contemporaneo vi sono diversi cattolici e protestanti, magari dei sacerdoti che impartiscono la comunione ai fedeli. Il misticismo linguistico, per servirmi della bella espressione di Rn Gillouin, abbonda tra i credenti, Ora io posso benissimo spiegarmi queste teorie fra i darvinisti. Quando io seguiva a Ginevra le lezioni di Carlo Vogt sull'origine delle specie si discutevano ancora a Berlino le condizioni della pace fra la Russia e la Turchia e fu allora che un camerata di spirito, credo si chiamasse Emilio Young, mi disse con una punta di ironia: "Jamais les hommes ne parviendront  s'entendre puisqu'ils dscendent de singes de diffrentes espces".
Ma che l'intesa sulle cose spirituali possa essere negata da assertori del Nuovo testamento, da uomini che credono alla discesa dello Spirito santo sugli apostoli affinch predicassero il Verbo a tutte le genti (e da quel momento parlarono tutte le lingue, il greco, il latino e il barbaro, come suona il canto liturgico)  cosa che eccede ogni mia facolt di discernimento.
...
Ultima obbiezione  quella del principio politico del federalismo. Si sente dire che la centralizzazione ha gi raggiunto l'estremo limite tollerabile e si leggono formole sempliciste come questa: " giunto il tempo di rispondere con un no secco a qualsiasi nuova legge federale". Questo stato d'animo  forse comprensibile, ma non c' al mondo nulla di pi sterile che la teoria del no secco in serie dozzinale. La legge dell'evoluzione la esclude a priori. Un albero che non mette pi rami fra poco non metter pi foglie e sar morto! Stiamo facendo una legge sugli automobili; si vorr con un no secco che la Svizzera abbia 25 legislazioni sopra una simile materia? Sarebbe un modo serio di comprendere il federalismo?
Nello stesso ordine di idee c' chi si compiace a screditare il Parlamento e le stesse funzioni parlamentari come cose ridicole e goffe. Chi scrive in quel modo potr credersi onestamente conservatore, potr illudersi di lavorare per l'equilibrio civile ed anche un pochino per la reazione: ma nessuno lo applaudir pi sinceramente che l'anarchico lieto di sentire da un arciborghese la condanna di tutto il regime della borghesia.
Io sono federalista convinto perch il Cantone svizzero, evoluzione dell'antico comune urbano e del comune rustico, fonte ed onore del Rinascimento italiano,  la sola forma di governo che convenga alla struttura orografica del nostro paese, la sola che risponda ad una antichissima tradizione, mentre le grandi nazioni linguistiche prese ad una ad una, ebbre di dissolvimento, sembrano rinnegare tutte quante le tradizioni loro. Lo sono oggi pi che mai perch in diversi casi, per errore o per necessit, si  abusato dell'accentramento. Ma appunto per il buon equilibrio fra le forze centrifughe e le forze centripete della nazione, desidero ed invoco che in tema di federalismo si metta fine alle formule verbali e si faccia ormai questione di cose pi che di parole.
 inutile pascersi di illusioni. Nel grande pubblico i partiti storici gi da qualche decennio si regolano sopra formole le quali hanno corrisposto ad idee e sentimenti che sono sorpassati; il partito socialista incespica ad ogni passo in qualche suo dogma d'importazione straniera; quanto agli intellettuali della borghesia (les clercs di Lucien Benda) quelli che si piccano di fare la lezione dall'alto e di fare il processo alla democrazia, essi ostentano per isnobismo di ispirarsi alla poesia dei royalistes francesi ed alla prosa degli imperialisti prussiani.
 tempo di ritemprarsi nelle onde fresche della nostra tradizione, di rituffarsi nei lavacri dei nostri fiumi montani. Noi non abbiamo bisogno che i ticinesi siano pi italiani, ne i romandi pi francesi di quel che sono, cos come non abbiamo bisogno che i nostri confederati allemanni si facciano dell'universit germanica un feticcio. La protezione delle minoranze, secondo i principi del trattato di Versaglia  a nostro riguardo uno sproposito. Il diritto alla lingua materna  stato sempre rigorosamente praticato anche nei secoli addietro quando eravamo divisi in sudditi e sovrani.
La questione che oggi deve preoccuparci  tutt'altra.
Ci che importa  che la nostra secolare democrazia paesana non venga inquinata ad imitazione delle pseudo democrazie dei grandi Stati dove  la capitale, la metropoli, che domina la provincia, dove l'irrequietezza e mutabilit delle masse, tanto borghesi che operaie fa vivere lo Stato in una perpetua nervosit, in una continua minaccia di crisi nevrasteniche.
Il nostro pericolo non  l'imbastardimento della lingua (abbiamo scuole a dovizia per salvarci!), ma l'imbastardimento dei costumi in quanto l'uomo del villaggio si vergogni d'essere campagnolo, ed il contadino voglia vivere alla maniera dei signori della citt.
Politicamente, la degenerazione della nostra democrazia  un pericolo in quanto il nostro diritto pubblico cessi di essere basato sul cittadino per basarsi sul funzionario.
Sotto questo riguardo, che  l'essenziale, noi abbiamo visto, chi sa quante volte, il trionfo della burocrazia sulla semplicit delle nostre istituzioni, senza che i federalisti se la pigliassero a cuore e magari col loro voto. Tutti riconoscono che le diverse centralizzazioni hanno condotto alla creazione di un nugolo di impiegati, alla creazione di una classe che un giorno potr credersi padrona dello Stato; ma poi i cantoni hanno fatto lo stesso in casa loro, con la cooperazione dei federalisti poco meno che dei socialisti. Perfino la scuola popolare viene sempre pi burocratizzata. Questo s che  un pericolo!
Se il federalismo vuole vivere deve uscire dalle sue formule, immiserite dai luoghi comuni (dai clichs, diceva stamane il collega Bguin), dalle formule negative specialmente, le quali finiscono sempre con un'abdicazione. Dal 1814 in poi tutte le centralizzazioni hanno proceduto da qualche legittimo motivo, ma ci si  abituati tacitamente all'idea che l'accentramento, una volta fatto, non possa pi tornare indietro, se anche  diventato inutile, se anche  diventato dannoso. Il caso in cui i federalisti declamatori abbiano domandato la restituzione di una sola competenza, per piccola che fosse, non si  mai avverato. Invece  frequente che si invochi il federalismo anche l dove non giova.
Mi riassumo: L'unificazione del diritto penale non  una necessit politica, n un dovere morale, ma non sarebbe n una calamit, n un danno. A norma delle circostanze pu essere cosa buona e desiderabile. Necessario invece  lo studio del progetto, la sua discussione fino all'ultimo paragrafo come se dovesse entrare in vigore affinch ne risulti la somma delle idee che si ritengono acquisite e delle divergenze che ancora sono di fronte.
Tali questioni non devono essere esaminate con preconcetti linguistici o di razza, ma come problemi scientifici, tenuto largo conto dei sentimenti i quali non sempre si sottomettono alla ragione.
Discusso il progetto fino alla fine dei lavori parlamentari, sar il caso di vedere se non convenga abbandonare il concetto dell'unificazione per cercare, sul campo della sovranit cantonale, una maggior possibile concordanza a seconda dei risultati acquisiti.
In quest'ordine di idee voter l'entrata in materia, persuaso di fare cosa utile alla dottrina penale, alla Svizzera e al Ticino.
 VII.
La psicologia dell'esule e il diritto d'asilo(87)
Il rifugiato politico  generalmente un uomo irrequieto, dinamico, combattivo. Altrimenti starebbe pacifico a casa sua. Solo per eccezione capita l'esule ch' pacifico borghese, ragionevole, prudente. Non  escluso qualche rarissimo caso di profugo mollusco addirittura che, diventato vittima degli intrighi polizieschi,  preso in sospicione e perseguitato.
Poich in questo caso non va dimenticato che il profugo viene a trovarsi fra due polizie, per fatalit di cose: la polizia straniera coi suoi agenti provocatori ed informatori e quella del luogo d'asilo coi suoi agenti indagatori. Gli agenti sono uomini come gli altri, i quali senza ricorrere a supposizioni pi malevoli, sono portati a credersi necessari, a valorizzare i loro servizi, a sopravalutarli, a interpretare sinistramente tutto ci che notano, a vedere dappertutto il male, magari a prendere un coniglio per un leone.
L'esule queste cose le sente per intuizione, e se anche  predisposto alla fiducia diffida, se  d'animo franco ha timore, e se ha paura... Oh! se ha paura c' caso che faccia eroicamente l'impavido e si comprometta, magari in modo ridicolo, dannoso a s, alla causa che difende ed al paese che lo ospita.
Sono nella natura delle cose anche le sofferenze cui l'esule  soggetto, soprattutto quando ha famiglia, quando  povero ed  abituato ai comodi della vita. Per questo l'esule  portato ad appellarsi alla sentenza del vecchio Seneca; res est sacra miser: per questo il gusto di dare addosso all'esule, se fosse concepibile, sarebbe empiet.
Ma talvolta l'esule esagera un poco, anche se  un grande uomo, un genio, un filosofo, un poeta. Sono anzi i letterati che per temperamento sono pi portati all'esagerazione. Ugo Foscolo per esempio.
Ugo Foscolo  un grande carattere: sdegnoso, altero, aristocratico. Ha avuto una gran pena ad adattarsi a Buonaparte cui somigliava; rifiuta altezzosamente le profferte che gli fa il governo austriaco; prende la via dell'esilio ma c' poca probabilit che si trovi a suo comodo fra gli Svizzeri. - A Lugano no, in ogni modo, perch egli ha delle buone ragioni per non incontrarsi con Giacomo Ciani. C' di mezzo un personaggio che nei Cento anni del Rovani porta un nome di guerra, una grande dama.... un po' pedina.
Preferir stare a Roveredo Mesolcina, poi a Zurigo, ma anche Zurigo  piccolo per lui,  borghesuccio ed  philister. Il governo zurighese non pu garantirgli la tranquillit di fronte alle esigenze del governo austriaco (siamo nel 1823, nove anni dopo la Restaurazione; a Parigi regna Luigi XVIII). Invano Gaspare Orelli che lo ospita e il grande Usteri si adoperano a spiegargli che la Svizzera, uscita per miracolo dal Congresso di Vienna, non pu garantirgli quella sicurezza di cui godrebbe nella potente Inghilterra; invano gli si mostra la tesi dell'Austria, appoggiata dalla Francia, che la neutralit della Svizzera, com' garantita dal trattato, esclude il diritto d'asilo ai rifugiati politici. Lo sdegnoso cantore di Aiace parte sbattendo gli usci. "V' pur della gran putredine politica in questa moralissima Svizzera".
Romeo Manzoni, filosofo idealista, lo scusa dicendo che infatti "questo aggregato di popoli diversi, mancando della omogeneit del genio, del costume e della tradizione, manca necessariamente della vocazione storica ed  indifferente alla sorte degli altri popoli".
- Chiedo scusa, Maestro, ma allora perch il pi fiero fra i poeti d'Italia, paese a cui non manca n il genio, n la tradizione, scappa da casa sua e pretende d'essere albergato in casa nostra?
Dopo il 1821, ci dice lo stesso Romeo Manzoni, Ginevra era diventata agli occhi della Santa Alleanza, un covo di serpi, e cio era piena di rivoluzionari sfuggiti agli artigli della giustizia austriaca. Il governo di Milano fa fuoco e fiamme e ne reclama la consegna (parecchi sono gi colpiti da sentenza) o almeno l'espulsione. L'espulsione  anche la dispersione perch la Francia  in pieno regime reazionario. Ma il governo ginevrino, appo il quale sono potentissimi lo storico Sismondi, italiano d'origine, e il profugo Pellegrino Rossi, diventato ginevrino di marca, protegge gli esuli fino al punto che il procuratore della Repubblica, Duval, si incarica di procurare passaporti a coloro che non ne hanno, per farli passare in Inghilterra dove siano al sicuro(88).
Questa storia dei passaporti procurati si spiega fino a un certo punto nella Roma protestante, in quel periodo storico in cui, morta appena Mme di Stael, e piena ancora la citt dei suoi satelliti come il Bonstetten, essa  diventata anche il rifugio e la cittadella dei repubblicani francesi, superstiti della grande rivoluzione. Ma  indiscutibile che potesse provocare qualche cosa di pi che un incidente diplomatico. Forse pensava a questa enormit l'avvenente e battagliera principessa Belgioioso, nata Trivulzio, quando si augurava d'avere nelle mani l'abate d'Alberti, capo del Governo ticinese nel 1832, quasi per strozzarlo!
Siamo a Lugano, dopo i moti del 1830 e del 31, falliti in Italia. La Regina del Ceresio  diventata nido di serpi alla sua volta. Rimandiamo all'ampia trattazione che ne fa Romeo Manzoni di questo episodio della nostra storia. L'ardita Principessa impegna da Lugano una formidabile campagna antiaustriaca. Anche di lei come dei fratelli Ciani, l'Austria non solo, ma anche il Piemonte, reclama la consegna o almeno l'espulsione. I Ciani riescono a provare il loro patriziato leonticese ed ecco che la Belgioioso scopre di essere svizzera in qualche modo. Essa  nata Trivulzio ed  noto che il celebre condottiero Gian Giacomo Trivulzio (suo antenato) era stato fatto patrizio di Uri; meno noto che il marchese Giacomo Teodoro Trivulzio (suo padre), nel 1796, profugo anch'esso, era stato fatto cittadino di Lugano. Questo bast perch il generoso governo liberale le rilasciasse, bench legittima moglie del principe Belgioioso, un attestato di cittadinanza grazie al quale essa parla fieramente della "nostra repubblica".
Chi oserebbe oggi insorgere con argomentazioni giuridiche contro quell'atto dei nostri Consiglieri di Stato?
Ma ecco cosa era successo:
Verso la fine del 1830 il governo austriaco, d'accordo con quello di Torino, aveva mandato al governo ticinese una fiera nota diplomatica nella quale, dopo aver denunciati "certi conciliaboli che si tenevano nel cantone e particolarmente a Lugano (e proprio negli appartamenti della Belgioioso) allo scopo di invadere e sollevare le province finitime austro-sarde", intimava la estradizione dei sudditi lombardo-veneti che si erano resi complici di alto tradimento, e l'allontanamento dal Cantone degli altri individui pericolosi alla tranquillit delle dette province. La nota era accompagnata da una lunga lista di profughi e da immediata minaccia di sanzioni, e cio che il governo di S. M. I. R. adoprerebbe tutti i mezzi sanzionati dal diritto delle genti per costringere questo lodevole governo ad adempiere i trattati vigenti. "Verrebbero quindi immediatamente a cessare le comunicazioni col Governo e cogli Stati del Cantone Ticino, ed inoltre adoperate tutte quelle altre misure giudicate necessarie onde preservare i sudditi di S. M. da qualsiasi contatto con quelli di un cantone le autorit del quale dimostrerebbero col loro contegno affatto ostile di non voler pi conservare relazioni amichevoli con gli stati di Sua Maest imperiale, reale e apostolica"(89).
Era la chiusura della frontiera, il blocco economico, l'espulsione di un qualche ventimila ticinesi dall'Alta Italia ed al caso l'occupazione militare... E non era semplice vanteria poich la minaccia fu poi recata ad effetto, almeno parzialmente, nel 1853.
...
Il governo ticinese ha dovuto chinare il capo. Tremendo  lo sdegno della Belgioioso, la quale scrive da Marsiglia al suo caro amico: "Vedete, vedete ora a che abbia giovato l'infame timidezza - del vostro Consiglio di Stato? - Oh! d'Alberti vorrei vederlo trattato come si merita!"... "ora, mio caro Luvini,  giunto il momento di lavarsi della macchia di servilit di cui vi hanno imbrattato i vostri consiglieri... Mostrate, mostrate adunque maggior fermezza, cessate di piegarvi all'Austria...".
E siamo sempre l. L'Austria  il potente impero che abbiamo al confine: il suo dominio in Italia  meno che mai contestato dalla Francia o dall'Inghilterra. Con un tratto di penna essa pu schiacciare il nostro staterello di centomila abitanti ed affamarne il popolo. Ma la rettorica vedr macchiato ed imbrattato il nostro governo e lo denuncer al disprezzo del mondo e della storia se non accetta la guerra a difesa dei profughi... Oh, il coraggio dei retori!
Il nostro governo, lungimirante e magnanimo, ha fatto quanto poteva e pi di quello che poteva. Esso nel seguito ha albergato Mazzini e tutta una schiera di cospiratori, fino al 1848 e dopo il quarantotto.
Viene un momento che anche Mazzini diventa un pericolo. Tutti i biografi di Mazzini, tutti i suoi apologisti concedono che della sua tattica rivoluzionaria faceva parte integrante la cospirazione degli attentati, delle insurrezioni, delle piccole rivolte quasi sempre sterili, del "compromettere molta gente"; ma quando mezza Europa esige l'allontanamento di Mazzini da Lugano e quando il Consiglio federale sar obbligato a concederlo, il filosofo trascender in invettive ed improperi che poco hanno a che fare con la filosofia. Gli sembrer che addirittura la Confederazione debba sentirsi onorata di sacrificarsi per lui.
 vero che alla riforma costituzionale svizzera del 1848 aveva cooperato anche lui, e vi aveva una certa benemerenza: ci sia detto come attenuante(90).
Se dall'epoca mazziniana ci trasportiamo alla fine del secolo c'incontriamo con un'altra ondata di esuli, recataci dai moti sediziosi di Romagna, di Toscana e di Milano del 1898. Si trattava ora di socialisti ribelli ai legittimi governi della nazione italiana, non circondati quindi da quel prestigio e da quella simpatia che incontrarono i ribelli ai governi stranieri.
Tuttavia il popolo ticinese, quasi senza distinzione di partito, fu ospitale non solo, ma benevolo, ai nuovi venuti, anche di fronte alle autorit federali ch'erano inquiete. Diversi di questi profughi ebbero cariche ed impieghi. Giuseppe Rensi fu persino Cancelliere di Stato, assai prima che diventasse in Italia professore ordinario di filosofia, all'Universit di Genova. Altri furono ammessi all'esercizio di professioni liberali: professori, medici ed avvocati. Brava gente la pi parte, che pot rientrare tranquillamente in Italia per benevole amnistia malgrado i molti secoli di galera cui li avevano condannati i tribunali militari.
Fu appunto in quell'epoca che cominci a delinearsi la formazione di un partito socialista ticinese che prima non aveva mai preso radice. In complesso si pu affermare che la dottrina socialista, nel Ticino,  tutta d'importazione straniera, e particolarmente italiana, con qualche apporto dall'universit tedesca. Pi ancora che la dottrina, fu italiana la tattica. I rifugiati italiani appartenevano a due gruppi di diversa indole e natura, come appunto in Italia. C'erano i riformisti, alla Turati, che da qualche decennio vivevano in rapporti di buon vicinato coi radicali italiani e coi repubblicani. Cabrini, Rensi. Caldara (a prescindere da diversi altri che sono rimasti tra noi e s'incorporarono nella nostra vita), erano di questi; ma con loro erano Paolo Orano e soprattutto Angelo O. Olivetti aderenti al moto oltranzista e rivoluzionario, i quali si trovavano in concorrenza elettorale cogli altri. Nel Ticino c'era gi allora circa un terzo di popolazione italiana, passiva alla nostra vita politica, che i profughi cercarono tosto di mobilizzare ed inquadrare. I riformisti e possibilisti erano in realt maggioranza, ma gli altri erano pugnaci e rumorosi. Fondarono una loro rivista, Pagine libere, di ben 1000 pagine all'anno, diretta dall'estero da Arturo Labriola, e qui da Olivetti. Si chiamavano sindacalisti, non si vede bene il perch, ed avevano una loro tattica elettorale ben determinata, che poi rimase nel nostro retaggio. Anarcoidi e comunisti in sostanza, si staccavano violentemente dagli anarchici in quanto costoro predicavano l'astensione dalle lotte elettorali mentre essi ambivano una elezione. Grandi assertori della rivoluzione sociale, proclamavano la tattica dello sciopero violento, e dello sciopero generale, come preparazione alla guerra di classe; marxisti per la pelle, ammettevano che la dottrina marxista doveva essere intesa in senso evolutivo e non dommatico: ma soprattutto volevano la rottura di ogni rapporto coi borghesi di sinistra, coi radicali, coi democratici e coi massoni.
Imbevuti di dottrina tedesca, da Marx a Stirner, simpatizzavano per i socialisti francesi particolarmente con Blanqui e coi combattenti dalla "Commune". Nei rapporti coi problemi religiosi erano soprattutto nihilisti, scuola Bakunin. Anticlericali, anticristiani, nemici personali di Dio.
In Italia incontrarono vive critiche da parte dei maggiorenti del partito, e scarse simpatie nell'inquadramento elettorale proletario, alieno per istinto da tutti gli intellettuali. Cercarono di formare comitati elettorali propri e portare candidature dissidenti, ma non riescirono all'intento. Nelle elezioni generali (1909) fecero fiasco o non trovarono neppure collegi dove poter lottare.
La rivista Pagine libere cess. Venuta la guerra, diversi fra i suoi seguaci si dichiararono interventisti, e dopo la guerra passarono al corporativismo sotto le insegne del nuovo sindacalismo (Orano, Olivetti, Panunzio, ed altri), favoriti in ci dalle circostanze che gi da principio avevano professato un loro nazionalismo culturale, ostile alla Riforma religiosa, al romanticismo ed allo spirito troppo disciplinato della cultura germanica. Molti dei loro postulati divennero sostanza della dottrina fascista, tanto pi che il fascismo si proclamava ed era movimento rivoluzionario alla sua maniera.
Non  necessario di accennare nomi e circostanze, ma l'estremismo sindacalista d'allora si sente ancora adesso nel tono della stampa socialista ticinese, a malgrado dei discordanti atteggiamenti elettorali del partito.
Vero contrapposto delle Pagine libere fu la rivista Coenobium, diretta da quell'Enrico Bignami del quale abbiamo gi fatto cenno a proposito delle origini del socialismo italiano. Concepita con larghi criteri filosofici questa pubblicazione fu anzitutto pacifista e spiritualista. Favor il movimento modernista nel clero cattolico, la scuola di Harnack nelle chiese protestanti, le tendenze neo-buddiste come indirizzo della filosofia contemporanea, di contro al positivismo materialista, sia tedesco che francese.
Bignami mor nel 1921 dopo aver profetizzato la mala guerra e la mala pace...: con lui si spense il Coenobium, ma non una grande idea ed una nobile passione.
Il Coenobium ebbe per poca diffusione e scarsa influenza nel Ticino: le sue mete erano pi vaste e pi lontane. Solo Alfredo Pioda, il mite e dottissimo liberale locarnese, nutrito di studi filosofici italiani secondo le pi illustri tradizioni dell'umanesimo, contemperati da una larga conoscenza dei tedeschi e degli inglesi, dalle tradizioni asiatiche e dalle novit americane, potrebbe essere ascritto alla Scuola del Coenobium.
 VIII.
L'esperienza della proporzionale(91)
...La proporzionalit non ci viene dal principio democratico. Il suo precursore fu invero Victor Considrant, il quale era un utopista della scuola di Fourier, ma non raccolse mai il minimo plauso da parte dei democratici francesi; chi ripesc questa idea gi dimenticata e ne fece un postulato della politica svizzera, fu il partito liberale conservatore di Ginevra e particolarmente Ernest Naville, seguito dai liberali-conservatori di Basilea, di contro all'assioma della democrazia ch'era il regime della maggioranza. L'assioma era "la sovranit  esercitata dal popolo, ma non potendosi conseguire n supporre una unanimit popolare si seguir la presunzione legale che la volont del popolo sia quella della sua maggioranza".
Finzione giuridica necessaria come ogni altra che pro veritate habatur, o in buon volgare, che si deve accettare come verit anche se la verit non possa umanamente essere provata. Dogmi civili dunque!
Ma la critica, sorse chiedendo: da che parte sar il vero nel caso di una maggioranza costituita della met pi uno? In un collegio di tre persone, come la Municipalit di Lottigna, la met pi uno non fa dubbio:  di due contro uno; ma sopra un milione di votanti una maggioranza di cento od anche di mille voti pu essere un risultato casuale come se un elettore abbia perduto la corsa perch gli salt un tirante nel mettere gli stivali. Dunque la finzione giuridica della met pi uno pu tradursi in una effettiva tirannia.
Ragionamento logico impeccabile come tanti altri. Victor Considrant preconizz quindi il voto proporzionale, poi, mezzo secolo dopo, Ernesto Naville lo propose come soluzione del conflitto ginevrino fra i liberaux ed i radicaux, quando non erano di fronte che due partiti. (C'erano anche i cattolici, ma non contavano). E tosto i liberaux lo predicarono in tutta la Svizzera come la salvazione. Qui avvertiamo subito che la proporzionale fu causa della morte di quel glorioso partito che la promosse ed invece fu la fortuna del partito socialista: ma questo  un anticipo su quello che successe dopo.
All'epoca dell'11 settembre, la proporzionale apparve al Consiglio federale come l'unico modo di risolvere un conflitto, altrimenti insanabile. Gi in pi votazioni era apparso come la differenza fra la maggioranza e la minoranza fosse ridotta a poca cosa; forse a meno di quel tanto di voti che dipendono naturalmente dalla detenzione del potere.
La rivoluzione, da tempo preconizzata nei comizi, pi per metafora che altro, apparve nella formula di Romeo Manzoni il modo di "uscire dalla legalit per rientrare nel diritto". Essa fu decisa nei comitati come un mezzo di provocare l'intervento federale sotto la cui egida si potesse fare una votazione libera dalle pressioni interne.
L'iniziativa popolare promossa da un piccolo gruppo a mezzo del giornale La Riforma da me diretto, ne forn il pretesto in quanto il governo di Respini commise l'errore di tattica di procrastinare la convocazione dei comizi.
Compiuta la rivoluzione col fatale imprevisto della morte di Luigi Rossi (da nessuno voluta e da tutti deprecata) il Consiglio federale convoc una consulta dei maggiorenti meno compromessi nella faccenda, nella quale primeggiava la figura di Agostino Soldati, conservatore dissidente. La formula prevalente fu quella di Welti e di Ruchonnet, consiglieri federali: "il faut que les tessinois apprennent  gouverner ensemble".
Al Commissario federale Knzli fu data l'istruzione di sondare il terreno per un tentativo di assaggio della proporzionale. Era il primo che si facesse al mondo. (Il Belgio segu pochi anni dopo). Nei circoli radicali che avevano presieduto alla rivoluzione, la proporzionale non appagava: non di meno io mi assunsi la responsabilit di sostenerla nella Riforma.
Knzli, cos autorizzato da Berna, convoc i comizi sottoponendo loro l'iniziativa per la revisione parziale, aggiungendovi la domanda se la revisione dovesse avvenire a mezzo del Gran Consiglio o di una Costituente. L'esito fu affermativo cos per la revisione che per la procedura, a piccolissima maggioranza, la quale sarebbe certo stata grandissima senza la luttuosa circostanza suaccennata.
Fu convocato il popolo una seconda volta per la nomina di una Costituente. Il Gran Consiglio ne aveva preparato i circondari, ma il partito radicale prese la risoluzione di astenersene e lasci il campo libero ai conservatori delle due tendenze i quali, sia detto a onor del vero, tennero la parola e votarono con la maggiore celerit la riforma del 9 febbraio istituente il voto proporzionale per la nomina del Gran Consiglio, della Costituente e delle Municipalit...
 PARTE UNDECIMA
 Economia
 I.
L'imposizione dello schnaps(92)
Abbiamo finito da poco tempo di discutere la questione delle case di giuoco. Eccoci ora impegnati nella questione delle bevande distillate. Presto saremo alla... virtuosa iniziativa contro le decorazioni straniere Nell'uno e nell'altro caso  manifesta l'intenzione morale degli iniziatori.
In nome e per amore della virt una prima iniziativa popolare aveva ottenuto il divieto dei petits jeux; in nome della libert una seconda iniziativa li volle ripristinare e disciplinare; la battaglia fra i liberisti e i proibizionisti fu aspra e lasci un cattivo strascico di recriminazioni e di scetticismo. Domani si tratter del peccato di superbia e di vietare ai cittadini di fregiarsi di onorificenze straniere, cos contrarie a quella virt cristiana della modestia che si addice a una repubblica di montanari. Oggi il proibizionismo tende ad estendersi al consumo delle bevande alcooliche, ci che  l'ultimo scopo degli inizianti, e per ora solo a quello delle bibite distillate. E poich gli inizianti non avrebbero probabilit alcuna di ottenere una proibizione generale su tutto il territorio elvetico, essi hanno dato alla loro idea un'espressione meno imperativa lasciando ai cantoni ed ai comuni la facolt di proibirle nei limiti della loro giurisdizione.
Lascio ad altri la cura di dimostrare le conseguenze funeste di questo cos detto "diritto di opzione" dal punto di vista della pace interna. Sarebbe quanto scatenare nei cantoni e nei comuni una interminabile serie di dispute fra i partigiani della virt obbligatoria e i praticanti della virt facoltativa. Ogni parziale vittoria dei virtuisti sarebbe frustrata dalla sconfitta sul territorio vicino. E poich le questioni ideologiche sono sempre pi difficili da risolvere di quelle pratiche, e dnno luogo a tanto maggiore fanatismo quanto pi inconciliabili sono le tesi astratte, quel poco o tanto di bene che gli inizianti sperano di raggiungere sarebbe pagato a prezzo di insanabili discordie e di infinite agitazioni.
Forse il solo Cantone che rimarrebbe immune da questa rogna sarebbe il mio Ticino dove la questione dello "Schnaps" non esiste e dove non si troverebbe forse l'uno su cento dei cittadini per una legge che proibisse il bicchierino a Locarno e lasciasse libert di sbornia a Muralto.
Per temperamento personale io tendo ad elevare la questione d'oggi, come quella di ieri, come quella di domani in un'atmosfera serena e ad allargarne l'orizzonte fino ai confini della coscienza umana. Io vorrei affrontare il problema generale della virt privata come oggetto della pubblica legislazione.
Ci mi permetter di essere giusto verso coloro che per il momento devo considerare come avversari. Pi ancora che giusto voglio essere cavalleresco a loro riguardo, riconoscendo che sono tutti, senza eccezione alcuna, animati da intenzioni altamente rispettabili. Ci che essi vogliono  il bene della repubblica. Essi considerano le bevande distillate come un pericolo per l'umanit presente e sono convinti che la legge abbia in s tanta virt e tanta potenza da poter sradicare il vizio dell'alcoolismo, cos come ogni altro vizio quali potrebbero essere la lussuria, l'ambizione delle decorazioni, e gli altri peccati capitali e veniali.
Se non hanno tutte queste generose illusioni, sono perlomeno persuasi che lo Stato deve tentare la battaglia per il trionfo della virt anche essendo malsicuro di vincerla. In fondo all'anima per essi rifuggono dal considerare le immediate conseguenze di una sconfitta. La vittoria arride alla loro speranza, se non per subito, per un avvenire pi o meno lontano, perch essi sono dei mistici ed  proprio di ogni misticismo antico, presente e futuro il credere al miracolo.
Questo stato d'animo mi richiama quello della repubblica di Firenze all'epoca del Savonarola e del Machiavelli.
Narra Giuseppe Prezzolini nella biografia di quest'ultimo, come tutto il popolo di Firenze, commosso dell'impetuosa eloquenza del frate, andasse intorno pensando ai propri peccati e purtroppo anche ai peccati degli altri. La cosa fin malamente, com' noto. Della predicazione virtuosa nulla  rimasto tranne l'insegnamento che noi possiamo raccogliere, che in fatto di peccati la migliore piet  di pensare ai propri.
Il gusto delle iniziative virtuiste contro i peccati altrui si va da qualche tempo diffondendo in Isvizzera e corrisponde nello spirito all'entusiasmo mistico del grande predicatore fiorentino che un papa fece bruciare.
Io appartengo ad un'altra forma mentis. Io credo poco al miracolo in genere e niente del tutto al miracolismo statale. Io non credo che si possa per legge guarire il popolo da alcun vizio n imporgli alcuna virt. La virt non  in fondo che uno stato d'animo e non vi  di realmente tangibile che la sua antitesi, il vizio, in quanto si manifesta con atti esterni; ma ci dipende in tutto e per tutto dalla coscienza individuale. Lo Stato pu servire la virt esattamente nella stessa misura in cui pu agire sulla coscienza dei singoli. Esso pu reprimere il vizio in quanto si manifesti con atti punibili, esso pu eliminare delle occasioni dell'atto vizioso, ma non pu n sostituirsi alla natura (o se cos piace, alla divinit), n abrogare la legge fondamentale del libero arbitrio e della responsabilit individua.
Io ammetto un'azione benefica delle leggi sui costumi in quanto le leggi possano illuminare l'opinione pubblica e costituire lo stato d'animo favorevole a quelle astensioni dal vizio che costituiscono la virt. Per contro nessuna virt pu essere l'effetto diretto di una legge. S'io fossi un filosofo potrei forse esprimere questa tesi con argomenti dottrinali. Semplice uomo politico cercher di spiegarmi con ragioni alla portata d'ogni cittadino.
Sono io forse un uomo virtuoso perch non giuoco? Niente affatto. Io non ho mai rischiato un franco sul tappeto verde perch il calcolo delle probabilit mi ha insegnato che il pubblico deve perdere contro il banco, per necessit matematica. Se lo Stato riescisse a far sapere a tutti i giuocatori che prolungando il giuoco perderanno inesorabilmente pi di quanto possano guadagnare con un colpo di fortuna, lo Stato avrebbe fatto contro il giuoco d'azzardo assai pi che con le leggi proibitive.
Forse c' un'altra ragione per cui non giuoco. Quel gruppo di dame e cavalieri equivoci che vedo affollarsi intorno al tappeto verde, quei tipi scimmieschi che pendono dalle labbra del croupier ascoltando come l'oracolo delfico le mistiche parole: "Faites vos jeux, les jeux sont faits, rien ne va plus", ripetute all'infinito come un rosario dell'idiozia, tutto ci mi ha l'aria cos grottesca che preferisco vedere una gabbia di scimmie al momento della distribuzione delle banane. Macachi per macachi questi mi sembrano pi interessanti.
Ma anche questo disgusto non  una prova della mia virt.  solo la prova di una mia educazione aristocraticamente paesana, educazione che lo Stato potrebbe forse favorire senza bisogno di riformare la costituzione.
Per la stessa ragione non mi reputo virtuoso se, potendo bevere parecchio, bevo assai poco. Se la bevanda  mediocre non la bevo perch la disprezzo; se  molto buona la bevo con parsimonia perch ne ho grande rispetto e perch costa cara. La mia educazione di paesano aristocratico non mi permette di trattare con eccessiva confidenza una bottiglia che costa cinque franchi. Mi parrebbe quasi di non poterle dare del tu e di doverla trattare col lei.
Forse lo Stato potrebbe favorire la temperatura provvedendo, come intende fare il signor Musy, a che le bibite siano pi buone e pi care.
Il vincitore della battaglia del grano uscir vittorioso dalla battaglia dello "Schnaps" perch egli conosce assai bene le complicate molle della natura umana e sa agire secondo la regola di filosofia pratica che io oserei cos formulare:
"L'uomo virtuoso non  quello che si dice o si crede esente da ogni vizio, bens quello che, conoscendo le ragioni dei vizi, tutti li sa dominare".
 II.
La montagna fonte di ricchezza(93)
Chiarissimi signori,
Io considero l'Istituto idraulico del nostro Politecnico come l'ultimo trionfo di quella scienza idraulica svizzera che deve portare al massimo grado l'utilizzazione razionale del nostro suolo montano, e con ci convertire in isplendida ricchezza ci che per i nostri progenitori fu cagione di povert.
 il carbone bianco che trionfa del carbone nero:  l'economia nazionale che trionfa dell'importazione:  la magica bellezza del ghiacciaio e del torrente alpino che trionfa della anestetica ricchezza delle pianure carbonifere.
Questa vittoria della scienza ci fa pensare con orgoglio ai grandi poeti della montagna, Alberto de Haller ed Orazio de Saussure, i due grandi scienziati che prima ne scrissero la bellezza, ed a Giovanni Segantini, che consideriamo come nostro, il quale ne tradusse col pennello la incomparabile maest.
La ricchezza dei bacini minerari e carboniferi scaten per pi secoli la guerra per il loro possesso: le loro popolazioni ne ebbero pi danni che vantaggi. Sia lontano dalla Svizzera quell'istorico fatto, ma non dimentichi il nostro popolo che la nuova ricchezza ci potr essere invidiata. Il popolo delle Alpi, che nei secoli addietro seppe unirsi per difendere la neutralit dei transiti alpini, sia memore delle virt civili degli avi e sappia tenersi unito per difendere il tesoro di scienza e di bellezza che la natura ed il lavoro gli hanno dato.
E voi, Autorit direttive della Confederazione, voi Consiglio federale, voi Consiglio scolastico, voi direttori delle diverse facolt dell'alta nostra Scuola politecnica, vogliate accogliere un mio voto solenne. Il voto che da sedici anni oramai esprimo ostinatamente nei Consigli della Repubblica.
Spetta a voi il provvedere a che le varie sezioni del nostro insegnamento, le varie direzioni dell'amministrazione pubblica federale e cantonale, si accordino per una razionale economia delle nostre montagne.
Spetta a voi il tener lontano il pericolo che gli opposti interessi economici facciano della montagna svizzera un campo di competizioni civili ed interne. Una discorde economia pu condurre di fronte i criteri dell'idraulica e quelli della scienza forestale: l'una e l'altra possono contrapporsi agli interessi ed ai criteri dell'industria alberghiera: tutti questi interessi e questi criteri possono trovarsi violentemente opposti a quelli dell'agricoltura. La stessa agricoltura pu avere interessi contrari nella pianura ed alla montagna.
Spetta alla saggezza dei vostri provvedimenti, spetta alla larghezza delle vostre vedute, il saper coordinare umanamente quelle cose che la natura cre diverse.
In ispecie addito ancora una volta alla vostra attenzione i criteri che gi vent'anni or sono furono proclamati nel Parlamento italiano. Se volete che riesca l'utilizzazione totalitaria delle forze idrauliche svizzere dovete volere la totalitaria realizzazione delle nostre possibilit forestali: ma se volete tutto questo non dovete contrapporre tale magnifico programma ai piccoli interessi della praticoltura montana e della pastorizia.
Voi dovete far s che il montanaro da vostro oppositore diventi vostro alleato. A questo fine c' un mezzo solo, ma sicuro: bisogna che ad ogni sacrificio che si domanda al contadino, corrisponda un compenso, non in denaro, ma in migliorie dei suoi pascoli superstiti e prati alpini, il tutto con un progetto unico e con un unico criterio che interessi l'uomo alla utilit della cosa.
La montagna non deve essere conquistata contro il montanaro, bens col montanaro, volontario milite della scienza.
Il Politecnico deve fornire dei tecnici dell'idraulica, delle foreste e dell'agricoltura preparati a questo criterio. Allora, ma solo allora, la Svizzera potr risolvere armonicamente il problema della montagna e il nuovo Istituto che noi oggi inauguriamo dar tutti i suoi frutti.
 III.
I bisogni del Ticino(94)
...Il Cantone Ticino si trova nella condizione di essere sospettato un po' da tutte le parti e di avere intorno una gran ressa di medici che gli vengono ad offrire la salute.
Il corpo ticinese, dal punto di vista patriottico,  sanissimo e non ha che a temere l'opera dei propri medici dei quali alcuni vengono a dirgli: "O popolo ticinese, devi chiudere le porte alla influenza culturale italiana, rinunciare ad imparare l'italiano, altrimenti non sei buono svizzero".
Altri invece gli dicono: "Se vuoi essere ancora te stesso, se non vuoi negare la tua stirpe, devi rinunciare ad imparare il tedesco, devi chiuderti in una santa ignoranza della coltura tedesca, altrimenti comprometteresti la tua italianit".
Sono precisamente tutti questi stormi di pettegoli, di medicastri che abbiam d'intorno e che pretendono voler porre rimedio ai nostri mali, che dobbiamo ridurre al silenzio, unicamente voltando loro le spalle. Noi abbiamo un dovere solo, noi abbiamo un bisogno solo che  quello di raccoglierci in noi e di voler essere noi. Abbiamo il diritto di dire ai nostri concittadini confederati che "reclamiamo la pi grande fiducia che sarebbe accordata in simili circostanze ad altri concittadini, e che noi per difenderci dalle supposte influenze straniere non abbiamo alcun bisogno di curatore, che noi bastiamo a noi medesimi e che il nostro lealismo non pu essere in alcun modo sospettato e discusso".
Noi abbiamo bisogno soltanto di poter curare le nostre industrie, i nostri commerci, di poter compiere la grande opera patriottica di frenare il flusso della nostra emigrazione, se vogliamo diminuire l'influsso di un'eccessiva immigrazione. Nel Cantone Ticino l'immigrazione nell'ultimo mezzo secolo  immensa, sono quasi 50.000 sopra 150.000 gli stranieri che hanno trovato lavoro ed occupazione e domicilio nel Cantone; inquantoch agli stranieri portati dalle statistiche dobbiamo aggiungere le molte altre migliaia di stranieri che in questi ultimi 30 o 40 anni sono stati naturalizzati. E intanto migliaia di ticinesi vanno a portare la loro giovent, la loro energia, la loro forza nelle Americhe, nella Francia, nell'Inghilterra, in Italia In questo scambio di forze attive del Ticino, che sono emigrate perch le condizioni del mercato ticinese erano inferiori alle loro esigenze e che sono state sostituite da elementi del di fuori, abbiamo perduto milioni e milioni, economicamente, non solo, ma anche il pi bel sangue, il pi bel vigore della nostra schiatta, della nostra stirpe e della nostra razza locale.
Ora quello di cui abbiamo bisogno per fronteggiare la penetrazione di una eccessiva immigrazione straniera  soltanto di trovare occupazione al ticinese nel Cantone Ticino. Trovare nel Cantone il lavoro che il ticinese cerca altrove dev'essere il compito di ogni beninteso sforzo patriottico; abbassamento delle tariffe ferroviarie, aiuto alla formazione delle industrie ticinesi, ma pi ancora la ricostituzione dell'agricoltura ticinese la quale non pu essere altrimenti ricostituita se non colla ricostituzione del podere; il podere che forma la classe dei contadini, la classe dei contadini che forma la classe dei patrioti, che d i soldati alla patria, attaccati veramente e con tutte le radici della loro anima alla cosa pubblica. Ma il podere, che  l'istrumento di lavoro, nel Cantone Ticino pi non esiste. Nella parte meridionale  diventato il masserizio, posseduto da un proprietario che nulla conosce di agraria, che non pu o non vuole anticipare il capitale per la trasformazione che richiede il progresso moderno; e nelle altre parti dove la terra  rimasta al contadino, essa si  tanto sminuzzata, che alcuna cultura scientifica e razionale non  pi possibile. Ora ci lascino in pace i suggeritori di cataplasmi per guarire le piaghe del Ticino; venga chi sappia aiutare, venga il legislatore, lo statista, l'autorit cantonale o federale, cogli aiuti che potranno essere insegnati dalla tecnica e dalla scienza, a ricostituire la classe agraria ticinese, a ricostituire l'industria, e il Cantone Ticino assurger forse anche al disopra de' suoi Fratelli confederati, e questo popolo ticinese potr dire finalmente di essere, nel triplice complesso culturale della Svizzera, il degno rappresentante di quella grande civilt e cultura italica che  chiamata ad essere pari in diritto come pari nei doveri alle altre sorelle che l'hanno preceduta nella Confederazione Svizzera.
 IV.
Il problema patriziale(95)
La difesa del patrimonio e della funzione comunitativa delle antiche vicinanze, si appalesa pi che mai opportuna, insieme con la riforma di tutto l'organismo antico e venerabile al quale per deplorevole leggerezza  stato affibbiato il nome ingannevole di patriziato.
Patrizio e patriziato in lingua italiana non hanno mai significato altro che di nobile e nobilt. Anzi, secondo il Fanfani "cittadino di antica e famosa nobilt". Si era patrizi a Venezia, citt illustre per terra e per mare, non certo a Lodi od Abbiategrasso! Prima che mai vi furono patrizi a Roma e di essi racconta Montesquieu, come le loro prerogative nuocessero alla tranquillit della Repubblica e come a lungo andare cadessero in subordine ai plebei. Cicerone non fu certo patrizio romano, n lo fu San Paolo, bens lo fu Catilina che aspir alla dittatura: tuttavia sembra che il titolo non fosse ufficiale e che solo Costantino imperatore gli avesse dato virt di legge, ponendolo immediatamente dopo Cesare! Solo i patrices furono ammessi nei consigli dell'Impero. Fra i barbari il primo che ottenne dagli imperatori d'Oriente il titolo di patrizio fu Clodoveo: il secondo fu Carlomagno! I Re franchi lo diedero poi ai duci borgognoni governatori delle loro province! L'illustre repubblica di Venezia ebbe, come ovunque nel medioevo, la sua nobilt, ma fra i nobili si chiamarono patrizi solo gli ottimi, appartenenti all'ordine senatorio.
Di un patriziato nobiliare milanese non trovo traccia nella storia di Milano di Pietro Verri, n d'un patriziato comasco nel Cant.
Per qual misteriosa via divenne adunque patrizio il lottignese Ambrosio Bertoni, detto l'Ambrosone, che visse i tempi della Repubblica Elvetica, della Mediazione e della Ristaurazione? Egli ed i suoi maggiori non coprirono certamente cariche pi alte di quella di cuoco del vicer a Milano!
Sallo Iddio! ma certo non altrimenti che le famiglie danarose dei nostri capoluoghi e del Mendrisiotto che (cos come i Quadri) avevano fatto buoni affari durante quei periodi guerreschi, ed ai quali il titolo francioso di cittadini era venuto in uggia ed arrideva invece il titolo di patrizi non foss'altro che di Casima o di Iseo,
Quel tale che aveva offerto mille franchi per esser patrizio di Bosco-Gurin (oltrech attinente) sapeva ci che faceva. La qualit di patrizio svizzero gli spianava certamente la via ad un blasone, ad uno stemma nobiliare, ottenuto per esempio a Napoli.
Ed ecco perch io sono patrizio al pari di Clodoveo e di Carlomagno!
Proprio vero quei filosofema che mi insegn un vecchio montanaro in Val Malvaglia, durante una delle mie cento peregrinazioni, che gli asini non hanno mai commesso asinerie, dacch mondo  mondo, mentre tante ne commettono i signori Consiglieri (com'ero io).
Ordunque, prima del tempo del mio nonno o bisnonno, i miei maggiori erano vicini e non patrizi. L'assemblea degli "huomini et consoli" di Lottigna si chiamava vicinanza. La Valle di Blenio si riuniva ancora a parlamento, cos come lo vide l'Abate D'Alberti giovinetto, il quale era ancora, su per gi, l'assemblea dei liberi arodari, come la descrive Carlo Meyer nel suo barbarico volume Blenio und Leventina zur Zeit des Barbarossa. (Domando scusa all'illustre autore per l'aggettivo inopinato; barbarico vuol dire fratello nell'era nuova dell'Asse Roma-Berlino!).
Al principio del XIII secolo adunque, epoca della grande fioritura dei comuni, non solo in Italia, ma in tutto l'Occidente cristiano, si erano costituiti nelle nostre terre le Corporazioni dei Liberi Allodiali (arodari nel testo) cio dei proprietari di terre libere, affrancate dalle servit feudali. Erano per l'Italia (non tutta!) i comuni rustici; per noi le vicinanze. La terra non suddivisa fra i contadini apparteneva alla comunit, ossia alla corporazione. (Placatevi, antifascisti! Mussolini non c'entrava!). La comunit era padrona dei pascoli e dei boschi, gli attuali fondi patriziali.
Era la corporazione saggia, provvidenziale, appropriata alla economia rusticana. Ripeto che non c'entrava n il fascio, n il fascismo, n la Cina, n il Giappone!  quella corporazione, quella federazione, quella Alleanza che vorrei vedere ricostituita, ridando il pascolo a chi ha il prato, la palma a chi ha la vigna.
Riesciremo? La procedura sarebbe facile. Convocare tutti i patriziati ad un'assemblea che sciolga la vecchia federazione e costituisca quella nuova. Ma non basta.  la mentalit dei patrizi che bisogna riformare! Finch dura la mentalit egoistica e litigiosa del secolo scorso, non si riescir che a far rinascere quella formidabile dilapidazione di patrimonio cui diedero luogo nel secolo scorso le divisioni di beni passibili di miglior coltura, i tagli di boschi e la divisione dei denari in proporzione d'estimo e l'imperversare delle cause per ragioni di pastorizia, cause che ingrassarono quattro generazioni di avvocati senza neppure risolvere il tema giuridico pi generale e pi particolare: che cosa sia un alpe: in cosa consista il diritto d'alpe in s medesimo.
E chi sia patrizio e chi non lo sia.
Abbiamo due casi classici di comuni dove i non patrizi sono in maggioranza sui patrizi, ma hanno gli stessi godimenti (tasse riservate). Abbiamo pi casi di patriziati dove quasi tutti i fuochi sono estinti, o dove fra poco la propriet comune sar diventata una propriet individuale.
Il risultato  la decadenza irrimediabile del fondo! Il risultato  che i non patrizi lavorano alla distruzione dell'ente nel quale si sentono estranei, e rifiutano di difenderlo contro le usurpazioni. Dai miei ricordi i patriziati si sono lasciati rubare i diritti d'acqua come forze motrici. Peggio ancora, si sono lasciati imporre come fuochi patrizi i naturalizzati (figli di vedove riammesse alla cittadinanza). Tutto ci perch i patrizi senza patriziato lavorarono contro l'interesse comune.
I patrizi sono abituati da oltre un secolo a lasciarsi accanire tra di loro, a diventare nemici gli uni degli altri.
Bisogna bruciare la legge patriziale!  stupido e ruinoso che una famiglia ticinese sia considerata come forestiera nel paese dove abita e dove ha i suoi fondi da due o tre secoli, e continui ad essere patrizia del luogo di origine, per secoli e secoli, dopo che non vi ha pi nessun interesse da difendere.
Se i patrizi non comprendono la necessit di farla finita con le cause fra di loro, e se non comprendono la necessit di togliere la guerra casalinga fra patrizi e non patrizi, vorr dire che debbono rassegnarsi alla sorte. I loro beni allo Stato od al Comune, ed a loro l'onore di chiamarsi patrizi, nel senso di nobili senza nobilt.
Propongo di cominciare con un misura semplice e vecchia. Napoleone nel 1807, quando era Mediatore della Svizzera, ordin che d'un colpo solo, in tutti i comuni, fossero fatti patrizi tutti quei fuochi che da un secolo avevano casa e pagavano imposte. Criterio chiaro, che non faceva torto a nessuno e niente affatto litigioso!
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I problemi del Mendrisiotto. (96)
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Il Meyer, nella sua classica opera, Blenio e Leventina dal Barbarossa a Enrico VII, ha dimostrato che il fattore principale della storia di quei passi alpini  la formazione dei comuni rustici sotto la protezione dell'arcivescovo di Milano: lo Schfer dimostra la parte vitalissima ch'ebbe nella formazione del Sottoceneri nel Medioevo il Comune rustico del Luganese e del Mendrisiotto, sotto gli auspici della Diocesi di Como. Le lotte fra le varie famiglie feudali, poscia fra i Conti ed i Duchi, hanno insanguinato e straziato il Mendrisiotto, senza poter distruggere quel poco di patrimonio economico, che avevano costituito le vecchie comunit (ora malamente dette Patriziati) e quel molto tesoro di dignit civile ch'esse avevano conquistato, a traverso le risse secolari dei feudi.
Il magnifico Borgo di Mendrisio, centro di una campagna fertile e adorna coi due versanti prealpini del Generoso e del San Giorgio, si  sviluppato economicamente e civilmente grazie ai buoni ed ammirevoli rapporti coi comuni foresi. Se a Lugano le rivalit e le risse fra Como e Milano hanno scatenato delle vere campagne militari, e frequenti devastazioni e saccheggi fra la campagna e la citt, non si ha notizia, che io sappia, di profondi dissensi e di distruzioni nel Mendrisiotto.
Le vecchie famiglie mendrisiensi vivevano degli affitti che pagavano i loro massari nella campagna, e i campagnuoli campavano dei loro prodotti che vendevano in citt. I rapporti reciproci erano umani e ragionevoli, come attestano le antiche consuetudini ed i contratti, antiquati oggi, ma appropriati alle condizioni d'allora.
Forse perci i Mendrisiotti avevano fama di gente pacifica, gentile, educata.
Si diceva, quando io ero giovine, che i signorotti di questa regione avessero sentimenti piuttosto feudali, e che le elezioni di qui fossero caratterizzate dalla dipendenza dei massari dai loro padroni. Vi era un poco di vero ed, in ogni caso, molto di umano in queste accuse, ma se si pensa che subito oltre la nostra frontiera era il latifondo lombardo, col suo proletariato agricolo, colla sua ricchezza mobile di pochi e colla sua miseria stabile della moltitudine, quell'accusa sociale sfuma in polemica elettorale. In realt i Mendrisiotti campagnuoli, con le loro scuole elementari e coi loro fitti ed appendici da pagare, vivevano di una vita senza paragone pi elevata di quella del bracciante della Lomellina.
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Far rivivere quella vita con adeguato grado di evoluzione, pu essere ancora oggi consigliabile, anche nella confusione di idee e di cosiddette rivendicazioni dell'ra presente.
L'era attuale  caratterizzata soprattutto dalla internazionalit della vita scientifica ed economica e dal contrastante nazionalismo politico.
Internazionalismo e nazionalismo, sono le etichette di due cose che sembrano escludersi a vicenda, mentre forse l'una non  che il presupposto dell'altra. Un filosofo positivista potrebbe dire che "ogni processo d'integrazione presuppone un processo di differenziazione", che l'armonia del tutto non  conseguibile senza la giusta costruzione delle sue parti. La rettorica potrebbe trovare immagini belle o brutte, goffe o poetiche com' il suo ufficio, e la discussione potrebbe essere protratta a perdifiato...
Praticamente, nel clima storico di questo funestissimo dopoguerra, di questa pace che  la negazione di ogni pace politica e la pratica di ogni guerra commerciale, fino al fallimento di tutti, praticamente, dico, le cose stanno press'a poco cos:
I mali, quali noi li sentiamo, ci vengono per colpe non nostre, ossia per colpe di potenze e di tendenze straniere che noi non possiamo impedire con gli atti della nostra volont, ma che noi possiamo attenuare almeno in una certa misura, con la nostra buona volont e con un poco di buon senso.
I rimedi che ci vengono prescritti, e che leggiamo nei libri e sui giornali, ci vengono anch'essi dall'estero, e sono consigliati in circostanze del tutto diverse dalle nostre. Poich questi rimedi sono tali in senso figurato, accettiamone pure il traslato. In termine farmaceutico un rimedio  tale in virt di una data sua composizione: ma se anche la composizione  giusta, agisce solo se bene preparato, e giova solo se  somministrato a tempo debito. Tanto pi che i rimedi politici e sociali potranno essere pi o meno indovinati per un dato tempo, o per un dato paese, e non convenire a tal altro, e, somministrati a contrattempo, od in dose sbagliata, potranno ammazzare l'ammalato invece di guarirlo.
Ora serriamo l'argomento un poco pi presso.
Ci che  male per la Svizzera, potrebbe ancora essere un bene per la Russia. Ci che  rimedio per la Russia, potrebbe avere effetti tossici applicato al Canton Ticino. Ma ecco affacciarsi una quantit di medici, i quali, forse in piena buona fede, forse meno, dnno per sicura la loro diagnosi per tutti i mali politici o sociali dell'universo mondo ed hanno pronto la loro ricetta che non falla. Onesti medici non ammettono mai di poter sbagliare: essi si mostrano sempre certi, dogmaticamente certi della diagnosi, della prognosi e della cura, garantiscono la infallibilit della guarigione a chi li ascolta, e guai a contraddirli.
 vero che questi medici sono molti, e tra loro non vanno mai d'accordo:  vero che uno prescrive la dieta dove l'altro ordina la supernutrizione: che uno pronostica la guarigione dove l'altro la morte: ma presi in complesso si somigliano tutti in quanto sono tutti sicuri di quello che insegnano e di quello che predicano a quella gran malata che  l'umanit. L'umanit presa addirittura nel suo complesso. Ma ci  ancora una figura rettorica, poich all'umanit persona fisica, nessuno ha mai toccato il polso. Se non dell'umanit in blocco, assumono la cura delle singole sue parti: delle differenti nazioni, ad esempio. E uno fa la diagnosi della Germania (altra astrazione!), un altro la fa della Russia, un altro dell'Italia, e ciascuno dice come debbano essere curate; beninteso sempre con le figure rettoriche, i tropi ed i traslati e soprattutto l'iperbole.
Questi curanderos (poich la facolt di medicina per gli organismi collettivi non esiste), si contraddicono tra di loro e si maledicono a vicenda, e per guarire la loro ammalata prescrivono loro, a piacimento, la pace o la guerra, il disarmo o le corazzate, il commercio libero o il protezionismo, l'inflazione o la deflazione. E tutti si diranno infallibili, non dimenticate!
E poi intervengono quelli per i quali l'umanit non deve dividersi in nazioni n in Stati territoriali, mediante confini, ma in classi sociali, per esempio in capitalisti e proletari, in produttori e consumatori, in contadini ed industriali, come se non fosse la regola in ogni casa di Mendrisio e direi quasi in ogni famiglia, che la gente, presa singolarmente, ha un piede nell'una e uno nell'altra classe; e come se fosse insolito che uno il quale non possiede nulla stia meglio d'un altro che ha la sostanza, ma anche i debiti; come se fosse impossibile che uno che  produttore di grano sia invece compratore di latte, ed uno che fabbrica le scarpe comperi invece i cappelli.
Come vorreste, egregi concittadini, che in questo diluviare di iperboli, di traslati, di sineddoche e di metonimie, presi per tante realt sostanziali, e in questo tumultuare di profeti e di profezie, di fattucchiere e di oroscopi, uno possa trovare la strada buona?
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No. Bisogna tornare al buon senso ed alle parole semplici e piane, e allora ci si intender. E bisogna che gli uomini di partito si persuadano che i loro programmi non sono n dogmi, n catechismi, ma oneste aspirazioni (almeno si devono presumere tali), sulle quali  lecito discorrere senza essere trattati da ignoranti o da reazionari, da imbecilli o da visionari, da sfruttatori e da vampiri, o da vil plebe o canaglia delinquente. Bisogna che gli uomini che sentono la dignit della loro nazione si riducano a riconoscere che una nazione non pu essere ricca e prosperosa, colta e civile, se non alla condizione di convivere con altre nazioni prosperose, colte e civili. Bisogna ancora che l'industriale, o il commerciante, o l'impiegato si adatti a sopportare, e se possibile anche ad amare il campagnuolo, il contadino; anche quello dagli zoccoli il quale non domanda meglio che di portar scarpe, anche quello che cambia una camicia ogni quindici giorni, ma non aspira ad altro che ad assicurare ai suoi figli le due camicie per settimana.
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...Per il Distretto di Mendrisio, regione eminentemente terriera, il problema sociale  forse pi facile che in altre parti del Cantone. Un po' di industria l'ha, un po' di commercio l'ha, un po' di terra buona se non ottima, l'ha di certo: non meno certamente ha una classe borghese non troppo superba, non troppo aristocratica, non troppo stupida.
A far rifiorire il Mendrisiotto basterebbe un poco di buona reciproca comprensione. I proprietari dovrebbero collaborare sempre pi coi loro massari. Per aumentare il prodotto della terra bisogna trasformare e migliorare le colture, ci che non si ottiene senza qualche maggior investimento di capitale, ma anche di lavoro, ci che non si fa senza un po' di sforzo dei contadini. A piantar la vigna, per esempio, occorrono capitale e lavoro insieme, il cui reddito non pu essere immediato, ma comincer solo fra cinque anni. N il massaro da solo, n il contadino vi possono arrivare. Una volta il padrone poteva dire al massaro ranget: adesso non lo pu pi; una volta poteva raccomandare ai suoi figli di non usare troppa confidenza coi villani, per tenerli in rispetto: adesso questa regola  disastrosa. Una volta era possibile legare i massari con contratti leonini: adesso bisogna essere ragionevoli, secondo i criteri dell'epoca presente. Una volta si poteva far senza del credito agrario, adesso non pi. Adesso tocca proprio ai padroni, essi che sono anche un poco capitalisti, ad intendersi con le banche, per organizzare il credito. Tocca a loro anche l'entrare nei sindacati contadineschi per organizzare le cooperative di compera, di vendita e di consumo.
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Per la pastorizia, per l'agricoltura e per le popolazioni delle valli. (97)
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Nella mia mozione relativa al raggruppamento dei fondi ed al catasto delle propriet nelle regioni elevate ho avuto l'occasione di raccomandare alla sollecitudine del Governo federale la popolazione delle alte Valli montane, le cui condizioni economiche diventano sempre pi inquietanti.
L'altro ieri, parlando quale relatore della Gestione del Dipartimento Politico ritornavo per altra via sull'argomento, dicendo come la troppo intensa emigrazione delle popolazioni montane palesi uno stato di malessere pieno di pericoli per l'avvenire.
Il Consiglio federale ha dichiarato nell'una e nell'altra occasione, per la bocca dei consiglieri Muller e Hoffmann, che avrebbe tenuto calcolo dei miei voti e li avrebbe studiati con benevole cura.
La gestione del Dipartimento degli Interni, ramo forestale, mi porge ora l'occasione di completare l'esposizione delle mie idee su ci che la Confederazione pu e deve fare per le popolazioni di montagna. Avrei potuto farlo anche a proposito del Ramo Agricoltura, ma come vedremo la materia  strettamente connessa.
L'idea fondamentale  questa: che i problemi della polizia forestale, della polizia delle acque e della bonifica dei pascoli e prati alpini, i quali dipendono attualmente dalla attivit di due dipartimenti e di tre divisioni, dovrebbero essere riuniti sotto una sola direzione, studiati con criteri univoci, regolati da una sola legge, finanziati da un solo bilancio. E mi spiego:
I nostri ordinamenti forestali federali sono sorti sull'esempio di precedenti ordinamenti cantonali sorti nelle regioni dove il problema forestale era di una soluzione relativamente facile, ond' che hanno subito teso alla specializzazione del servizio forestale. Ancora in un'epoca recente la direzione forestale centrale raccomandava al Cantone Ticino di non caricare agli ispettori forestali altre mansioni che non fossero strettamente forestali, in altri termini, di non occuparli in faccende di carattere agricolo e pastorizio.
D'altra parte gli ordinamenti relativi alla correzione delle acque hanno avuto di mira principalmente la correzione dei grandi bacini nelle regioni inferiori, come le acque del Giura, le pianure del Reno, del Rodano e del Ticino, ecc., mentre la correzione dei torrenti di montagna veniva trattata come un accessorio, in quanto era necessaria per le regioni inferiori.
Allo stesso modo le grandi opere di bonifica del suolo furono compiute nelle regioni pi ricche, nei paesi di possibile coltivazione intensiva e di speculazione capitalistica. La correzione dei prati montani e dei pascoli, quantunque sia stata curata in Isvizzera pi che negli altri paesi,  stata finora molto al disotto del bisogno, cosicch la popolazione delle regioni elevate non ha fatto che diminuire e diminuisce sempre pi.
Ora queste tre specializzazioni, le quali corrispondono egregiamente alle condizioni del piano, contraddicono alle condizioni del monte. In montagna non si possono separare i servizi forestali, idraulici e pastorizi senza danno per i loro fini. Riunendoli invece si trover modo di conseguire un molto maggior risultato e forse con minore spesa.
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 a questa mancanza di consenso fra la azione forestale e l'azione pastorizia che io attribuisco la scarsit dei successi finora ottenuti nel Cantone Ticino (e non nel solo Ticino) in materia forestale. Da trent'anni lo Stato e la Confederazione fanno sacrifizi ingenti per la ricostruzione dei boschi, e il risultato ottenuto  magro e misero come ognuno pu vedere.
Le Autorit forestali si lagnano in generale della scarsit dei successi, che attribuiscono per lo pi alla cattiva volont delle amministrazioni comunali e patriziali, al poco amore della popolazione per le cose forestali, ecc.
Fondamentalmente la diagnosi  giusta nel senso che il problema forestale non  tanto un problema tecnico quanto un problema politico e psicologico. Non solo nel Cantone Ticino, non solo nel Giura la ricostruzione forestale incontra l'indifferenza e talvolta la resistenza della popolazione. In tutti i paesi disboscati, in tutte le regioni mediterranee il problema si pone nei medesimi termini che sono questi:
Le popolazioni montane non sentono o sentono poco l'immediato bisogno di nuovi boschi. Questi infatti sono voluti dallo Stato nell'interesse delle generazioni future. Ma questi interessi indiretti urtano con gli interessi diretti e attuali delle popolazioni che vivono della pastorizia. I rimboschimenti esigono sempre una limitazione del pascolo, almeno temporanea, e i montanari non trovano giusto di sopportare senza compensi questi sacrifici nell'interesse di altre popolazioni pi ricche o delle generazioni avvenire. Da questo conflitto d'interessi nasce generalmente, almeno negli inizi, la resistenza passiva delle popolazioni montane all'attivit dello Stato pro sylvis. Questa resistenza  tanto pi grave di conseguenze, quanto meno  densa la popolazione delle regioni di cui si tratta. Dove la popolazione non arriva a 10 abitanti per chilometro quadrato, come nella Valle Maggia, lo Stato dovrebbe avere un esercito di ispettori e guardie per far rispettare le discipline forestali, a meno che trovi il modo di amicarsi la popolazione, di cointeressare le amministrazioni locali, facendone delle alleate fedeli e sicure.
Questa seconda alternativa  la sola possibile ed  anche relativamente facile. Basta coordinare le opere forestali con altrettante opere per la pastorizia.
 ci che l'Italia ha fatto con saggi provvedimenti che mi permetto sottoporre alla vostra benevole attenzione.
L'Italia aveva tentato risolvere il problema forestale mediante una legge che dettava norme eguali pel piano e pel monte, mediante il cos detto vincolo forestale. In virt di quel vincolo tutte le regioni alpine suscettibili di rimboschimento dovevano essere rimboscate e nessuna parte dei boschi esistenti doveva essere ridotta. Sono i principi stessi della nostra legge, ma rimasero lettera morta, pressapoco come nel Ticino, appunto per la medesima causa: l'antagonismo degli interessi della pascolazione, che sono immediati ed urgenti, con quelli della selvicoltura che sono indiretti e futuri.
Perci con la legge 2 giugno 1910 lo Stato convertiva l'amministrazione forestale in amministrazione delle acque e foreste e vi incorporava cio il regine economico delle acque, dei pascoli e dei prati naturali delle montagne. Questa legge tendeva soprattutto a due scopi: conciliare il pascolo col bosco, facendo seguire contemporaneamente le opere di miglioramento dell'uno e dell'altro, ed espropriare ai Comuni ed ai privati, per farne un demanio di Stato, tutti i terreni montani che potessero servire per il bosco ma non per il pascolo. In altri casi lo Stato assume la gestione dei boschi e terreni non utilizzati dal Comune, per essere restituiti ai Comuni dopo ridotti a miglior coltura. Tutti i terreni rimboscati vengono esentati da ogni imposta, per anni 15 se cedui, per anni 40 se d'alto fusto.
Mentre le nostre leggi (parlo del Ticino) impongono delle tasse di utilizzazione sui boschi, lo Stato italiano offre gratuitamente l'opera dei suoi funzionari anche ai privati per l'assistenza e la consulenza nella loro attivit economica e specialmente per la creazione di piccole industrie forestali.
I terreni su cui  sospeso il pascolo beneficiano di una temporanea riduzione delle imposte. Non basta! Per favorire la creazione di piccole industrie alpine lo Stato concede gratuitamente l'uso delle forze d'acqua fino a 15 cavalli.
Con altra legge del 1912 (21 marzo) l'Italia stabiliva il principio della correzione di tutti i corsi d'acqua nei bacini montani coordinata con le opere di rimboschimento e di bonifica dei pascoli. A questo fine, essendo necessario sospendere la pascolazione nei terreni rimboscati, concede una indennit annua ai proprietari ed ai comuni per la sospensione di questi diritti.
Come voi vedete, l'intento principale di questi provvedimenti  quello di interessare le popolazioni di montagna alle opere di cui si tratta e di conquistare la loro simpatia, usando loro la debita giustizia.
Permettetemi di dire che io trovo la politica forestale seguita dall'Italia molto pi avveduta di quella che noi seguiamo.
Ma l'Italia sta preparando qualche cosa di meglio mediante un disegno di legge al quale hanno collaborato illustri uomini politici, in primo luogo Giolitti, Marcora, Luzzatti, Nitti, Cermenati, ripresentato l'ultima volta alla Camera nel maggio 1914.
In Italia, come nel Canton Ticino, e come penso anche nei Grigioni, esistono vaste estensioni di terreno coperte di inutili cespugli, di vegetazioni parassitarie, che non sono n pascoli n boschi: esistono pure dei terreni da pascolo cos deteriorati da costituire un pericolo per il regime delle acque. Il progetto intende mettere questi terreni in riserva. "La riserva importa la sospensione del godimento del terreno, sotto qualsiasi forma per un periodo non maggiore di dieci anni, durante i quali lo Stato eseguisce a proprie spese gli opportuni lavori di rinsaldamento e inerbamento che non mutino la destinazione del terreno". Se quindi il terreno era prima un pascolo, rimarr un pascolo, dopo per essere stato rinsaldato e inerbato a tutte spese dello Stato: e quasi ci non bastasse, "i proprietari ricevono in indennit una somma annuale, tenuto calcolo del reddito all'epoca dell'inizio dei lavori di rinsaldamento".
Vogliamo ora sentire come l'illustre uomo di Stato Giovanni Giolitti giustifica queste due proposte. Egli dice che non basta imporre sacrifici ai montanari, sotto pretesto che questi sacrifici sono necessari alla sicurezza dei paesi sottostanti: bisogna piuttosto conciliare l'interesse generale dello Stato con gli interessi immediati dell'agricoltura montana e della pastorizia. "Si  persuasi della grande utilit dei pascoli alpini e della necessit quindi di proteggerli e di favorirli con provvida legislazione, non gi di sacrificarli e di sopprimerli per dare il passo ad altri interessi sieno pure quelli del pi bel bosco". A coloro che con la solita prevenzione, accusano di ignoranza i montanari perch non accettano incondizionatamente i rimboschimenti, egli risponde "Vero  che da molti si accetta quasi come un assioma il detto che la resistenza degli abitanti della montagna ai rimboschimenti derivi da ignoranza dei veri loro interessi, cosicch si debba quasi riguardare come un beneficio per i medesimi il costringerli loro malgrado a tale mutazione di colture. Questo argomento per non risponde alla realt delle cose, poich i montanari che ricusano di imboschire le loro terre non sono spinti da ignoranza, ma dall'impossibilit in cui si trovano di seguire una via diversa". Da ultimo l'onorevole Giolitti si rivolge a coloro che pretendono che i montanari debbano rinunciare al pascolo senza indennit, e dice che questo si impone ai terreni elevati come vera servit a favore dei terreni sottostanti, e siccome i terreni elevati sono generalmente poveri e piccoli, ne risulta che si impone ai poveri un sacrificio a favore dei ricchi.
Signor Consigliere federale. Io non mi stancher mai dal ripeterlo. Dobbiamo fare qualche cosa di pi per le alte vallate. La statistica prova che la loro popolazione diminuisce rapidamente. Ci avviene in tutta la Svizzera, ma soprattutto nel Ticino. Non  questa la prova che noi non abbiamo fatto tutto il nostro dovere verso queste popolazioni? Io le raccomando quindi di studiare come si possano conciliare gli interessi forestali con quelli della pastorizia e delle industrie montanare.
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Al discorso del sig. Bertoni rispose, nella seduta pomeridiana, l'on. Calonder, Consigliere federale.
Calonder dice che il postulato dell'on. Bertoni  inspirato da un alto pensiero patriottico, quello di venire in aiuto alle popolazioni di montagna ed arrestare lo spopolamento delle vallate alpestri, procurando loro migliori condizioni economiche. Il signor Bertoni vuole lo sviluppo dell'economia forestale, ma lo vuole (e questo  il fondamento delle sue proposte) senza pregiudizio degli altri interessi economici, anzi in connessione con gli interessi agricoli, pastorizi e industriali di quelle regioni. L'esempio delle ultime misure prese in Italia  molto interessante. Noi non siamo la perfezione e volontieri vediamo se abbiamo qualche cosa da apprendere dagli altri Stati.
Senza entrare nel merito delle idee pratiche prospettate dall'on. Bertoni egli promette di esaminarle e studiarle con la massima simpatia.
Bertoni ringrazia per le cortesi dichiarazioni del sig. Calonder, fiducioso che, comunque egli consideri il problema, arriver a una soluzione soddisfacente per il Cantone Ticino, com'anche per il suo Grigione(98).
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Lo spopolamento e l'emigrazione. (99)
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Il successo morale della mozione Baumberger  dovuto, principalmente, ad uno speciale stato d'animo. Lo sportivo che ebbe occasione di conoscere davvicino la vita del contadino della montagna; i romanzieri ed i novellisti, quale Ramuz, che commossero i lettori coi loro racconti drammatici, tragici talvolta, di questa vita alpina, rappresentata dalla stupida rettorica nell'aureola dell'idillio virgiliano dell'egloga di Trissotin; la statistica inesorabile che segnal lo spopolamento delle regioni elevate; infine la crisi demografica, concorsero a far comprendere al mondo che occorre veramente dell'eroismo per resistere alle privazioni ed adempiere ai doveri imposti dalla natura agli abitanti delle montagne.
Ma uno speciale stato d'animo non significa sempre comprensione delle reali condizioni di fatto, e molti errori si infiltrarono, di conseguenza, nei dibattiti che ne derivarono. In un primo tempo si ritenne che il fenomeno dell'emigrazione dei montanari verso la pianura e verso la citt, fosse un fatto nuovo provocato dalla moderna civilizzazione. Ma non  cos. Il fatto si mantiene costante attraverso tutte le epoche e sotto tutti i climi, tanto ai Pirenei che al Caucaso, nell'Appennino come nelle Sierre spagnuole. La montagna, per la sua natura e per la sua funzione, costituisce il serbatoio della razza umana, di questa razza che si logora nelle citt e che il soverchio lavoro cerebrale conduce alla decadenza.
Conosco delle valli, sul versante meridionale delle Alpi, dove nessuna popolazione si stabil per propria volont, dei villaggi che poterono essere popolati solo da fuggiaschi sospinti, inseguiti, costretti ad abbandonare le loro terre da qualche invasione dei conquistatori, alle epoche di trasmigrazione di popoli, o pi tardi, nel Medio Evo, in seguito a qualche rivolta, a qualche espulsione politica o a qualche persecuzione religiosa.
Si ha quindi diritto di compiacersi del progresso dei costumi e delle istituzioni se, ai giorni nostri, la popolazione non teme di scendere alla pianura a condurvi una vita umanamente tollerabile. Non esageriamo dunque, non disperdiamo i mezzi a nostra disposizione nel voler realizzare un ideale astratto, mentre che la realt ci chiama.
 in questo stato d'animo che voto con entusiasmo l'entrata in materia, senza tuttavia rinunciare al diritto di critica.
Una critica  possibile, tanto sull'inchiesta che sul rapporto del Consiglio federale, critica che tratta specialmente di una lacuna. Appare chiaro, qualunque cosa si dica o si faccia, che vi saranno sempre dei giovani montanari costretti ad emigrare. Si potr deplorare la loro decisione, ma non  questa una ragione per disinteressarsi della loro sorte e della possibilit, o meglio ancora, della probabilit del loro ritorno in patria.
 luogo comune, ormai generalizzatosi, che il figlio del paesano  attirato dalla citt. Ma da quale citt? In che ramo di attivit?
Se gli si trovasse occupazione in una citt del suo o di un altro Cantone, non si imbarcherebbe certo per l'Africa. Se deve andare all'estero, non  per per noi indifferente che si rechi in America, da dove difficilmente si ritorna, o in una citt della Francia, dell'Italia dalla quale si pu ritornare in ventiquattro ore e perfino in due ore. Gi al tempo del regime delle corporazioni chiuse, che lasciava al nostro "Bursche" bernese la unica risorsa di arruolarsi come soldato, questi faceva poi ritorno al paese e riprendeva radici nel suolo natale.
Nel 19.esimo secolo, sotto il regime della libert di lavoro e di scambio, l'emigrante si dedic ai piccoli mestieri e ad ogni genere di commercio. Quest'emigrazione si risolse in un beneficio per le nostre valli dato che il ritorno era abituale. Quei paesani facevano ritorno al loro paese dopo di aver forse raggranellato all'estero una piccola sostanza che serviva a finanziare il credito agricolo, anche di un'intera regione.
Il male sopravvenne quando incominci l'emigrazione senza ritorno e specialmente l'emigrazione in America.
Tutti sono d'accordo su questo punto, ma nulla si tent acciocch l'emigrazione svizzera seguisse una direzione pi vantaggiosa per l'economia nazionale. Nulla! Durante il periodo del libero scambio questo non intervento era forse giustificato dalla teoria del non intervento dello Stato in materia economica. Ma adesso? Non ci si rende conto che nello Stato economico sorto con la nuova Europa, questo "nulla" costituisce un vero errore? Noi abbiamo l'aria di credere ancora oggi, nelle condizioni di lavoro del mondo del dopo guerra, che le corporazioni dell'antico regime siano sciolte, mentre in realt il nuovo regime si avvia sempre di pi verso il sindacalismo o verso lo Stato corporativo della nuova Italia.
Le nazioni chiudono le loro porte alla mano d'opera straniera, l'America contingenta l'immigrazione, l'Inghilterra, la Francia, l'Italia chiudono le loro frontiere alla nostra mano d'opera e noi facciamo altrettanto con uno zelo che alle volte pu apparire esagerato.
In simili condizioni non basta elargire al giovane montanaro il consiglio, in se stesso eccellente, di rimanere a casa sua. Si deve trovare, nella Confederazione stessa, uno sbocco alla sua esuberante attivit per evitare che egli, disperato, non emigri in America o non si arruoli nella Legione straniera. E se, ciononostante, egli andr al di l dell'Oceano,  forse ancora opportuno disinteressarsi della sua sorte (salvo a fargli pagare la tassa militare) mentre che la Germania, ad esempio, protegge ed organizza sistematicamente la sua emigrazione al Brasile e nei pi piccoli Stati dell'America latina?
Noi abbiamo, costituzionalmente, un Ufficio dell'emigrazione, non solo, ma anche un Ufficio del lavoro. Mi permetto osservare che  un errore dimenticarlo proprio mentre pretendiamo di risolvere i problemi etnici ed economici della montagna svizzera.
Cari colleghi, rinuncio a formulare una proposta in merito a questa lacuna, ma ci non toglie che essa esista ed io mi faccio un dovere di insistentemente richiamarla all'attenzione del Consiglio federale; non soltanto di segnalarla alla benevolenza del Dipartimento dell'economia pubblica, ma anche al Dipartimento politico dal quale dipende l'Ufficio dell'emigrazione.
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8.
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Registro fondiario e raggruppamento dei terreni. (100)
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Ha la parola per lo sviluppo della mozione l'on. Bertoni(101).
"Poich non parlo individualmente - disse egli - ma a nome di un gruppo di mozionanti, permettetemi di esprimermi in francese.
Il testo della mozione  il seguente: "Il Consiglio federale  invitato a studiare le misure da prendersi, nell'interesse del catasto e del Registro fondiario, per aiutare i Cantoni nell'opera di raggruppamento dei terreni".
Esso  specialmente invitato ad esaminare se non si possa portare in aumento del sussidio per i raggruppamenti la differenza fra il costo della misurazione officiale dopo il raggruppamento e quello della stessa operazione prima o senza il raggruppamento.
Esso si basa sugli articoli 702, 802, 833 e 852 del Codice civile svizzero relativi al frazionamento dei terreni e al raggruppamento delle parcelle. Questo mi dispensa da una lunga esposizione dottrinale, costellata di dati statistici sulla natura e la gravit del male di cui si tratta.  una questione sulla quale tutti sono d'accordo, almeno per quanto riguarda il principio. Vi  una parte considerevole del nostro suolo nazionale, soprattutto nelle regioni alte del Ticino, dei Grigioni, Vallese, Giura bernese, vodese e neocastellese, cos come in certe localit dell'Oberland bernese dove la propriet fondiaria  rovinata da un frazionamento eccessivo, aggravatosi di generazione in generazione in conseguenza della ripartizione dell'eredit.
Lo scopo della nostra mozione  triplice:
1. favorire, col raggruppamento delle parcelle, la produttivit del suolo;
2. facilitare i lavori di misurazione catastale in previsione dell'introduzione del Registro fondiario;
3. rendere il Registro fondiario maggiormente pratico dal punto di vista della piccola propriet.
Ad 1.
Dal punto di vista del reddito del suolo, la nostra mozione s'avvicina a quelle dei colleghi Balmer e Moser che abbiamo discusso.  necessario aumentare il reddito agricolo: noi abbiamo un eccesso di produzione di latte, ma soffriamo di una deficienza di cereali e patate: bisogna trasformare le colture, intensificare la coltivazione dei terreni: ma ogni trasformazione di cultura suppone una propriet abbastanza estesa ed uniforme perch l'anticipazione del capitale e del lavoro necessario sia rimunerativa.
Il frazionamento rende impossibile la cultura intensiva e razionale: esclude il lavoro meccanico, rende la costruzione delle siepi impossibile o troppo costosa, impedisce l'utilizzazione delle materie fertilizzanti, condanna il contadino ad una routine immutabile: occasiona una perdita di tempo e di mano d'opera enorme: in conclusione da una parte aumenta le spese e dall'altra diminuisce il reddito. In pi, ogni frazionamento aumenta i termini, i rapporti coi vicini, le servit legali; rincara le mutazioni di propriet per alienazione o per divisione e crea la incertezza dei diritti reali. Conseguenza finale: il deprezzamento del suolo, l'abbandono della terra e lo spopolamento rapido delle regioni colpite da questo flagello. In ogni regione dove fortemente esiste il frazionamento l'emigrazione  enorme e se questa  parzialmente compensata da un'immigrazione straniera, questo produce d'altra parte l'imbastardimento della popolazione indigena.
Si cerc di combattere questo stato di cose sussidiando il rimaneggio delle parcelle dal punto di vista del miglioramento dei terreni. Questo espediente  insufficiente:  ben lontano dal risolvere la questione fondamentale.  vero che ogni rimaneggio  accompagnato da lavori di sterramento, cos costruzioni di strade, drenaggi, livellamenti, ecc. che giustificano la sovvenzione dal punto di vista del miglioramento del suolo, ma questi lavori non son altro che eccidentali:  cos l'accessorio che si sovrappone al principale.
Bisogna trovare una soluzione pi radicale; bisogna considerare il rimaneggio in s stesso come un postulato fondamentale dell'agricoltura nazionale. La difficolt non  d'ordine tecnico, ma dir quasi d'ordine psicologico. Tutti i contadini comprendono l'utilit del rimaneggio; e se non si decidono a compierlo non  causa i lavori ch'esso comporta o che pu occasionare, ma bens causa la forza di tradizione, la sfiducia, il misoneismo, la paura di provocare dei fastidi coi creditori ipotecari, ecc. Siate certi che se s'imponesse il principio del rimaneggio, i lavori di miglioramento verrebbero fatti spontaneamente anche se non venissero sovvenzionati.
Bisogna che la Confederazione studi un nuovo programma, consistente a spingere i proprietari al rimaneggio per se stesso, considerato come una condizione essenziale al reddito dei terreni.
Ad 2.
L'occasione si presenta a proposito della misurazione dei terreni per l'introduzione del Registro fondiario. Mai pi ve ne sar una simile. I proprietari pagheranno le spese di questa operazione fino dove queste non saranno sopportate dalla Confederazione. Ora, il rimaneggio delle parcelle  il miglior mezzo per diminuire sensibilmente queste spese. A sua volta la Confederazione vi  assai interessata perch avr a suo carico la maggior parte delle spese. Pu darsi che mi sbagli, ma a mio parere in questo campo la Confederazione otterrebbe un'economia di parecchi milioni. Infatti pi il terreno  frazionato, pi i limiti sono numerosi e irregolari, pi il rilievo geometrico diventa difficile e complicato. Contrariamente pi sar ridotto il numero delle parcelle, pi le strade saranno rettilinee, i limiti coordinati e le linee ottagonali, pi le spese saranno diminuite.
Il rimaneggio deve dunque precedere la misurazione. Osservo a questo proposito, che per il rimaneggio, un rilievo pi o meno sommario pu bastare. Per i terreni di poco valore una misurazione qualunque  sufficiente; in ogni modo il rilievo alla tavoletta pu bastare a tutte le esigenze.
Noi abbiamo pensato che, poich la Confederazione realizzerebbe un'economia coll'applicazione di questo modo di procedere, sarebbe giusto di impiegarne una parte almeno a beneficio diretto delle opere di rimaneggio.
Ad 3
Questa idea  giustificata anch'essa dal punto di vista della praticit del Registro fondiario. Noi abbiamo fatto un Codice Civile che rappresenta, teoricamente, l'idea della regolamentazione dei diritti reali: solo ci domandiamo come esso potr funzionare nelle regioni, dove il terreno  povero ed eccessivamente frazionato. Occorre per la misurazione un rilievo trigonometrico e per ogni parcella un foglio nel Registro. Se si dovessero applicare alla lettera queste prescrizioni bisognerebbe spendere per alcuni terreni una somma superiore al valore del terreno stesso, per risultare a un registro inutilizzabile causa le sue sproporzioni enormi. Ho calcolato che nel Cantone Ticino si dovrebbero costruire degli edifici speciali per conservarvi i volumi innumerevoli del gran libro.
Le spese d'iscrizione per i cambiamenti di proprietari e per le ipoteche renderebbero impossibile ogni operazione: anche la procedura di sequestro e realizzazione dei beni diventerebbe inutile se si dovesse ripetere l'iscrizione delle centinaia di volte, vale a dire per ogni pezzetto di terreno che costituisce l'avere di un contadino.
Si cerc di ridurre questi inconvenienti coll'espediente dei fogli collettivi. Questi permetterebbero di ridurre le spese d'iscrizione a prezzo di una quantit di svantaggi che qui  inutile enumerare, ma non diminuirebbero per niente le spese di misurazione catastale. Si pu aggiungere d'altra parte che se i fogli collettivi divenissero la regola, lo scopo del Registro fondiario mancherebbe a sua volta.
Dunque, anche da questo punto di vista il rimaneggio delle parcelle s'impone come necessit nazionale.
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Poich ho la parola, permettetemi, signor Presidente e colleghi, d'attirare la attenzione del Consiglio federale su di una questione connessa a quella che ho esposto.
Si dice che le prescrizioni del regolamento federale sulla misurazione dei terreni, eccellenti per le citt e in generale per i terreni di qualche valore, sono inadeguate al valore del suolo nelle campagne lontane e soprattutto in montagna. Si dice che le spese di misurazione, come sono previste, costeranno da 8 a 10 centesimi il m.q. Io penso che vi sia in ci qualche esagerazione sapendo che vi sono in Isvizzera delle regioni intiere dove il valore del terreno  calcolato da 1 centesimo fino a 20 centesimi il m.q. e dove 1 fr. per m.q. rappresenta gi un prezzo eccezionale e d'affezione. Tuttavia  opportuno d'informarsi esattamente su questo oggetto e tranquillizzare se  d'uopo le regioni interessate.
Signor presidente, signori colleghi. Dobbiamo pensare oggi pi che mai agli interessi vitali delle alte vallate, delle popolazioni montanare, questi grandi serbatoi di energie umane che si spopolano e si spengono dopo avere, durante dei secoli, nutrito della loro linfa vigorosa le nostre citt e le nostre industrie.
Le opere del progresso hanno talmente favorito la citt e la pianura che la loro popolazione  raddoppiata. La montagna contribu a pagare per tutti, ma si fece per essa solamente quello che esigeva l'interesse della pianura, dei rimboschimenti e delle ferrovie per turisti. Preghiamo, on. colleghi, il Consiglio federale a che s'interessi delle nostre popolazioni montane perch sono desse che conservarono pi pura e pi forte la tradizione comune della patria, lo spirito dell'indipendenza e l'amore della terra. Questa terra in cui una razza robusta si radica,  impoverita e sprezzata in conseguenza degli errori legislativi dei nostri padri. Si credette di fare il benessere di queste popolazioni dando loro delle leggi che non eran fatte per esse, si sono spinte le stesse alla divisione dei loro beni e le si sono immiserite a nome di un preteso progresso legislativo; noi abbiamo il dovere di ricostituire la loro propriet che  anche il loro istrumento di lavoro.
Per questo noi raccomandiamo la nostra mozione alla benevolenza del Consiglio federale(102).
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9.
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Le mozioni Baumberger e Bertoni. (103)
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Onorevoli signori presidente e colleghi,
Malgrado tutto l'interesse che si manifesta da qualche tempo per le popolazioni montanare, pochi si fanno ancora una idea esatta dei problemi da risolvere...
Non vorrei, da parte mia, che se ne facesse una questione sentimentale, ispirata da un'idea di carit o di beneficenza, alla quale occorra sacrificare un po' di danaro. Montanaro di razza, non accetterei una protezione delle popolazioni delle alte valli alla guisa della protezione della flora alpina o della protezione degli animali.
No, le montagne svizzere non sono una regione qualunque, alla quale noi si debbano alcuni riguardi di carit cristiana o di filantropia borghese. In tutta verit vi dichiaro che la mozione Baumberger, nonch la mia, concernono pi della met del suolo della patria. In tutta verit vi dichiaro che le Alpi ed il Giura sono l'ossatura della nostra unit sociale non meno della nostra unit geografica. In tutta verit vi dichiaro che questi grandi massicci, tagliati da valli profonde, sono la sostanza essenziale della Svizzera, che essi sono non soltanto la culla della nostra libert, ma la riserva della nostra razza valorosa e forte, la fonte della nostra ricchezza futura, il cuore della nostra economia nazionale.
Quando, fa pi di un secolo, l'industrializzazione della Svizzera incominci; quando l'altipiano venne coprendosi di fabbriche e la sua popolazione, la sua ricchezza, la sua vita presero un prodigioso sviluppo, era naturale che la montagna passasse al secondo piano. Queste industrie si alimentavano di carbone, comperato all'estero, lavoravano per la esportazione, non potevano svilupparsi, salve eccezioni, che l dove la popolazione offriva una densit sufficiente. Se la industria pot prender piede in qualche alta valle essa vi determin la fondazione di citt nuove, come Le Locle, pressoch estranee alla vita agricola, completamente estranee alla mentalit ed agli interessi della montagna. Le nostre valli, non fornendo n materia prima, n forza motrice alle nostre industrie, passavano all'ultimo piano nell'economia nazionale.  naturale che in un'epoca di produzione industriale e di traffico, la famiglia che si nutre de' propri prodotti, il "Selbstversorger", non conti. Non ci si occupa d'essa, perch non costa niente allo Stato, non domanda niente, non fa chiasso, non minaccia, e soprattutto perch essa ignora il ricatto elettorale.
Ma viene un giorno in cui ci si accorge che la produzione industriale ha saturato i mercati, che la disoccupazione diventa cronica, che non si deve pi contare su un'esportazione illimitata. Ci si accorge allora che bisogna ritornare alla terra.
Viene anche un giorno in cui le condizioni della nostra industria esigono la emancipazione della forza motrice. Il carbone  troppo caro e ci rende tributari dall'estero. Coll'aiuto della scienza, ci si volge verso le forze idrauliche. Ora le forze idrauliche  quanto dire la montagna.
Ed ecco che la situazione si inverte. La montagna non  pi la quantit ngligeable, non  pi la zona improduttiva, non  pi l'ostacolo al progresso. Come nel Medio Evo essa fu la fonte della libert politica, essa va diventando la sorgente della libert economica.
Importatrice di carbone nero la Svizzera diventa esportatrice di carbone bianco. Le zone improduttive, i ghiacciai, i nevai, le rocce, le vaste distese coperte di vegetazione parassitaria, tutto ci acquista valore. Valore attuale e promessa di un valore futuro ancora pi grande.
Le generazioni precedenti avevano considerato il torrente selvaggio come il nemico della pianura. Ecco che ne diventa l'alleato.
L'espansione magnifica delle industrie e delle citt, l'urbanesimo industriale, hanno esercitato in ogni tempo ed in tutti i paesi un'attrazione potente sulle popolazioni della campagna e soprattutto su quelle della montagna.
Attraverso parecchie generazioni hanno versato alle citt l'eccedenza dei loro abitanti, poi hanno incominciato a vuotarsi della loro popolazione normale. Viene il momento in cui si avverte che occorre fermare questo spopolamento, perch esso minaccia le condizioni del reclutamento delle industrie al piano.
Succede cos che ci che era antitesi diventa armonia, ci che era contrariet diventa unit. Bisogna che il popolo svizzero, a cominciare da coloro che lo rappresentano e da coloro che lo governano, comprenda che i problemi della montagna sono anche quelli della pianura, che la citt non pu vivere senza la montagna, alla stessa guisa che il villaggio non potrebbe prosperare senza la citt che gli compri i prodotti.
La nostra legislazione  ancora ispirata ai vecchi rapporti economici. Cos, la legislazione forestale  completamente isolata ed ignora i rapporti della foresta coll'agricoltura. (Dico che  la legislazione che ignora, lungi dall'imputarne i funzionari). La legislazione sulla polizia delle acque tocca a malapena ai problemi forestali e meno ancora agli interessi economici delle popolazioni. La legislazione sulle forze idrauliche non tiene conto alcuno degli interessi dell'agricoltura Essa autorizza, a vantaggio delle citt, forse a profitto della esportazione, la creazione di laghi artificiali (bacini di accumulazione) dove le praterie ed i pascoli nutrono tutta una popolazione che si condanna cos a sparire.
E, cosa pi grave, la divisione delle competenze cantonali e federali, imbroglia all'infinito queste complicazioni materiali.
Ci che  pi grave ancora  che la utilizzazione delle forze motrici, il miglioramento del suolo ed il rimboschimento delle regioni elevate dipendono pressoch esclusivamente dall'iniziativa privata, la quale non entra in funzione se non quando v'ha un interesse immediato da soddisfare. Avvien cos che enormi spazi che potrebbero essere utilizzati come pascoli sono lasciati nell'abbandono, perch i proprietari ne sono abbastanza provvisti per i loro bisogni. Avvien cos che i comuni dotati di legname sufficiente al loro consumo, non si interessano affatto al rimboschimento di enormi estensioni denudate. Abbiamo valli in cui, per una felice cooperazione della Confederazione, dei cantoni e dei comuni, si potrebbe creare tutta una ricchezza futura, capace di far vivere i villaggi e di far prosperare le citt. Non se ne fa nulla, perch l'iniziativa privata non pu bastarvi. Trattasi, generalmente, di spese e di lavori il cui rendimento non potr verificarsi che tra una generazione o due. Questo rendimento sar indiretto, andando a profitto pi della collettivit futura che non del proprietario attuale.
Ecco ci che bisogna considerare per comprendere il problema della montagna. Il liberalismo economico pi ortodosso deve convenire che una Banca non potr mai finanziare imprese a rendimento tanto lontano. L'iniziativa privata non potrebbe bastare a trasformazioni economiche di fronte alle quali l'individuo si sente impotente. Si tratta, infatti, di tutta una rivoluzione demografica che si prospetta.
Basta guardare il ritmo della popolazione di non importa quale Stato europeo. Man mano che l'industria ed il commercio si sviluppano, la popolazione si concentra nelle metropoli. La popolazione delle campagne vi si precipita ed i villaggi si vuotano.
Questa situazione  piena di pericoli e di grosse minacce, ma c', fortunatamente, una legge di compensazione. La facilit dei trasporti moderni ha operato questo miracolo, che fin d'ora la fiumana di uomini che s'era rovesciata sulla citt accenna ad un movimento in senso contrario. Giunta che sia l'estate, ecco che le popolazioni delle citt riversandosi sulla campagna o risalendo gli scoscesi pendii delle montagne, vi cercano la vita, vi trovano la salute.
Studi apparsi di questi giorni sulla stampa parigina provano che l'atmosfera delle grandi citt diventa sempre pi irrespirabile. Indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, le esigenze della vita moderna mettono ad una tale prova il sistema nervoso degli abitanti che la villeggiatura, gi articolo di lusso, diventa sempre pi una necessit.  la montagna ch' soprattutto preferita, perch una settimana in montagna opera sull'organismo maggiori benefici che un mese in pianura. Vediamo infatti gli sforzi degli igienisti rivolgersi sempre pi verso la cura dei fanciulli in montagna, vediamo ogni sorta di organizzazioni, di colonie di vacanze, di esploratori, ecc., dirigersi verso la montagna come verso la vera fonte di giovamento, vediamo il turismo democratizzarsi, le organizzazioni operaie costruire capanne fin sui ghiacciai, i piccoli impiegati sindacarsi per alcuni giorni di Kurhaus alle sommit delle Alpi. Questo ritmo tra la metropoli e le alpi non  una moda:  una evoluzione. Non ha cessato un istante di svilupparsi dalla fine del secolo XVIII; le condizioni dell'avvenire, quali le possiamo, quali le dobbiamo prevedere, non faranno che intensificarla.
Ragion per cui bisogna sperare, bisogna credere che le nostre alte valli hanno, malgrado tutto, un avvenire, e che esse conosceranno una rinascita. L'aria ed il sole, ecco le divine materie prime, delle quali una falsa civilt ci aveva impoveriti e che la civilt vera sta per renderci.
Ci che occorre alla Svizzera  la valorizzazione delle sue materie prime, le basi naturali delle industrie indistruttibili del suo avvenire. Le sue ricchezze naturali, quelle che non dipendono n dal libero-scambio, n dal protezionismo, sono: il suo clima, in primo luogo, la purezza della sua aria e la divina chiarezza del suo sole; sono: le foreste che hanno coronato nei secoli lontani il fronte maestoso delle sue montagne e che  doveroso di ricostituire; sono: i suoi torrenti ed i suoi fiumi, la cui forza e la cui freschezza costituiranno nell'avvenire un tesoro invidiato dalle regioni minerarie delle grandi nazioni.
Ma, al di sopra di queste cose materiali, c' ancora l'uomo. Questo modesto e fiero alpino, pi vicino degli altri al cielo, pi pronto ai sacrifici, pi disciplinato nelle sue passioni, pi tenace al lavoro.  lui che deve essere riabilitato,  a lui che dobbiamo garantire la sua parte, la sua giusta parte di benefici nell'opera di civilt e di progresso.
Vi esorto, colleghi, a dare il vostro appoggio alle due mozioni: a quella Baumberger ed alla mia.
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10.
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Divagazioni. (104)
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I
Il miglior modo per lasciar riposare la testa  di mettere in moto le gambe.
Questa sentenza mancher di precisione scientifica, ma  giusta e comprensibile per tutte le persone che hanno una testa attiva ed un paio attivabile di gambe.
In ogni modo, io la seguo e non me ne trovo male: anzi!
Essendo dunque l'estremit superiore della mia persona satura di letture e di meditazioni sul risanamento dell'Europa, del mondo e delle circostanti province, ho preso risolutamente la ferrovia e mi sono recato al colmo del Generoso...
Come si respira bene a 1700 metri! Se poi, oltre all'aria buona vi ci trovi il sole d'Italia, un eccellente cuoco ed una buona cantina, sei esattamente 1700 metri pi vicino al Paradiso di chi si bagna alla poetica riva del mare.
All'Albergo Svizzero, lass, puoi trovare anche i giornali, ma non sei obbligato di leggerli.  invece raccomandabile di lasciare gli occhiali a casa se sei presbite. Basta avere gli occhi aperti. Di l si comincia a vedere il mondo dall'alto ed a trattare le nazioni dall'alto in basso, ci che ha certi pericoli, ma anche certi vantaggi suggestivi. L'albergo  a cavallo del confine, che separa le due Nazioni, quella piccola e quella grande. Voglio dire che l'edificio  sul territorio svizzero: lungo il confine una strada privata: di l dal confine  l'Italia fascista. Sul territorio italiano  la terrazza coi tavolini e i parasoli rossi dell'albergo, sui quali e sotto i quali, ad ora indicata, stanno le guardie italiane e le fatali camice nere. Sul piazzale l a fianco sta la pietra granitica che separa le due sovranit, ma non impedisce qualche scambio di cortesie fra le guardie dell'Italia fascista e quelle della Svizzera demoradicalmassonica. Sfido io! Quando la sapienza delle Delegazioni internazionali, dopo settant'anni di studi e trattative, arriva a piantare un termine giurisdizionale giusto in mezzo a una piazza pubblica, la sapienza di noi poveri minchioni consiste a tenerne conto il meno possibile. Ed ecco la ragione per cui le cameriere dell'albergo (una bionda, una bruna ed una mora, che rappresentano la Svizzera una e trina) vanno e vengono senza passaporto e senza tessera dalla Svizzera all'Italia, mescendo rinfreschi alle camice nere, che, fedeli alla loro consegna, non muovono un passo oltre la linea mediana del sentiero.
Vien su a piedi dalla parte italiana una comitiva di studenti e studentesse, gente lieta e mattacchiona, ma composta. Anch'essa osserva scrupolosamente la linea di confine, ch' al margine della strada, ma ecco un giovinotto bruno bruno, dal pelo calabro, che dal suo tavolino italiano abbozza con gli occhi un flirt con un'arcibiondissima del prossimo tavolino elvetico. - Tacchen! - sussurra il mio vicino, ambrosiano.
Quanti insegnamenti in questa strana situazione di cose!... , in iscorcio, tutta la politica europea di questo fatale dopoguerra. Barriere politiche alte come montagne, ma dall'una all'altra parte si pu ammiccare un flirt.
Dio benedica i flirt!
Anche al sommo della vetta c' una pietra limitare. Anche lass la guardia svizzera e la guardia italiana parlano amichevolmente voltando le spalle alle loro terre e guardando gi verso i paesi bassi. "Come  bello vedere le cose dall'alto!" esclama Francesco Chiesa, fanciullo, in una bella mattinata di marzo.
Ah si! Ne abbiamo molto bisogno di guardare le cose un po' dall'alto!
Il Generoso  il gigante delle Prealpi. Poco pi in su, verso il nord, un po' pi in l, a destra e a sinistra, sono montagne pi alte, ma son gi alpi vere, coi loro dirupi aspri e ferrigni.
Il Generoso, anche dalla parte del lago dove volge a picco,  ancora di quelle montagne bene educate, verdi fino in cima, che sono come l'orlo della pianura. Villaggi ameni, con un non so che di signorilit, si susseguono di pianoro in pianoro, dal basso all'alto, poi si convertono in monti maggesi, poscia in "alpi". Alpi per modo di dire, in quanto propriet patriziali: ma la cima del Generoso  tutta un prato, fino all'Albergo Svizzero, sul quale si vive urbanamente come a Lugano.
- Queste montagne qui - mi diceva un amico nato fra le cime asprigne del Basodino e del Campo Tencia - mi fanno l'effetto di quelle montagne di "latte-miele" che i confettieri erigono con la panna ed impolverano con la cannella.
- S? Eppure, guarda, i fenomeni orografici (non so se la parola sia al suo posto: forse no), e quelli economici gi si accennano qui come sulle montagne alte.
Guarda. Anche qui la zolla erbosa comincia a spellarsi ed a franare. Sono innumerevoli piccoli sdrusci nel terreno che preparano degli sdrusci pi grandi, sempre pi grandi, finch un giorno venga un bel nubifragio, la grande alluvione, il grande scoscendimento che va addosso a Chiasso.
- Macch! - diranno i chiassesi. - Noi cosa c'entriamo?
- C'entrate come Locarno nelle furie della Ramogna, come Lugano in quelle del Cassone e, chi sa, come Bellinzona nel 1512 nella scoscesa del monte Carnone di Biasca. Bellinzona con la Carnonia mons non c'entrava proprio per nulla, ma ne and quasi distrutta e ci vollero trecento anni prima che rifacesse il suo ponte per Locarno.
Conclusione?
Niente! Ma io son persuaso che di questi sdrusci in Val di Muggio ce ne sieno parecchi e che un risveglio simile a quello di tre anni or sono a Olivone, Campo e Faido  sempre possibile. Tuttavia  cos difficile decidersi a fare qualche casuccia come un consorzio preventivo, che il meglio  non pensarci.
Un'altra cosa che assimila l'economia delle prealpi a quella dell'alta montagna  la questione delle capre.
Com' istruttivo vedere l'esito delle piantagioni di resinose fatte lass a protezione della ferrovia! Che consolazione vedere che ci che non hanno distrutto le capre distruggono i padroni con la mala cura, lasciando che le piante gi belle e cresciute si divorino a vicenda secondo la legge darviniana, mentre il pi facile diradamento le farebbe giganteggiare in pochi anni!
Conclusione!
Ma niente di niente! Perch concludere se la conclusione pu costar fatica?
E a proposito di capre! Quand' che a uno verr in mente che si possono acclimare delle capre meno devastatrici, meno vagabonde, meno voraci delle nostrane? Per es. le bianche senza corna. Forse per le montagne del Mendrisiotto andrebbero bene.
- Toccherebbe alla scuola d'agricoltura, penseranno i forestali.
- Toccherebbe ai forestali, penseranno gli agricoltori.
- Dunque, dicevo io, perch pigliarsela?
 II.
Che tirata di collo da Dangio al primo rifugio!
La distanza a linea d'aria  appena di 3.300 metri: una passeggiata di tre quarti d'ora comodamente. Il dislivello  di 1300 metri, ci che si calcola in ragione di quattro ore buone. E che strada, l'ultima tratta di Termine! Vi passa la mandra (la mueria in buon italiano di Blenio) per caricar l'alpe di Bresciana: ma  roba da non credere. La mueria , carduccianamente, la mugghiante greggia in opposizione alla belante. Nel romancio d'Engadina si dice muaglia. Vien su dai monti di Val Soja, o Val Soglia, secondo le diverse grafie. Un nome gemello, forse, di Soglio e magari di Segl (Sils!), se pure non viene da suolo, come la soglia della casa. La ricerca etimologica qui non  fuori di posto, perch una vecchia tradizione diceva che il nome della valle veniva dal suo aspetto primitivo, quando il terreno vi era cosa sli (pulito, liscio) che non si trovava una pietruzza da trarre dietro a una vacca.
Ora quasi tutta la valle  una pietraia. Da destra a da sinistra (di chi scende)  tutto uno scoscendimento che si accanisce con la malvagia costanza dei sassi contro la brava gente che ha dissodato e coltivato una provincia del loro agognato impero.
Sulla sponda sinistra (la destra di chi sale) l'escursionista a tutta prima non vede tutto il male. Il terrazzo che regge il Pian Premesti (primo estivo) scende fino in fondo della valle tutto vestito di un bosco ch' una bellezza. Pi su le stalle di Muntcurou sono ancora a pi di un bel bosco nero.
Un poco pi alto le drose (alnus viridis) hanno abilmente rivestito il largo scoscendimento dell'antica abetaja che l'alluvione famosa del 1868 aveva tratto seco. Provvide drose! Nella loro boscaglia sono cominciati a vegetare spontanei gli abeti: le capre non riescono a decapitarli (sebbene formicolino) perch il drosone difende molto meglio delle reti metalliche, senza spese e senza sussidio federale n cantonale.
Ancora pi in su, dalla stessa parte, vengono i Cogni di drose e d'erba, con pochi larici che salgono fin verso i 2000 metri, poi rocce e rocce fino alla Bocchetta di Piotta. Sono rocce che si sfasciano in lastre scivolanti. Le lavine che scappano gi da quelle erti pareti portano nel torrente una grandinata periodica di piode.
Ma tutto ci  nulla in confronto alle macerie che caccia gi l'altra sponda della valle, quella che guarda a mezzogiorno. Subito sopra il paese al primo monte che s'incontra, quello di Gufera, ci si trova sopra il cono di dejezione del "Ri d'val Com", una larga pietraia che si arricchisce d'anno in anno. Da quanto tempo? Quando avevo dieci anni esisteva gi, e mia madre che praticava il pian Premesti, trent'anni prima, l'aveva sempre visto franoso. La frana periodica si accumula in fondo alla valle finch una alluvione arriva, caccia avanti il materiale e lo convoglia gi per la gola sottostante fino al Brenno il quale s'incarica poi di distribuirlo con prodiga abbondanza ai disgraziati consorzi di Dongio, di Semione e di Malvaglia.
Andare a dire a quelle amministrazioni consortili che bisogna fare un Consorzio solo dalla Buzza di Biasca fino alla Greina ed al Lucomagno!
Il peggio  che mentre da alcuni anni la Val Com sembra prendersi qualche vacanza, un altro franamento, ancora pi sinistro,  cominciato sopra il maggese di Soja. Quello non viene da una valle, ma da una roccia viva che si sfascia da cima a fondo. Ha mandato avanti come staffette alcuni di quei sassi che il dialetto di Blenio classifica in tre categorie di grossezza, ul balon, ul cden e ra cta. Due cette hanno preso di mira due stalle di Soja, delle migliori, e le hanno schiacciate come si rompe una nocciola con un martello troppo grosso. E qui, buon Dio, che rimedio si pu fare? Che consorzio, che assicurazione?
Il monte di Soja conta una dozzina di stalle che raccolgono il fieno secco s, ma irrorato da eroico sudore. Quella povera gente l'ha raccolto, l'ha "messo dentro" dubbiosa di non trovar pi a primavera n fieno n stalla. Ed ha lavorato lo stesso, con l'anima in pena. E sar forse cos fino a che in Val Soja rimanga una stalla. Intanto hanno cessato l'antico lavoro di raggruppamento delle pietre. Guardando gi dall'alto si vedono assai bene le tracce dei mucchi e degli allineamenti che si facevano per spietrare i prati dai residui delle lavine.
Speriamo che nessun agente fiscale vada ad aumentare la perequazione in Val Soja. Ma se si facesse la santa legge di annullarla tutta quanta, da Gufera fino ai Raa? (Air, dice la carta: come dice Piotta dov' Termine, come dice Cima Doval, per dire "in cima d'vall", come dice Mancurata alla sola parte del mondo dove non ci sar mai la pi modesta delle manicure. In tanta tristezza di cose bisognava bene che qualcuno portasse la nota allegra!)
D'Airaa fino al primo rifugio d'Adula si crepa ma ci si arriva. Cinquecentoquaranta metri di dislivello sopra un chilometro di misura piana!
Ma quando vi si arriva...
 XI.
Lettere paterne ad un emigrante lontano(105)
 I.
Ecco 25 anni dalla tua partenza per il Paraguay, alla vigilia della guerra; avevi appena fatto il tuo corso di sottoufficiale del genio lass nelle nostre vallate alpine. Un corso faticoso che faceva mormorare i soldati a causa dell'inutile strapazzo. Ricordi?
Tutti si lamentavano: "Perch quelle gioppinate? Perch quelle marce estenuanti col grosso carico in ispalla? La guerra? Chi parla di guerra? Baje di militaristi! Speculazioni di fornitori! Cuccagna di colonnelli! Di guerre non se ne faranno pi; lo dicono tutti quelli che hanno un po' di sale in zucca!"
Partendo mi hai lasciato qui nel cassetto il tuo libretto militare. Le tue note del tiro a segno, delle quali eri cos fiero!
Ricordi?
Com'era lontano quel paese dove andavi, laggi nelle missioni dei Gesuiti del diciottesimo secolo, fra i leggendari Guarany, il popolo pi longevo del mondo ed anche il pi sobrio, come narrava il geografo Eliseo Reclus, di fama mondiale.
Andavi a far l'agricoltore! A praticare l'arte millenaria dei tuoi avi, che avevi studiato a Zurigo, a Berna e ad Yverdon. Eri pieno d'audacia e di speranze. Ricordi?
La partenza in treno dalla stazione di Lugano, via Francia; l'imbarco a Cherbourg con il transatlantico, l'arrivo a Pernambuco, a Buenos Ayres, all'Assuncion, poscia alla Colonia Guillermo Tell, in faccia alla cascata dell'Iguass, la pi potente forza idraulica del mondo.
Quelli erano tempi! L'Europa era in pace, salvo i soliti macelli di Macedonia! In pace erano i cinque continenti, in pace gli oceani! E quanta audacia di progetti! La Transiberiana era decisa. Decisa la ferrovia a traverso il deserto del Sahara; gi finanziate le due gigantesche linee sud-americane, una delle quali avrebbe lungheggiato le Ande, dalla Patagonia al Venezuela; l'altra avrebbe traversato il continente dall'Atlantico al Pacifico!
L'anno appresso, era la guerra mondiale!
La guerra universale che lasciava dietro di s le pi memorabili guerre dell'antichit, dei Caldei e dei Babilonesi, dei Greci e dei Romani, dei Mori e delle Crociate!
Al suo scoppiare, si era predetto che sarebbe durata al massimo tre mesi. L'Imperatore di Germania aveva parlato addirittura di una passeggiata militare fino a Parigi. Pi tardi, la stampa pi pessimista ammise che avrebbe potuto magari durare sei mesi. La forza di resistenza del Belgio e della Francia aggrediti super ogni previsione, ma la vera causa del prolungarsi della guerra furono i continui interventi di nuovi stati belligeranti. Intervennero l'Inghilterra, che non era cercata, la Turchia, la Grecia, la Bulgaria, la Rumenia, il Brasile cui nessuno pensava, il Portogallo che non c'entrava, il Giappone e da ultimo gli Stati Uniti.
Ogni intervento portava seco una complicazione, cos da rendere sempre pi difficile la pace.
Si arriv a questo spaventoso risultato: che una pace vera divent impossibile.
Il peggio fu che le grandi potenze chiamarono in Europa le truppe di colore dei loro imperi coloniali. Indiani dell'Imalaia, negri a bizzeffe, gialli, e altri; dai poveri malgasci timidi e primitivi, agli arabi del Marocco, pugnaci e pretensioni.
Fu una nuova invasione dei barbari, ma questi barbari imparavano l'uso delle mitagliatrici ed i nostri usi strategici.
Spaventosa imprudenza per chi li armava!
La guerra era nominalmente fra due gruppi europei. L'Intesa e gli Imperi Centrali; "fra la civilt e la barbarie", dicevano i francesi - "No, fra la degenerazione e la virt militare", dicevano i tedeschi. - Ma con l'Intesa civilizzata c'erano i 150 milioni di russi, semi barbarici ed asiatici nell'immensa maggioranza; e c'erano gli inglesi. La Gran Bretagna non aveva, n mai aveva avuto, un esercito nazionale nel senso moderno. Il suo esercito di terra era composto di mercenari come nel 18 secolo.
Teoricamente democratico, il popolo inglese non voleva saperne della coscrizione, del servizio obbligatorio. La Intelligenza inglese, fin dai tempi di Napoleone, era sempre riescita a far guerreggiare gli altri a suo profitto. Ora, nella grande guerra, la coscrizione diventava necessaria. Per convincere gli elettori c'era un mezzo solo; commuoverli, indignarli contro la barbarie tedesca. Grande impresa comune alla stampa, alla scuola, alla chiesa... I miei allievi ed i miei elettori di venti anni or sono credevano come vangelo che per salvare il mondo dalla barbarie tedesca bisognasse sterminare quel popolo od almeno ridurlo all'impotenza, spogliarlo, togliergli qualsiasi possibilit di rifarsi, proibirgli per sempre di trafficare e persino di lavorare, insomma ridurlo alla disperazione.
Taluni di quei fanatizzati smaniano adesso per l'Asse Berlino-Roma... ma a Versaglia, quando i vincitori "alleati ed associati" dettarono la pace colla ricetta della dittatura, lo stato mentale era quello. Purtroppo!
E ne venne fuori una pace che era una edizione peggiorata della guerra. Nella guerra, infatti, si riusc a sostenere la volont combattiva dei militi promettendo che sarebbe stata l'ultima. A guerra finita, tutti si dolsero di essere stati ingannati; pi degli altri i proletari d'ambe le parti.
Tutta l'economia del mondo ne risult funestata. Crisi spaventosa, crisi generale, che non finisce mai. Crisi che ci impoverisce tutti, che tutti ci rovina, ancor oggi!
Tu hai visto, o figliolo, la guerra del Chaco; tu l'hai sofferta, i tuoi cugini l'hanno combattuta - e quella guerra - tu lo sai - era la guerra del petrolio fra due compagnie americane. Una grande ricchezza  stata sciupata; il tuo lavoro di vent'anni  stato rapinato, ma tutti noi, popoli civili d'America come d'Europa, siamo vittime di una sola e stessa crisi che rovina noi e i nostri figli.
Voi avete sofferto, nel Paraguay, una nuova rivoluzione. Il governo  stato scacciato, credo il terzo in due anni. L'avvenire dei tuoi figli  incerto, tutto  oscuro!
Ebbene, quella stessa incertezza, quella stessa crisi,  quella che oggi pi che mai tormenta gli Stati d'Europa, tormenta la Svizzera, tormenta il Ticino.
Se tu fossi qui a leggere i nostri giornali, avresti tutti i giorni un'indigestione di improperi, di accuse, di cavillazioni dei partiti, gli uni contro gli altri. Tutte le nazioni, tutte le classi, tutti i partiti, si accusano a vicenda di tradimento, di vilt, di incapacit ed invocano ciascuno la rovina dell'altro. E sono certo che pi o meno ci succede tra i partiti di laggi.
Ebbene, io ti dico, figliuol mio, che tutti hanno ragione, ma nessuno ha torto. Non  il tuo vicino quello che delira. Non  il tuo avversario politico, non  la Bolivia, non  il Brasile, non  il fascista n l'antifascista.  la nostra civilt che  pervertita. La nostra civilt che bisogna salvare...
Ora su questa via, voi americani del mezzogiorno, siete molto meglio avviati di noi.
Siete pi vicini alla salvezza, perch siete pi poveri, pi primitivi: lo siete, perch avete meno ambizioni, meno ricchezze, meno pregiudizi nella testa e (certo) meno aggravi sulla coscienza!
Noi europei ci siamo troppo odiati. Quanto ci succede  la nostra penitenza. S, perch il Paradiso e l'Inferno sono per i singoli peccatori. Solo a qualche empio predicatore sar venuto in mente di mettere un popolo all'inferno od a qualche avvocato parlamentare di condannarlo ai ferri a vita.
 II.(106)
Carissimo,
La mia prima lettera ha incontrato qualche simpatia nel pubblico di qui dove sono molti che hanno laggi in America i loro cari: figliuoli, fratelli, cugini, nipoti.
Alcuni hanno voluto sapere, e chiedono chi sia la persona fisica del destinatario, ma non li posso contentare. Infatti tu non sei una determinata persona fisica; tu sei una persona astratta, diciamo una moltitudine. Parlando a te, parlo agli emigranti di tutto un continente; e devo parlare paternamente perch la mia et e il mio passato fanno di me quello che si dice in senso figurato un padre della Patria. Quello che tu ascolti non  solo per te; ma per dieci, per cento, per mille; se non mi credi, fa niente! Ma se mi credi, farai il tuo dovere facendo un po' di propaganda nel senso che io andr predicando.
Intanto diciamo pure questo; che tu sei in America, anzi nel Sudamerica, l dove  la maggior parte dei nostri e dove sono meglio organizzati, meglio affiatati. Mantengo del resto e sottolineo ci che dicevo nella prima lettera, che il Sudamerica  quella parte del mondo che offre maggiori garanzie di pace per l'avvenire.
Di quella pace che  turbata dal Giappone fino alla Spagna, dall'Oriente all'Occidente, da qualsiasi parte si faccia il giro e che si tratta ora di ricostruire a prezzo della civilt.
S, io ho fiducia nell'America latina, contrariamente all'opinione dei miei coetanei i quali per una lunga fila di anni hanno sentito predicare tutta una sequela di pulpiti, ma particolarmente quelli protestanti, inglesi e tedeschi, e quelli giacobini di Francia, d'Italia o dove che sia. L'America, comparsa sulla scena col nome di Nuovo Mondo,  stata civilizzata dagli anglossassoni e dagli spagnoli; protestanti quelli, che ebbero il primato. Sulle tracce di Washington, di Lincoln e di Franklin, essi hanno creato rapidamente una splendida civilt; gli spagnoli non hanno saputo creare che delle repubbliche disordinate, povere, anemiche.
Noi svizzeri eravamo alquanto lusingati da questi discorsi: perch i protestanti che hanno creato la repubblica degli Stati Uniti erano un po' nostri parenti; presbiteriani e non-conformisti inglesi, affini ai calvinisti di Ginevra ed agli zuingliani assai pi che ai luterani di Lamagna. Ma poi furono proprio due svizzeri i primi a simpatizzare per gli americani del sud.
Il primo fu il naturalista neocastellano Luigi Agassiz, che avendo esplorato la geologia del Nordamerica intraprese un viaggio al Brasile nel quale fece delle interessanti scoperte sulle popolazioni indigene del Rio delle Amazzoni: il secondo fu il ticinese Mos Bertoni, lo scienziato, il colonizzatore, naturalista e glottologo, fondatore della colonia Guillermo Tell, segnata nello Stieles Hrand-Atlas, e della Colonia di studi agronomici di Puerto Bertoni di fronte alla foce dell'Yguass.
L'essere il naturalista, seguace entusiasta della scuola darvinista e l'essere socialista anarcoide non distolse il Bertoni dalle indagini sulle Missioni cattoliche del Paraguay che due secoli prima avevano dominato il paese: i missionari avevano notato e scritto come una preziosit che le preghiere ed il catechismo si lasciavano facilmente tradurre nelle lingue degli indigeni (il guarany), mentre sono intraducibili nelle parlate dei negri e dei malesi.
Segno evidente (cos gli parve) di una precedente civilizzazione dove le idee astratte, trascendentali, trovavano la loro astrazione!
Preso da questa idea fissa, il Bertoni si diede a studiare a fondo i vari dialetti guarayani, dalle Antille fino alla Patagonia, cos da poterne ricostruire la grammatica fondamentale e da farsi assertore di una Civitisacion Guarany sulla quale lasci scritto diversi poderosi volumi.
Non gli mancarono gli ammiratori ed i seguaci che ad un certo punto gli decretarono onorificenze d'ogni maniera. Il titolo di dottore gli fu tra altro imposto da un presidente della Repubblica Argentina, con questa singolare affermazione che essendo egli un dotto di eccezionale dottrina, egli fosse assai pi che dottore come tanti altri!
Ma in un'epoca pi recente apparve il grande assertore della civilt sudamericana, nella persona di un americano di razza pura, il messicano Vasconcellos, che fu ministro della Pubblica istruzione del suo paese ed anche candidato (di minoranza) alla presidenza di quella repubblica.
Vasconcellos salt il fosso con l'asserzione della razza cosmica. Di fronte al fanatismo razzista pro e contro gli ariani ed i semiti, i mongoli ed i bianchi, i germani e i latini, egli proclam che al di sopra di tutte le altre razze, primeggia la razza cosmica, la razza per eccellenza, che  quella che popola l'America meridionale.
Il concetto fondamentale dell'opera  questo: che tutto il continente sudamericano, con una estensione coltivabile assai pi del doppio dell'Europa,  la parte pi omogenea del mondo. Una sola razza, tutti bianchi; una sola religione, due sole lingue, lo spagnuolo ed il portoghese, quasi due dialetti di una lingua sola, una facolt di assimilazione unica al mondo e nella storia. Gli indios assimilati; assimilati i pochi negri della schiavit; la popolazione di origine europea  proveniente da tutti i paesi di Europa; spagnuoli, italiani, inglesi, tedeschi, slavi, e fra loro mai una lite, mai una contesa. Gli anglosassoni del Nordamerica hanno distrutto i pellirosse, hanno fatto degli schiavi africani una casta inferiore, dei paria; gli americani del sud li hanno tutti affratellati.
Ci dipende dalle origini cosmiche. L'America infatti fu popolata dagli atlantidi dell'Africa e forse dai mongoli dell'Asia occidentale (che altro non erano gli Incas) e raccolse poi il fior fiore dell'emigrazione europea, sia pure con un po' di cascami. Razza cosmica adunque, fatta apposta per creare la grande unit dei popoli civili, l'unit secondo il concetto cristiano e filosofico insieme.
Quanta utopia, odo esclamare! S, utopia: ma non pi della civitas domini di Agostino, della unit umana dei precursori del socialismo!
Utopia che  una forza, che  una potenza!
Grazie a queste utopie, le repubbliche sudamericane, una dozzina, liberatesi or fa un secolo dallo stato di semplice colonie, quasi non ebbero guerre fra loro. Nessuna di quelle guerre d'Europa che hanno sconvolto il mondo. Appena qualche guerricciuola, come l'ultima del Chaco, quasi inevitabile, ch i confini tra gli Stati contendenti erano segnati sulla carta geografica con mille chilometri di linee rette.
Questa , in realt, la promessa del continente sudamericano al quale sono rivolte le mie speranze anche per l'avvenire dell'Europa: la speranza dei nostri cuori.
 III.(107)
Carissimo,
La tua ultima lettera mi induce a richiamarmi due vecchi proverbi nostrani, apparentemente contradditori. L'uno dice: tutto il mondo  paese, e vorrebbe far credere che su per gi la discendenza di Adamo ha dappertutto gli stessi vizi, le stesse debolezze. Dice l'altro: paese che vai, usanza che trovi, e vorrebbe avvertire che non bisogna lagnarsi delle differenze d'usi e di costumi e meglio vale avere pazienza.
Apparentemente contradditori, ho detto, perch l'un proverbio completa l'altro.
Le notizie d'America dello scorso inverno e della primavera, facevano inorridire per i danni della sequedat... la siccit che ha funestato tutto il continente americano e particolarmente l'Argentina. Il bestiame bovino morto di sete e di fame (mi hai detto) raggiunse proporzioni spaventose.
Orbene, noi qui non possiamo fare le cose cos in grande, in quello stile Kolossal che piace tanto ai tedeschi, ma se tu fossi a casa non avresti che ad aprire la finestra della tua camera, in questo aprile cos soleggiato, per vedere, di contro, le zolle del nostro vicino rosseggiare fino in cima della collina, bruciata dal sole. Non avresti che a guardare laggi verso mezzogiorno per vedere arso il San Salvatore, arso pi in gi il San Giorgio e il Generoso. Di faccia, vedresti la Sighignola coperta di erba secca, e venendo in su, rosseggiare la cima d'Intelvi e tutto il monte Boglia. Volgendo al nord, ti apparirebbe la Gazzirola, poi il monte Baro, la cima del Bigorio ed il lontano Camogh, tutti d'un grigio mattone che tradisce una siccit calamitosa.
Orbene, tutto il Cantone Ticino  cos. Lass nella Capriasca tutti i comuni hanno dovuto razionare l'acqua. Peggio in Val Colla, dove il prato ed il pascolo sono cos scarsi! N stanno meglio le vallate del Sopraceneri e le vicine valli italiane.
Un nostro vicino ha percorso stamane il piano del Vedeggio a cavallo... Colla siccit era venuta la brina. Tutte le noci erano cascate dalle loro piante!... E cos puoi contare di tutta la frutta dei dintorni! I germogli della vigna anneriscono e piegano sotto la brina. Nella Svizzera interna  gi perduta tutta la raccolta delle albicocche e delle ciliege, rovinata la produzione del sidro. Disastro sopra disastro!
I contadini, spaventati per la imminente carestia di fieno, si affrettano a vendere il loro bestiame, ma l'offerta  tale che gi i prezzi sono precipitati della met dall'ultimo San Martino.
Potremo almeno comperare il fieno in Lombardia? Forse neppure ad avere denari di scorta, perch la Lombardia dovr pensare alle valli sue. Laggi il grano, in ispecie il frumento, ripiega appassito sui campi; i contadini lo affossano, a sovescio, per piantare melgone o patate nella speranza che non sia troppo tardi.
Ti dico che tutto il nostro settore mediterraneo  minacciato da una carestia come quelle dei secoli andati, quando si navigava a vela e non c'erano le ferrovie! Le stesse risaie sono in pericolo.
Queste calamit sono per una lezione tremenda per i soliti vociferatori che cacciano la politica anche nella minestra. Fra tre mesi, fra due, quando la carestia sar in pieno, ogni partito, ogni giornale, in Isvizzera, in Francia e altrove, imprecheranno alla imprevidenza governativa. Il governo ticinese avr la sua beneficiata, il Consiglio Federale la sua parte e cos via. Fatalit!
La tendenza del Consiglio Federale e delle due Camere, gi dal tempo della guerra, quando la carestia dipendeva da ben altre cause, era nel senso che bisognasse aumentare in Isvizzera la produzione granaria, al piano come al monte, che bisognasse utilizzare tutte le fontane, correggere tutti i rivi, sussidiare tutte le irrigazioni. Era giusta s o no quella tendenza? Quanti dei nostri villaggi si salvano adesso per gli acquedotti sussidiati?
Ma quante critiche, quante invettive quante proteste! C'era chi sobillava gli operai delle citt, perch le autorit non pensavano che ai contadini loro fedeli elettori. C'era chi imprecava contro il Consiglio federale, perch nei sussidi favoriva pi i cantoni tedeschi che i francesi; c'era chi vociava che il sistema dei sussidi era tutto un'immensa trama di macchinazioni contro l'italianit della nostra stirpe!... Miserie umane!... S, proprio umane, non gi nostre particolari. Tutto il mondo  paese.  sempre stato pi o meno cos e ne fanno testimonianza le Sacre scritture. I Profeti come gli Evangelisti.
Tuttavia qualche cosa di nostrano e di contemporaneo c' di sicuro in quella loquacit che lamentiamo! In quale paese del mondo c' tanti giornali, tante discussioni come nel nostro? L'occasione fa l'uomo ladro, dice il proverbio: ma fa anche il mormoratore, il brontolone, il mettimale, il menagramo. E come!
Mettiamoci a sedere (per ipotesi) sopra un pancone fuorivia d'un crotto. Ai tavolini d'intorno stanno dei crocchi disparati di fautori dei cinque partiti e dei tre o quattro fronti di questo o quel colore. Discorrono dei meriti e demeriti del Governo. Il discorso cade subito sulla siccit del 1938; cosa il governo ha fatto, e cosa non ha fatto o cosa doveva fare. Nessuno oser dire che la siccit sia venuta per decreto governativo, ma tutti diranno che dovevasi prevedere. Uno dir che l'aveva ben preveduto il suo giornale, o il suo capoccia e tutti diranno ci che si sarebbe dovuto fare per alleviarne i danni; soltanto che uno dir Roma e l'altro Toma e insieme troveranno un pretesto per accusarsi reciprocamente e per litigare.
Litigheranno come gli Ateniesi al tempo di Filippo il Macedone, come i Romani ai tempi di Catilina, come i Fiorentini al tempo della Secessione. E si tratteranno di idioti e di farabutti, di imbecilli e di gesuiti, di inetti e ladri nel medesimo tempo...
Dite la verit, voi emigranti in tutti i paesi del mondo:  vero o non  vero che qualche cosa di simile succede od  successo anche laggi?
Ma forse laggi se la pigliano per i propri fastidi e noi qui ce la pigliamo per i fastidi altrui!
Quante volte le ragioni dei dissensi ticinesi dovettero cercarsi a Vienna od a Parigi, a Londra od a Berlino?
E allora?
Allora, figlio mio, abbi indulgenza nel giudicare gli errori politici dei governi stranieri e scrivi ai tuoi amici in patria di aver prudenza nel giudicare e di astenersi dall'usare le parole grosse, le frasi gonfie.
Consigliali a sopportare con calma la siccit poich l'inveire, il bestemmiare non serve a niente.
...
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...
FINE Parte 2.